Via libera al decreto Ucraina

Maggioranza, disinnescata la mina Difesa. Restano le tensioni Pd-M5S

Nonostante l’intesa sulle spese militari, nella maggioranza ci si guarda con sospetto: un’alleanza strutturale M5s-Pd appare sempre più impraticabile

di Barbara Fiammeri

Draghi: difesa ucraina ha rallentato Russia e forse porterà pace

3' di lettura

Nonostante il via libera al decreto Ucraina e soprattutto l’intesa sulle spese militari, su cui martedì si era consumato un duro scontro a Palazzo Chigi tra Mario Draghi e Giuseppe Conte, nella maggioranza ci si continua a guardare con sospetto. Anche tra chi dovrebbe essere alleato come M5s e Pd.

Lo conferma la salita al Colle del leader del Movimento 5 stelle. Un colloquio, quello di Conte con Sergio Mattarella che ha dato però modo all’ex premier di smentire le ipotesi di una prossima uscita dei pentastellati dall’esecutivo. «Continueremo a dimostrare grande responsabilità verso il paese nel continuare a sostenere il governo, ma non rinunciamo alle nostre posizioni», ha ribadito Conte.

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Le risorse da destinare alla Difesa non sono più però un tema di discussione, almeno per ora. Draghi ieri alla Stampa estera si è dichiarato «molto soddisfatto» per l’accordo raggiunto, sottolineando che si continueranno ad incrementare gli stanziamenti in linea con quanto fatto da tutti i Governi per rispettare l’impegno assunto con la Nato nel 2014 di destinate alla sicurezza e alla difesa il 2% del Pil. Traguardo che in realtà nessuno ha messo in discussione. Il punto era quando raggiungerlo.

Draghi ha ricostruito la vicenda, evidenziando che «il presidente Conte chiedeva un allargamento dell’obiettivo al 2030», prospettiva impercorribile per il premier: «Ho detto di ”no” e che si sarebbe fatto quel che il ministro Guerini ha proposto e deciso», ha aggiunto, compiacendosi del fatto che nel frattempo questa scelta fosse diventata anche «la richiesta di coloro che volevano ridurre le spese militari». Guerini in effetti aveva già detto in più occasioni che il traguardo del 2% sarebbe stato tagliato nel 2028 e ieri anche lo ha ripetuto, sottolineando che non si tratta di una «mediazione» bensì di continuare il lavoro avviato proprio sotto il governo Conte nel 2019.

Una ricostruzione che però non piace al leader M5s. «L’accordo sul 2028 è chiuso? Il dato importante è che sino all’altro giorno tutti parlavano del 2024 e di 10-15 miliardi come un dogma. Adesso tutti sono convenuti sulla posizione del Movimento, sulla necessaria gradualità. Ora dobbiamo però discutere perché non è sufficiente ridisegnare la curva temporale ora dobbiamo capire quanti soldi metteremo nel prossimo anno, come distribuiremo gli stanziamenti nella curva e dove vanno. Sono tutte questioni che come partito di maggioranza vogliamo discutere», ha stigmatizzato Conte, aprendo già di fatto il confronto sulle prossime mosse dell’esecutivo a partire dal Def.

Nel mirino dell’ex premier c’è (oltre a Draghi) anzitutto il suo principale alleato: il Pd di Enrico Letta che non ha nascosto il suo sgomento per le modalità con cui Conte si è posto in quest giorni. «Pretendo rispetto e dignità. Non posso accettare accuse di irresponsabilità. Non funziona così: non siamo la succursale di un’altra forza politica, non siamo succedanei di qualcuno», ha tuonato battendo la mano aperta più volte sulla scrivania durante una diretta sui social. Dal Nazareno si evita di alimentare ulteriormente le fibrillazioni con l’alleato.

Ma è evidente che la prospettiva di una alleanza strutturale diventa sempre più impraticabile. «Non è il momento delle polemiche, i dem hanno lavorato per tenere unita la maggioranza, perché è fondamentale sostenere l’azione del governo Draghi», è la replica arrivata dalla capogruppo del Pd a Palazzo Madama, Simona Malpezzi, che enfatizza il sì compatto al decreto Ucraina. A dire il vero tra i pentastellati oltre al dissenso esplicito del presidente della Commissione Esteri Petrocelli che ha votato contro il Governo e per cui è già partita la procedura di espulsione, sono state evidenziate anche le assenze del presidente della Bilancio Daniele Pesco e del pacifista Alberto Airola. Compatto il centrodestra.

Per Silvio Berlusconi il via libera a questo decreto apre la strada alla difesa comune nella Ue. Anche Matteo Salvini lo ha votato. Alla fine la maggioranza è ampia: 214 i sì e 35 no al decreto che dispone l’invio di armi in Ucraina ma anche le misure per l’accoglienza dei profughi.

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