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Malaria, il male invisibile che uccide 266mila bambini l’anno

La malaria continua a mietere quasi mezzo milione di vittime l’anno. Il 92% dei casi si concentra in Africa e il 61% colpisce i bambini sotto i cinque anni di età. In Burkina Faso il governo prova a contrastare la strage con chemioprevenzione porta a porta e zanzariere. Sta funzionando, ma la strada è lunga. Il reportage

di Alberto Magnani


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5' di lettura

Ouagadougou (Burkina Faso) - Le 11 di mattina. Zongo Ambroise parcheggia il suo scooter all'ingresso del villaggio, inforca il megafono e fa quello che ha fatto negli ultimi 28 anni: il banditore, la figura un po' arcaica che si occupa di annunciare, o meglio, gridare le decisioni delle autorità. Oggi la sua missione, passeggiando fra le baracche e i mattoni rossi del distretto di Laye, è informare i cittadini sul male invisibile che uccide migliaia di concittadini: la malaria, la principale causa di decesso dei bambini sotto i cinque anni anni in Burkina Faso.

Realtà come l'0rganizzazione internazionale Global Fund, la Banca mondiale, l'Unicef e l'Organizzazione mondiale della sanità stanno collaborando con il ministero della Sanità locale per programmi di chemioprevenzione stagionale della malaria e l'applicazione di zanzariere, una protezione tanto basilare quanto efficace rispetto alla diffusione del virus. La situazione migliora e la popolazione inizia a prendere confidenza con gli infermieri, le medicine e quegli «strani veli» che si applicano sopra i letti. Ma non è sempre facile fare breccia nelle diffidenze ataviche per tutto quello che arriva dal governo, mentre il potenziale dei programmi è arginato da una carenza cronica di fondi.

Il male invisibile che uccide mezzo milione di persone l’anno
La malaria è provocata da protozoi parassiti, trasmessi all'uomo da zanzare che entrano in azione all'alba e nella notte. Si manifesta con sintomi come un dolore fitto alle articolazioni, nausea e febbre, conducendo alla morte se non viene diagnosticata e contrastata per tempo. È quello che continua a succedere in buona parte dell'Africa, culla del 92% dei 219 milioni di casi di malaria registrati nel solo 2017 dall'Organizzazione mondiale della sanità. Oltre la metà delle 435mila vittime del 2017, nel 61% dei casi (266mila) sotto i cinque anni di età, si concentra in appena sette paesi, in testa la Nigeria (19%), la Repubblica democratica del Congo (11%), e, appunto, il Burkina Faso: il 6% delle vittime globali in un paese che conta meno di 20 milioni di abitanti, stretto in un'enclave dell'Africa occidentale appesantita da insicurezza e povertà estrema.

Solo nel 2018 si sono contati oltre 11 milioni di casi e 4.294 decessi. Meglio rispetto alle 5.632 vittime del 2014, ma in risalita dai 4.144 morti del 2017. Il ministero della Sanità locale sta cercando di intervenire con programmi di somministrazione dei farmaci nei vari distretti del paese, distribuendo i medicinali porta a porta e istruendo i neogenitori alla profilassi per i figli. Nel 2014, il progetto-pilota aveva portato alla copertura di sette distretti del paesi. Nel 2019 si dovrebbe arrivare a 70 distretti, concentrand0 gli interventi nei quattro mesi di maggior diffusione del paludisme, la malaria: luglio, agosto, settembre e ottobre, in coincidenza con la stagione delle piogge e l'incremento di cittadini positivi al virus. Il trattamento previene il 75% dei casi di malaria e la stessa percentuale di casi di malaria grave, ma non basta ancora.

Le difficoltà sul campo
Gli operatori che macinano chilometri su campo, dai distretti vicini alla capitale Ouagadougou ai villaggi sulla rotta del nord, si scontrano quotidianamente con problemi di comunicazione e di sicurezza rispetto al proprio ruolo. L'elevato tasso di analfabetismo complica l'educazione degli abitanti su somministrazione dei farmaci e profilassi. Un disagio che affiora anche quando si tratta di spiegare l'applicazione di una zanzariera, ben più intuitiva rispetto all'assunzione a intervalli regolari di farmaci come Amodiachina eSulfadossina/pirimetamina. «Quasi tutti ne hanno una, ma appena il 40% della popolazione ne fa uso» spiega Yacouba Savadogo, coordinatore del programma nazionale di lotta contro la malaria. L'instabilità politica non aiuta. Da un lato il servizio sanitario nazionale è paralizzato da scioperi a intermittenza contro le retribuzioni minime del settore: un infermiere guadagna in media l'equivalente di meno di 80 euro al mese, i medici viaggiano a poco più del doppio.

