50 piccoli saggi

Male erbe e altre delizie: Pia Pera torna in edicola e in libreria

Verdeggiando raccoglie gli scritti dell’autrice di Al giardino ancora non l’ho detto usciti sulla Domenica del Sole

di Lara Ricci

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Verdeggiando raccoglie gli scritti dell’autrice di Al giardino ancora non l’ho detto usciti sulla Domenica del Sole


5' di lettura

Anticipiamo l’introduzione a Verdeggiando. Male erbe e altre delizie, raccolta delle cinquanta rubriche che Pia Pera scrisse sulla «Domenica» del Sole 24 Ore. Il volume sarà in edicola il 22 dicembre e a gennaio si potrà trovare in libreria.

Pia Pera iniziò a scrivere sulla «Domenica» del Sole 24 Ore nell’ottobre del 2008, a 52 anni. Riccardo Chiaberge, a quel tempo il caporedattore, cercava un curatore per la rubrica di giardinaggio rimasta vacante. Quando si parlava di giardinaggio, allora si parlava soprattutto di giardini storici e nobiliari, di ville e gentiluomini, di siepi e aiuole, di violette, camelie e peonie, di bulbi, ibridi e varietà rosa antico, oltre che di manifestazioni orticole per signore.

Chiaberge, incuriosito da quel che aveva sentito dei libri di Pia Pera, la contattò. La nuova arrivata si premurò subito di scrivere un articolo in difesa delle erbacce. In quello successivo raccontò di una specie di sovversivo timido che «si ingegnava a combinare l’estetica formale con l’equilibrio di un ecosistema, facendo il più possibile “con” e il meno possibile “contro”»: Gilles Clément. Teorizzò quindi «la fine del giardino oggetto, dove le piante sono pezzi d’arredamento, da cui cacciare gli abitanti naturali». Sbertucciò i «crauti verdastri sui plastici degli architetti, riempitivi dell’ultimo minuto». Tirò la stoccata finale al prato all’inglese in nome «dell’accoglienza festosa a quanto natura propone».

Raccontò dei giardini inventati dai senzatetto di New York («nidi in mezzo alla tempesta di vite disancorate»). Rivendicò «quella libertà che permette all’uomo di trasformare l’ambiente di vita in opera d’arte». Fece scorribande nella preistoria avendo letto che la coltivazione di piante nei giardini, e non a scopo alimentare, ma forse rituale o magico, precedette la nascita dell’agricoltura. Si chiese, con Kafka, non perché l’umanità fosse stata cacciata dal paradiso terrestre, ma perché non facesse nulla per tornarci. In pochi articoli celebrò l’amore per la natura, chi lo esprime attraverso un corpo a corpo operoso con la terra e chi godendo della flora spontanea.

Fu subito chiaro che Pia Pera scriveva indubbiamente di giardini, ma soprattutto di molto altro. Il titolo della rubrica passò da «Verdissimo» a «Verdeggiando». Poche lettere, ma cambiava tutto. La sua fu una rivoluzione solare e gentile, fatta di entusiasmo, intelligenza e affettuosa ironia. La curatrice della pagina, che ero io, smise di ostentare sonori sbadigli e accompagnò l’editing dei testi della nuova autrice con risate squillanti ed esclamazioni di gioia.

La conobbi diverso tempo dopo, in un caffè di Piazza Cavour a Milano. Come quando scriveva, riusciva a essere insieme leggera e profonda. Il suo eloquio era trascinante, ma sapeva ascoltare. La luce obliqua della primavera entrava dalle vetrate del bar, facendo scintillare la polvere. Forse per questo, mi dissi, pareva esserci nel suo sguardo una luce soffusa.

Quando la rincontrai, all’inizio del 2012, aveva appena visto un neurologo milanese. Zoppicava, diceva. A me non sembrava. Aveva preferito farsi visitare. Il medico le aveva spiattellato in faccia, rispondendo con aggressività al suo stupore, la diagnosi della più terribile delle malattie che una piccola zoppia potesse annunciare: la Sla.

