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Malvoluti al Sud: il Lombardo-Veneto messo in quarantena dal resto d'Italia

L’emergenza coronavirus rovescia i vecchi stereotipi fra Settentrione e Mezzogiorno: le amministrazioni del Sud sbarrano le porte a chi arriva da Lombardia e Veneto

di Francesco Prisco

Coronavirus, Ftse Mib a picco

L’emergenza coronavirus rovescia i vecchi stereotipi fra Settentrione e Mezzogiorno: le amministrazioni del Sud sbarrano le porte a chi arriva da Lombardia e Veneto


3' di lettura

C'erano una volta le due «Italie», il Nord produttivo e il Sud orfano del Regno che fu, la questione meridionale (Billia) e «il guaio l'ha fatto Garibaldi» (Totò), il «non si affitta ai meridionali» degli anni Cinquanta e la grande tolleranza del Mezzogiorno, risorsa ma certe volte persino problema. Perché di troppa tolleranza – nei confronti dell'illegalità della porta accanto – si può morire.

Ci sono eventi che cambiano la percezione, ribaltano i luoghi comuni, sovvertono ogni certezza, buona o cattiva che sia. Non conosciamo ancora con precisione l'impatto che l' emergenza coronavirus potrà avere sulle nostre vite nel medio-lungo periodo. Non sappiamo se è un evento di portata storica e speriamo di no, ma di sicuro sta uccidendo le sicurezze di molti, su e giù per lo Stivale: in una manciata di ore lombardi e veneti, fino all'altro-ieri idea platonica di produttività applicata al territorio italico e al tempo stesso «big spender» coccolatissimi dall'industria turistica, non sono più i benvenuti.

Non dobbiamo lasciarci prendere dal panico: la paura può fare persino più danni del covid-19, è stato detto e ridetto in questi giorni di frenesia. Poi però le amministrazioni locali producono provvedimenti in ordine sparso, ciascuno si sforza di essere più previdente degli altri, la paura genera confusione, la confusione alimenta il panico e quest'ultimo fa germogliare diffidenza o, peggio ancora, intolleranza.

Le porte chiuse ai lombardo-veneti
Più realisti del re i sindaci dei comuni di Ischia che hanno chiuso i porti ai residenti di Lombardia e Veneto, alla faccia del parere negativo del commissario straordinario Angelo Borrelli e degli appelli alla solidarietà nazionale ai tempi del terremoto di Casamicciola. Come se bastasse così poco a garantire la salute dei propri concittadini. Poi è intervenuta la Prefettura di Napoli a ripristinare la situazione facendo leva sul difetto di competenza dei primi cittadini.

La regione Basilicata prescrive che «tutti i cittadini provenienti dal Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia Romagna e Liguria o che vi abbiano soggiornato negli ultimi 14 giorni dovranno rimanere in quarantena presso il proprio domicilio per 14 giorni, comunicando la propria presenza ai competenti servizi di sanità pubblica». Così? In maniera orizzontale? Senza specificare chi è dentro la zona rossa e chi fuori? Più soft la regione Calabria che invita i cittadini «che in queste ore rientreranno dalle regioni del Nord interessate dall'espansione epidemica, oltre che dalle altre aree internazionali già definite a rischio (Cina soprattutto), a comunicare alle autorità sanitarie locali il loro rientro in modo da valutare misure di quarantena attiva volontaria presso il proprio domicilio anche in assenza di sintomi».

Le precauzioni non sono mai troppe, diceva il saggio, ma non si capisce per quale motivo, piuttosto che chiudere frontiere inesistenti, non si intensifichi l'utilizzo del tampone e si rendano più efficienti e rapidi gli esami dei campioni rilevati.


«Mascherina e camice per chi viene dalla Lombardia»
Poi ci sono i casi singoli, a livelli più bassi e prossimi della pubblica amministrazione. Qualche esempio? Frammenti di vita da un ospedale campano. Domenica, interno giorno, camera di chirurgia generale dove è ricoverato un paziente ultra-70enne che ha appena subito l'asportazione del colon. Al suo cospetto due parenti che indossano mascherina e camice sterile. Entra un frate francescano e il pensiero di tutti va subito al fra Cristoforo di manzoniana memoria. «Perché siete vestiti così? È la malattia del paziente che lo richiede?», s'informa il religioso.

«No, entrando in ospedale ci è sembrato giusto avvertire che veniamo dalla Lombardia. Ci hanno detto che per precauzione è meglio se indossiamo camice e mascherina». Il frate volge gli occhi al cielo: «Solo Lui può salvarci da quello che sta succedendo», dice. «La messa comunque si ascolta anche in filo-diffusione», aggiunge. Ed esce dalla camera. E il pensiero da fra Cristoforo si sposta a don Rodrigo: «Come parli, frate?»

Poche ore più tardi a quegli stessi parenti - gli unici che potessero accudire il paziente - sarà impedito l'accesso all'ospedale. Malgrado non provengano dai comuni della zona rossa. E se entrando in ospedale non avessero comunicato la loro provenienza? Viviamo strani giorni. Si sprecano i riferimenti a Manzoni, Camus, Saramago e Cassandra Crossing ma forse siamo di fronte a qualcosa di diverso. Qualcosa che potremmo definire federalismo sanitario alle vongole.

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    Francesco PriscoRedattore

    Luogo: Milano

    Lingue parlate: italiano, inglese

    Argomenti: economia della cultura e dell'entertainment, musica, libri, cinema, cultura, società

    Premi: Premio Giornalistico State Street 2018 - Categoria: Innovation

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