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Messina Denaro al 41 bis. Piantedosi: intercettazioni mai in discussione per la mafia

Il rifugio del boss si trova nel centro abitato di Campobello di Mazara, nel Trapanese

di Nino Amadore

Il covo di Matteo Messina Denaro era a Campobello di Mazara (Tp)

5' di lettura

Mai le intercettazioni sono state in discussione «men che meno per i reati di mafia e terrorismo. Nessuno mai nel governo ha messo in discussione, né il ministro della Giustizia, tantomento la presidente Meloni, l’efficacia di questo strumento investigativo». Lo ha detto il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, a Porta a Porta. «Probabilmente - ha aggiunto - c’è stata una confusione, spesso volontaria, su alcune annotazioni critiche rispetto ad un uso distorto, che ha visto delle rivelazioni che non avevano nulla a che vedere con le indagini. È questo che è stato messo in contestazione e volutamente frainteso. Ma non è nelle intenzioni del governo toccare la validità delle intercettazioni».

Abiti di lusso, profumi ricercati, un arredamento che gli investigatori definiscono ricercato. Ma niente armi. È l’abitazione di un benestante signore di mezza età, in una via centrale ma abbastanza ritirata di Campobello di Mazara, comune in posizione strategica nel cuore della provincia di Trapani: a 13 minuti da Castelvetrano, il paese della famiglia Messina Denaro. Qui, in questa via senza uscita che un tempo si chiamava Via Cb 31 e oggi porta il nome di San Vito, i carabinieri del Ros e la procura di Palermo hanno individuato il covo del boss Matteo Messina Denaro, arrestato, ieri 16 gennaio, alla clinica Maddalena di Palermo. È stato rinchiuso nel carcere dell’Aquila, mentre il ministro della Giustizia Nordio ha firmato il regime del 41 bis.

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Campobello di Mazara è certo il paese del favoreggiatore e autista personale del boss Giovanni Luppino, finito anche lui in manette. Ma è il paese del boss Francesco Luppino, fedelissimo di Matteo Messina Denaro, arrestato a settembre dello scorso anno dagli uomini del Reparto operativo di Trapani guidati dal colonnello Andrea Pagliaro.

«Riteniamo che sia l'abitazione utilizzata nell'ultimo periodo come stabile occupazione, al suo interno confidiamo di trovare elementi significativi per lo sviluppo delle indagini e per capire chi ha protetto il latitante, faremo repertamenti biologici a questo scopo» dice il generale e comandante dei Ros Pasquale Angelosanto. Il nascondiglio è stato perquisito per tutta la notte: le operazioni sono state coordinate dal procuratore aggiunto Paolo Guido che da anni indaga sull’ex latitante di Cosa nostra.

Perquisizioni covo: si cercano nascondigli e intercapedini

L’edificio è stato setacciato anche con l’ausilio delle unità cinofile e sul posto anche gli specialisti del Ris. Non si ha notizia, fin qui, di documenti o altro e i rilievi potranno essere utili a rintracciare i complici del boss. Tra le tante cose ritrovate vi sono sneakers griffate, vestiti di lusso, un frigorifero pieno di cibo, ricevute di ristoranti, pillole per potenziare le prestazioni sessuali, profilattici. Il lavoro, comunque, è solo all’inizio. C’è molta attesa: ci si chiede dove possano essere finiti documenti particolarmente riservati che il boss di Castelvetrano avrebbe avuto in “dote”, secondo il racconto di alcuni pentiti, da Tottò Riina. Si tratterebbe di documenti top secret che il boss corleonese teneva nel suo nascondiglio prima dell'arresto avvenuto il 15 dicembre di trent’anni fa e fatti sparire perchè la casa non venne perquisita. Si spera che da qualche parte possano essere trovati questi o altri documenti. «Stiamo cercando eventuali nascondigli o intercapedini nel covo del latitante, alla ricerca di eventuali documenti. Un lavoro per il quale occorreranno giorni» dice è il comandante provinciale dei Carabinieri di Trapani, colonnello Fabio Bottino, che sta seguendo le perquisizioni nel covo. Il sospetto degli inquirenti è che vi possa essere un secondo immobile a disposizione del boss.

