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Mafie 4.0, l’aggressione al tessuto imprenditoriale. I clan di Foggia «emulano» la ’ndrangheta

Depositata la relazione semestrale della Direzione investigativa antimafia. L’analisi per organizzazione criminale


Bomba contro centro anziani dei manager anti mafia a Foggia

3' di lettura

Una mafia «arcaica nella struttura e moderna nella strategia, capace di creare e rafforzare sempre di più i propri vincoli associativi interni, creando seguito e consenso soprattutto nelle aree a forte sofferenza economica, ma allo stesso tempo in grado di adattarsi alle evoluzioni del contesto esterno, nazionale ed internazionale, tenendosi al passo con i fenomeni di progresso e globalizzazione, anche grazie alle giovani leve che vengono mandate fuori Regione a istruirsi e formarsi per poi mettere a disposizione delle ’ndrine il bagaglio conoscitivo accumulato».

’ndrangheta 4.0
Così la Dia nella sua relazione semestrale al Parlamento descrive l’evoluzione della ’ndrangheta. E segnala tra i suoi punti di forza la «capacità di stabilire legami diretti con diversi interlocutori». Proprio le più recenti investigazioni «hanno dato prova di come le ’ndrine riescano a relazionarsi egualmente con le altre organizzazioni criminali del Sud o del Centro del Paese, ma anche con interlocutori di diversa estrazione sociale, siano essi politici, imprenditori o figure professionali in ogni caso utili ai tornaconti delle cosche». Così la ’ndrangheta «esprime un radicato livello di penetrazione nel mondo politico ed istituzionale, ottenendo indebiti vantaggi nella concessione di appalti e commesse pubbliche».

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L’infiltrazione nel settore imprenditoriale consente poi alla ’ndrangheta di inserirsi nelle compagini societarie sane, ottenendo il duplice effetto di riciclare i proventi illecitamente accumulati e, nel contempo, di acquisirne ulteriori attraverso i canali legali, arrivando anche a «scalare» le imprese fino a raggiungerne la titolarità.

La mafia foggiana emula la ’ndrangheta
La mafia foggiana vuole assumere «nuovi assetti organizzativi, più consolidati e fondati su strategie condivise, emulando in tal modo, anche in ottica espansionistica, la ’ndrangheta». Così la Dia descrive la mafia foggiana, spiegando che «anche in provincia di Foggia si sta consolidando un’area grigia, punto di incontro tra mafiosi, imprenditori, liberi professionisti e apparati della Pa. Una “terra di mezzo” dove affari leciti e illeciti tendono a incontrarsi e a confondersi».

A proposito della “terra di mezzo”, la Dia cita lo scioglimento dei Consigli comunali di Monte Sant’Angelo, Mattinata, Manfredonia e Cerignola «indicativi di questa opera di contaminazione». Nella città di Foggia - è detto nella relazione - continuano le dinamiche di rimodulazione del fatto federativo esistente tra le tre batterie della società foggiana (Pellegrino-Moretti-Lanza, Sinesi-Francavilla e Trisciuoglio-Prencipe-Tolonese) per la conduzione di affari particolarmente rilevanti, «tra cui la gestione di una cassa comune ed il controllo condiviso delle estorsioni».

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L’indagine “Decima azione”, che il 30 novembre 2018 ha portato all’arresto
di presunti mafiosi dediti a compiere omicidi, tentati omicidi estorsioni e a spacciare droga, «aveva evidenziato, inoltre, come il modulo organizzativo adottato dalla società foggiana - viene ricordato - fosse ispirato a canoni strutturali ed operativi simili a quelli della ’ndrangheta, basati su vincoli familiari, con l’imposizione di regole interne (la cui
violazione viene prontamente e gravemente sanzionata), il ricorso a rituali di affiliazione ed, infine, la gerarchica ripartizione dei ruoli con corrispondente sostentamento economico». «Proprio allìindomani della predetta attività investigativa - viene sottolineato - si è registrata una escalation del racket estorsivo, culminata in una serie di atti intimidatori che hanno investito il tessuto socioeconomico della città».

Cosa nostra, Messina Denaro il boss, ma c’è insofferenza
Nella provincia di Trapani la figura di Matteo Messina Denaro, a capo del mandamento di Castelvetrano e rappresentante provinciale di Trapani, costituisce ancora il principale punto di riferimento per le questioni di maggiore interesse dell’organizzazione, nonostante la lunga latitanza. Lo
rileva la Relazione del Ministro dell’Interno al Parlamento sull’attività svolta e sui risultati conseguiti dalla Direzione Investigativa Antimafia, la quale osserva come benchè il boss «continui a beneficiare di un diffuso sentimento di fedeltà da parte di molti membri dell’organizzazione mafiosa trapanese, non mancano segnali di insofferenza da parte di
alcuni affiliati per una gestione di comando difficoltosa per via della latitanza che tende a riverberarsi negativamente tralasciando le questioni importanti per gli affari dell’organizzazione».

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