abi warburg

Magica e scientifica astrologia

di Giulio Busi


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5' di lettura

Tutto si muove, sulla pagina inquieta di Aby Warburg. Migrano le immagini, i volti, i corpi, i marmi. Percorrono il tempo, in un incessante andirivieni tra mondo antico, Medioevo, Rinascimento. Si muovono i pianeti, errabondi, ubiqui. Sorgono in un punto predeterminato del cielo, solo per arrancare faticosamente verso l’angolo in cui tramonteranno. Viaggiano gli uomini, con il loro fardello di paure, col lucente e ingombrante bagaglio dei loro sogni, e delle loro inestinguibili, violente passioni.

Astrologica, curato con sapienza da Maurizio Ghelardi per Einaudi, è un sobrio, intimorente monumento di erudizione. Ed è un incalzante libro di viaggio. Potete leggerlo come una guida a mondi antichi, venerandi, scomparsi. Ma anche prenderlo in mano per scoprire lui, il grande intellettuale di Amburgo, che tanta parte ha avuto nella cultura tra Otto e Novecento. Come un esperto maestro di cerimonie, Warburg regola le entrate e le uscite dei suoi attori.

Pensate di avere a che fare con una stella nel cielo di Mesopotamia? Guardatela bene, perché in un batter d’occhi si trasformerà in una figura di garbo rinascimentale. Ve ne state a testa in su, davanti allo sfolgorio del Salone dei mesi del ferrarese Palazzo Schifanoia? Warburg non ha nessuna intenzione di lasciarvi in ozio: «Oggi cercherò di spingere il campo di osservazione verso Oriente, per dimostrare che queste figure sono elementi sopravvissuti di rappresentazioni astrali del mondo delle divinità greche. In sostanza, simboli delle stelle fisse, che nella migrazione secolare dalla Grecia attraverso l’Asia Minore, l’Egitto, la Mesopotamia, l’Arabia e la Spagna hanno perduto la loro fisionomia greca».

Nulla va perso, nella frenetica danza di trasformazioni inscenata in questi saggi. Astri che si mutano in dèi, statue che riprendono vita sotto il pennello di un pittore, demoni che si mascherano pur di restare a far danni in questo mondo: «In basso, nella semioscurità del regno intermedio, imperano i dèmoni astrali ellenistici, in un tipico travestimento medievale. In alto, il poeta latino aiuta le divinità pagane nel loro tentativo di riguadagnare l’avita atmosfera superiore dell’Olimpo greco».

Lo scritto warburghiano su Schifanoia, pubblicato nel 1912, è diventato una pietra miliare della storia dell’arte. Modello di un modo nuovo di vedere immagini note, e su cui pensavamo di sapere già tutto. Le avevamo guardate, rimirate, ponderate. Non ci eravamo però accorti di trovarci davanti a una fata morgana, pronta a dissolversi e a ricomporsi alla prossima apparizione. Magari fra un paio di secoli, o a centinaia di chilometri di distanza.

    È fin troppo facile leggere, dietro alle continue mutazioni dei simboli che animano le pagine di Aby Warburg, un fato di diaspora. La sua famiglia – importante, ramificata, intraprendente – vanta origini sefardite, e sarebbe transitata dalla Spagna attraverso Venezia e Bologna, prima di giungere, a metà Cinquecento, nell’omonima cittadina di Warburg, nell’odierna Renania settentrionale-Vestfalia. Solo una tappa, questa, in attesa di altri spostamenti, verso il resto della Germania, la Scandinavia, l’Inghilterra, gli Stati Uniti. Destinato, come primogenito, a reggere le sorti di una rinomata ditta bancaria, Aby sceglie di rompere con la tradizione. Si perfeziona in storia dell’arte e archeologia, vive per qualche tempo a Firenze, compie memorabili ricerche antropologiche in America. È mecenate e promotore di cultura nella sua Amburgo, città a cui resterà sempre legatissimo.Ha un rapporto complesso con le proprie radici ebraiche. In una lettera scritta alla madre nel 1887, quando decide di abbandonare le norme alimentari della kasherut, Aby scrive: «Non mi vergogno affatto di essere ebreo. Al contrario, cerco di mostrare agli altri che persone come me possono ben usare i loro talenti per contribuire utilmente allo sviluppo della cultura e dello Stato».