Mi convinsi che tanta brutalità non poteva che essere associata ad altrettanta incompetenza. Non volevo immaginare, allora, che quattro anni dopo avrei dovuto affrettarmi a costruire una pagina che cercasse di ricordarla degnamente. Che sette anni dopo mi sarei rimessa a leggere, con almeno il medesimo entusiasmo, e almeno pari nostalgia, tutti quegli splendidi articoli che mi inviava, per raccoglierli in un volume postumo.

Li pubblichiamo integralmente, compresa la rubrica «Animalia» di cui scrisse qualche puntata dopo che l’etologo Danilo Mainardi si ritirò. Unica eccezione, perché di contenuto troppo eterogeneo, un bellissimo saggio su Osip Mandel’štam, impreziosito dalla sua traduzione di due poesie. Pia Pera era anche un’eccellente slavista e traduttrice.

Non ho voluto escludere nessun articolo, neanche quei tre o quattro legati ad avvenimenti di cronaca o a qualcosa che ha perso attualità. Come i Guerrilla Gardeners italiani, il cui sito non è più aggiornato dal 2014. Anche questi testi, infatti, contengono riflessioni senza tempo, sono parte di un pensiero che vediamo qui evolvere mese dopo mese, mentre si perfeziona il suo stile e la sua saggezza si approfondisce, unica traccia, forse, della malattia che emerge e avanza. Pia Pera racconta i libri che legge, i luoghi che visita - o che poi ricorda -, le persone che incontra, le idee che le suscitano. Qui c’è la ricchezza di spunti e di ispirazioni che la necessità di costruire un testo organico inevitabilmente tarpa.

Il lettore che non la conosce la scoprirà in una veste non minore e chi la conosce non finirà di sorprendersi. Non è necessario essere appassionati di giardini per amarla. La sua è un’avventura del pensiero (per una riflessione più approfondita su questo tema si legga la Biografia e bibliografia ragionata in appendice al volume).

Non secondaria, in questo senso, la sua precisione nel nominare. Ricorda, in uno di questi testi, ciò che scriveva Isidoro di Siviglia nelle Etymologiae: «Nome si dice quasi come nota, poiché con il suo suono ci rende note le cose. Se infatti non conoscerai i nomi, perirà la cognizione delle cose». Ecco dunque un fiorire di termini, bassi e alti, sempre più in disuso e qui innestati con naturalezza, senza alcuna spocchia. Ne riporto qualcuno: cocciopesto, zagara, norie, grotto, gloriette, erme, elce, lattonieri, fontanieri. E con loro donne che zangolano il burro e infine il petricore: l’odore che sprigiona la terra da tempo asciutta al battere della pioggia.

Pubblichiamo, in conclusione, il ricordo di tre suoi amici. Due di vecchia data, quali sono lo scrittore e insegnante nel carcere di Rebibbia, Edoardo Albinati e la scrittrice Margherita Loy. E uno molto più recente, Nicola Gardini, anche lui scrittore e traduttore, oltre che poeta, saggista, pittore e professore di letteratura italiana e comparata all’Università di Oxford. Un’amicizia, quest’ultima nata proprio sulle pagine della «Domenica», dopo che Gardini vi recensì Al giardino ancora non l’ho detto (2016).

Le poche volte che incontrai Pia Pera (troppo poche…) mi parve di rivedere nel suo sguardo la medesima luce calda del nostro primo incontro. Anche alla fine, poche settimane prima che morisse, quando mi accompagnò per il suo giardino con la sedia motorizzata mostrandomi con un filo di voce, senza preannunciarlo per non rovinarmi la sorpresa, l’albero della nebbia in tutto il suo splendore. Quando ancora si dava da fare per aiutare un coraggioso dissidente russo in pericolo, Vladimir Bukovsky, morto un mese e mezzo fa. La malattia la stava rendendo sempre più simile alle sue amate piante, osservava, e continuava a buttare gemme.

Pia Pera

Verdeggiando. Male erbe e altre delizie

A cura di Lara Ricci, con scritti di Edoardo Albinati, Nicola Gardini e Margherita Loy, Il Sole 24 Ore editore, Milano, pagg. 240, € 14,90

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