agricoltura

Mais e soia, i prezzi al top pesano sull’import. La filiera italiana prova a fare squadra

Per tutelare il prodotto nazionale all’origine Confagricoltura, Cia, Copagri e Alleanza cooperative nel consorzio per le sementi Convase

di Alessio Romeo

(AdobeStock)

3' di lettura

Mentre i prezzi globali dei cereali toccano nuovi massimi, in Italia a monte della filiera l’agricoltura prova a fare squadra per rilanciare la produzione nazionale di qualità. Cia-Agricoltori italiani, Confagricoltura, Copagri, Alleanza delle cooperative agroalimentari e Assosementi hanno annunciato l’adesione formale al Consorzio per la valorizzazione delle sementi (Convase), che riunisce 23 aziende rappresentanti il 40% della produzione nazionale di sementi certificate di cereali, rafforzando così la sinergia tra il mondo sementiero e quello agroalimentare.

L’obiettivo è valorizzare la qualità delle produzioni in un’ottica interprofessionale, offrendo agli agricoltori garanzie sulla qualità del seme acquistato e indicazioni utili per il corretto impiego, con maggiori possibilità di ottenere produzioni elevate e di qualità.

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L’Italia dipende dall’estero per il 50% circa dei cereali necessari all’industria di prima trasformazione. Nei primi 11 mesi del 2020 le importazioni di grano duro sono aumentate di oltre 500mila tonnellate (+24%) e la spesa è cresciuta del 27% a 730 milioni. I contratti di filiera che negli ultimi anni hanno contribuito a rilanciare la produzione nazionale di qualità coprono 100mila ettari su un totale coltivato di 1,3 milioni. In tutti i comparti, intanto, si registrano nelle borse merci italiane aumenti a due cifre. Al Chicago Board of Trade, punto di riferimento per la formazione dei prezzi mondiali, i cereali hanno raggiunto questa settimana il massimo da 6 anni.

Ma la spinta più forte è arrivata dalla soia, commodity chiave per l’equilibrio dei mercati, partita quest’anno con stock ai minimi e un’offerta mondiale inferiore alla domanda, che ha trascinato al rialzo il mais, il cui prezzo è arrivato a inizio campagna a superare quello del grano tenero. Una dinamica solo temporanea, perché gli acquisti dell’industria mangimistica tendono sempre a riequilibrare il mercato, che però ha contribuito a tenere alti i prezzi del frumento. A Bologna, dove la soia costa il 40% in più di un anno fa, il mais è arrivato a 231 euro per tonnellata contro una media di 197 della scorsa campagna, il grano tenero a 236 (da 196) e il duro a 299 (contro i 265 di media dello scorso anno). «I prezzi resteranno alti anche il prossimo anno – spiega Mauro Bruni, presidente di Areté, società specializzata nell’analisi dei mercati agricoli – perché in questo mercato i fondamentali sono corretti. La ripresa della domanda cinese ha aumentato la volatilità, ma i valori assoluti sono dettati dai fondamentali, e il prezzo del frumento non può scendere sotto quello del mais».

Genetica e tracciabilità in primo piano
In questo scenario è evidente la necessità per l’Italia, fortemente deficitaria di materie prime, di aumentare quantità e qualità della produzione nazionale
. In quest’ottica, sottolinea il presidente di Confagricoltura, Massimiliano Giansanti, «le tematiche dell’impiego del seme certificato e dell’innovazione nella ricerca genetica restano centrali perché tutto il comparto agricolo, e quello cerealicolo in particolare, hanno bisogno di varietà sempre più sicure ed innovative per crescere e competere nel mercato. La ricerca genetica nel settore sementiero – aggiunge –, che insieme al miglioramento delle tecniche di coltivazione ha permesso di quasi raddoppiare le rese in 70 anni dal dopoguerra ad oggi, è una necessità imprescindibile per l’agricoltura di domani».

Oggi, ricorda il presidente di Convase Eugenio Tassinari, «l’impiego di seme certificato nel grano duro, materia prima per la produzione di un’eccellenza del Made in Italy quale è la pasta, è inferiore al 50%». Inoltre, aggiunge il presidente della Copagri, Franco Verrascina, «l’introduzione dell’obbligo della dichiarazione per qualificare il Made in Italy non prende in esame l’intero processo produttivo, limitandosi a considerare solo l’ultima fase del confezionamento del prodotto, quella per la quale scatta l’obbligo di indicazione dell’origine in etichetta, lasciando così campo aperto al rischio di azioni che ne riducono l’efficacia e ne limitano i benefici. Da qui la necessità per il sistema produttivo di uno strumento in grado di assicurare la tracciabilità, la sicurezza e la sostenibilità del processo produttivo sin dall’inizio del ciclo, a partire dalla semente».

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