“Il mondo che verrà” / 2

Maggio 2021 tra macerie e bellezza

Dopo la primavera del dolore, arriverà l'estate del sospetto, poi l'autunno dell'inquietudine ed infine l'inverno dello scontento. Così forse tra un anno a descrivere ciò che saremo serviranno le parole con cui Pier Vittorio Tondelli concludeva “Altri Libertini”: «Nella mia terra, solo ciò che sono mi aiuterà a vivere»

di Paolo Bricco

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Sooam Biotech, Seul, Corea del Sud. «Il cane clonato è il ritratto di un futuro possibile, nel quale saremo capaci di programmare ogni vita; un fatto che sposta drammaticamente il confine del futuro verso il presente e impone decisioni che non possono essere più rimandate», spiega Alberto Giuliani, autore della foto

Dopo la primavera del dolore, arriverà l'estate del sospetto, poi l'autunno dell'inquietudine ed infine l'inverno dello scontento. Così forse tra un anno a descrivere ciò che saremo serviranno le parole con cui Pier Vittorio Tondelli concludeva “Altri Libertini”: «Nella mia terra, solo ciò che sono mi aiuterà a vivere»


3' di lettura

Cronache dal 2021. Un anno dopo tutto. Dopo la primavera del dolore, venne l'estate del sospetto, quindi l'autunno dell'inquietudine e l'inverno dello scontento. La primavera del dolore: Coronavirus, una parola insieme secca, aguzza e barocca come le sue foto al microscopio. L'estate del sospetto: guardinghi abbiamo osservato gli altri sotto l'ombrellone, in coda dal gelataio ognuno a distanza di un metro dall'altro, i tredicenni e le tredicenni per la prima volta mano nella mano al cinema con un posto libero in mezzo. L'autunno dell'inquietudine: le imprese alla ricerca di un nuovo posto nel nuovo ordine mondiale, molte ancora in vita grazie alla montagna di liquidità con cui il nostro Governo ha inondato il sistema produttivo, la sensazione però che la liquidità sia il nome gentile con cui chiamare il debito.

L'inverno dello scontento: perché, dopo il senso di straniante felicità provocato dalla scomparsa fisica del Covid-19 e dalla artificiale sopravvivenza di un pezzo di economia e di società gracile e debole già prima della epidemia, abbiamo capito che le cose andavano male, molto male. O, almeno, abbiamo capito che per una volta le parole non sono flatus vocis: l'espressione “nulla è più come prima” rappresenta il calco al cui interno il nostro passato, il nostro presente e il nostro futuro si sono amalgamati, fino a creare una massa indistinta insieme compatta e porosa, variopinta e grigiastra.

E, ora, siamo qui. In un maggio 2021 che ha trasformato tutto. Le abitudini e i corpi degli uomini e delle donne. Il rapporto fra noi cittadini e lo Stato, nel pencolare pagliaccesco e drammatico fra l'eterna maschera anarcoide italiana e lo stato d'eccezione quale condizione pre-giuridica per un nuovo assolutismo psico-politico, minima immoralia, oddio ora se non cammino scoppio e allora scendo in strada ma quale bugia dirò al soldato dell'esercito rimasto all'angolo davanti al supermercato a controllare che cosa ho scritto sulla versione numero settantasette del modello di autocertificazione.

Siamo qui, in un maggio del 2021 che ha trasformato, anche, quello che viene chiamato il paesaggio industriale. Nella violenza compatta e al fulmicotone di una crisi che ha lasciato a terra il 12 per cento del Pil italiano dell'anno scorso, si è capito che la specializzazione produttiva nazionale è mutata o, meglio, è stata mutata. E, così, in questa Italia di macerie e di bellezza, oggi ancora più sospesa fra la tristezza mortuaria delle rovine romane di Giovanni Battista Piranesi e l'ordine geometrico del buon governo di Ambrogio Lorenzetti, rimangono il nostro cibo e il nostro vino, i nostri abiti e le nostre scarpe e la nostra meccanica concepita come se l'homo faber fosse nato qui sulla dorsale padana di metallo e di elettronica. E, così, a un anno dal tempo del Coronavirus – ancora intrappolati nel tempo del coronavirus – per noi, per la nostra identità civile ed economica, valgono le parole con cui Pier Vittorio Tondelli concludeva Altri Libertini: «Nella mia terra, solo ciò che sono mi aiuterà a vivere».

LA MOSTRA
Questo testo fa parte di una raccolta di sedici che rientrano nel progetto di visioni e previsioni Il mondo che verrà che ha coinvolto 50 fotografi italiani e internazionali. Ciascuno ha dato il suo punto di vista, la sua personale rappresentazione del dopo: un'immagine del futuro imminente e un pensiero che lo accompagna e lo anticipa, insieme a un proprio autoritratto al lavoro (nella copertina di questo numero). Qui anticipiamo alcuni degli scatti. Dalla metà di maggio, tutte le fotografie saranno esposte nella mostra digitale curata da IL e realizzata in collaborazione con Mudec Photo. Potete seguire la nascita del progetto e il backstage della mostra, fino alla sua messa in onda, sui social di IL e del Mudec. Qui sarà possibile anche incontrare i fotografi, protagonisti di una serie di talk e videointerviste. Il catalogo della mostra sarà scaricabile su
ilmagazine.ilsole24ore.com

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