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Dall'altro la crescita di violenze terroristiche nelle regioni settentrionali del paese, quelle lambite dalla fascia desertica del Sahel, sta rendendo intere aree inaccessibili allo staff medico, a maggior ragione se si presenta sotto l'egida di «coloni» stranieri. «A volte la gente non si fida e boicotta le nostre missioni, anche se al momento ci siamo limitati agli attacchi verbali - spiega Savadogo - Inoltre, nella fascia del Sahel,si sta creando una insicurezza pesante». Al di là degli ostacoli pratici, l'attività di prevenzione si scontra con lo stesso limite registrato per il contrasto al terrorismo: la carenza di fondi. Il programma di chemioprevenzione è riuscito a garantire prevenzione a 3,5 milioni di bambini nel solo 2019, ma il budget a disposizione resta a dire poco modesto: 7,5 miliardi di franchi coloniali, l'equivalente di 11,4 milioni di euro. Su scala globale, secondo dati Oms, si sono messi sul piatto un totale di appena 3,1 miliardi di dollari nel 2017 , con 1,3 miliardi di dollari veicolati dal solo Global fund.

II «filtro» della popolazione locale
La prima buona notizia è che i finanziamenti in arrivo dall'Europa, almeno sulla carta, stanno aumentando. All'ultimo G7 di Biarritz, in Francia, il premier Giuseppe Conte ha annunciato che l'Italia aumenterà a 161 milioni di euro nell'arco di tre anni il suo sostegno al fondo globale. La Spagna ha annunciato un'ulteriore infornata di 100 milioni di euro nello stesso arco di tempo. La destinazione sono le attività sul campo, ma anche il lavoro di ricerca e sviluppo per studiare il virus. Nel 2016 sono stati spesi per i laboratori 588 milioni di euro su scala mondiale, l'85% della cifra ritenuta necessaria dell'Oms.

La seconda buona notizia è che la barriera più resistente, quella culturale, inizia a cedere grazie alla collaborazione delle comunità burkinabé. Infermieri e ricercatori trovano a volte i propri alleati migliori nei capi-villaggio del Burkina Faso, autorità millenarie che hanno custodito la propria influenza sulle abitudini degli abitanti. Nel Burkina Faso oltre il 70% della popolazione vive in aree rurali, eleggendo come propria autorità leader che ereditano la propria carica e mantengono un peso incomparabile a quello del potere politico di Ouagadougou. Basta una loro parola a sedare tensioni, risolvere dispute, o appunto, accettare i trattamenti che vengono somministrati dalle equipe mediche nelle prime ore della mattina, anticipando l'uscita nei campi degli adulti. I membri del ministero della Salute bussano di casa in casa nei villaggi e segnano quelle degli abitanti che devono ancora sottoporsi alla cura. 

«Ho spiegato agli abitanti che conviene curarsi, perché i farmaci costano e rubano risorse all'agricoltura» racconta Samane Naaba, capo del villaggio Laye-Sagla. Oltre a loro c'è un'attività di evangelizzazione su campo che passa per canali istituzionali o più locali. I centri medici sparpagliati per le campagne organizzano lezioni per la comunità locale, semplificando il messaggio per una popolazione che a volte si esprime solo nelle lingue e i dialetti della propria zona. E poi ci sono figure come Ambroise, il «banditore», intento a parlare al megafono per spiegare come assumere i farmaci, rincorrendo i concittadini da un angolo all'altro del suo minuscolo paese a nord di Ouagadogou. La performance, fra le strade di terra e i negozietti incolonnati del paese, dura almeno un'ora. Quando il giro si è chiuso sale in sella e accenna un saluto. Sta iniziando a piovere, può andare a casa.

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