    Il suo è l’orizzonte di molti intellettuali ebrei nell’età dell’assimilazione. Condivisione dei valori liberali, fede nella funzione sociale dell'educazione, identificazione con i destini della Germania guglielmina: l’orizzonte biografico di Aby Warburg parrebbe terso e sereno. Ma come i cieli, nei suoi scritti, sono cangianti, così la condizione esistenziale degli ebrei tedeschi, anche dei più privilegiati, è instabile, contradditoria.

    Nel 1918 Warburg entra in una difficile fase d’instabilità psichica, che lo costringerà a lunghi soggiorni in clinica. Certo, queste sue sofferenze non hanno una sola causa. Ma come non vedere, ancora una volta, un legame col progressivo, soffocante antisemitismo che si è sprigionato durante il primo conflitto mondiale e che la disfatta tedesca ha ulteriormente accentuato? Non a caso, negli scritti sull’astrologia torna spesso la ricerca di un orientamento. Uscire dal buio, trovare la strada, ritrovarsi. «Le antiche immagini astrali, coniate nel passato arcaico della civiltà - scrive Warburg - conservano un’energia interna che in seguito è stata trasformata per elaborare un orientamento scientifico nel mondo. Ciò ha permesso la creazione di punti di riferimento convenzionali, necessari per portare ordine nel caos delle impressioni».

    Il disordine, le fobie, la violenza, premono costantemente alle porte dell’anima. Come ricorda Ghelardi nella sua introduzione, Warburg concepisce i miti astrali, e ogni fatto culturale, come «una figura di compromesso psichico incorporato […] un diagramma polare tra potere magico e una razionale padronanza degli affetti. Le immagini sono in sostanza una sorta di interferenza coagulata tra energie». Ecco che il dinamismo incessante dei cieli ci si rivela nella sua intima essenza. Il vagabondare dei pianeti, e l’irrequietezza delle loro rappresentazioni artistiche, sono al tempo stesso la malattia e la guarigione. Siamo malati d’incostanza, e solo nell’incostanza possiamo trovare ristoro. «Seguendo il metodo ficiniano di cura della psiche abbiamo volto al meglio l’influenza del pianeta Mercurio che fa tremare il mondo odierno in una caotica inquietudine». Sono le parole che Warburg pone alla fine del suo saggio sulle Immagini dei pianeti nella loro migrazione da sud verso nord e il loro ritorno in Italia, del 1913. Come Marsilio Ficino, nella Firenze medicea, aveva cercato nelle corrispondenze magiche l’energia necessaria a portare l’anima dai fenomeni esterni verso l’interiorità, così Warburg indaga le antiche virtù dei simboli per scacciare il caos che sta montando minaccioso attorno a lui.

    Aby Warburg è morto, per un infarto, il 26 ottobre 1929. Sono passati novant’anni, e ci sembra un tempo dilatato, quasi incommensurabile. Un appunto, che reca il titolo di Dea della notte, compare anche in riproduzione fotografica nello splendido volume einaudiano: «La donna nella biga tirata da animali di colore nero-blu (asini? bufali), rannicchiati a terra come se fossero caduti e attendessero di poter entrare. Non è la dea della profonda oscurità (Ahriman?)». Warburg sta descrivendo un’immagine del mitreo di Capua. Ahriman è lo spirito zoroastriano del male e il frammento è datato 18 maggio 1929. Gli animali della dea sono «rannicchiati a terra», immobili da quasi duemila anni. Ma sono pronti a rialzarsi, e a portare oscurità. In qualsiasi tempo. E in qualunque luogo.

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