Indagato il medico che aveva in cura Andrea Bonafede

Intanto le indagini vanno avanti. È indagato Alfonso Tumbarello, 70 anni, il medico che aveva in cura Andrea Bonafede, alias Matteo Messina Denaro: Tumbarello è di Campobello di Mazara ed è stato per decenni medico di base in paese, sino a dicembre scorso, quando è andato in pensione. Fino a qualche mese fa è stato medico del vero Andrea Bonafede, 59 anni, residente a Campobello di Mazara e avrebbe prescritto le ricette mediche a nome dell’assistito. Ieri i carabinieri hanno perquisito le abitazioni di Campobello, di Tre Fontane e l’ex studio del medico che è stato anche interrogato.

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Il covo appartiene al vero Andrea Bonafede che è indagato

Intanto arrivano novità sul proprietario dell’appartamento in cui si è nascosto Matteo Messina Denaro a Campobello di Mazara: il covo è di proprietà del vero Andrea Bonafede, l’alias utilizzato dal boss per circolare in tranquillità. Secondo il comandante dei carabinieri di Trapani, «Matteo Messina Denaro abitava qui da almeno sei mesi. Un appartamento, ben ristrutturato, che testimonia che le condizioni economiche del latitante erano buone. Arredamento ricercato, di un certo tenore, non di lusso ma di apprezzabile livello economico». Il (vero) Andrea Bonafede, che ora è stato iscritto nel registro degli indagati per associazione mafiosa, riusulta essere geometra, ha lavorato dal 2013 fino almeno al novembre del 2022 nella Casa di riposo Rina di Benedetto Accardi di Campobello di Mazzara, gestita da alcune suore che contattate da LaPresse non hanno voluto rilasciare dichiarazioni. Un lavoro part time intervallato da altri lavoretti per far quadrare i conti. D’estate Bonafede infatti lavorava- da luglio a settembre per alcuni anni- al parco acquatico Acquasplash sempre nello stesso comune. Società finita nel mirino della Dia e che, secondo quanto apprende LaPresse, avrebbe nel 2018 cambiato nome in ’New Acquasplash’ con sede legale a Castelvetrano, città d’origine di Matteo Messina Denaro. Nel 2022 Andrea Bonafede ha lavorato poi presso la società Evergreen, che si occupa di servizio di trasporto e smaltimento rifiuti e noleggio auto.

Ma la novità che potrebbe cambiare e non di poco le carte in tavola è che Andrea Bonafede starebbe (il vero Bonafede) sta parlando con i pm: con i magistrati avrebbe fatto mezze ammissioni dicendo di conoscere il capomafia fin da ragazzo e di essersi prestato a comprare, con i soldi del padrino, la casa in cui questi ha passato l’ultimo anno. Il geometra risulta indagato per associazione mafiosa.

Nordio: ”Coniugheremo diritto a salute con massima sicurezza”

Il boss catturato il 16 gennaio a Palermo è stato condotto con un volo militare all’aeroporto di Pescara. L’ipotesi più accreditata, come anticipato da alcuni quotidiani, è che il boss venga detenuto nel carcere dell’Aquila poche è una struttura di massima sicurezza, ed ha già ospitato personaggi di spicco. Non solo: l'ospedale del capoluogo abruzzese ospita un buon centro oncologico. «Possiamo garantire che coniugheremo il diritto alla salute con l’assoluta sicurezza» nell’espiazione della pena «di un ex latitante pericoloso che è stato catturato con molta fatica dopo molti anni», ha sottolineato Carlo Nordio, ministro della Giustizia, intervenuto a “Radio 24 in 24 Mattino”, in un passaggio del suo intervento sul luogo di detenzione del boss alla luce della sue condizioni di salute.

Nordio, intercettazioni assolutamente indispensabili contro mafia

«È illusorio pensare che arresti come questo avvengono per un colpo di fortuna, ma anche illusorio pensare che la mafia possa essere combattuta perché si arrestano boss. È un fenomeno radicato e diffuso che va combattuto con un arsenale di armi dalla tecnologia alle indagini finanziarie, dall’osservazione al pedinamento e controllo delle persone e con una rivoluzione copernicana culturale», ha spiegato Nordio. Il Guardasigilli ha poi ricordatio che «le intercettazioni sono assolutamente indispensabili nella lotta contro la mafia e il terrorismo. Sono fondamentali per la ricerca della prova e per comprendere i movimenti di persone pericolose. Però bisogna cambiare radicalmente l’abuso che se ne fa per i reati minori con conseguente diffusione sulla stampa di segreti individuali e intimi che non hanno niente a che fare con le indagini».

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