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Le start up indiane dell’hi-tech fanno i conti con il «rischio…

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Le start up indiane dell’hi-tech fanno i conti con il «rischio bolla»

L'anno scorso, quando ha ricevuto una mail da un aspirante imprenditore alla ricerca di finanziamenti, Deepinder Goyal ha provato un brivido lungo la schiena. «L’idea di fondo era creare una specie di Uber per l’acqua: se qualcuno desidera una bottiglia d’acqua, mi ha scritto, ho un’app che fa per te e nel giro di dieci minuti te la consegno a domicilio» racconta Goyal, fondatore di Zomato, una piattaforma indiana per cercare ristoranti. «Su una bottiglia d’acqua il margine di guadagno può arrivare intorno alle due rupie… Quindi non si tratta di un’idea redditizia. Senza contare che quell’aspirante imprenditore cercava capitali sul milione di dollari per la fase di avvio dell’attività produttiva e aveva una valutazione di 8,5 milioni di dollari. Questo è quanto aveva creato».

Goyal ha un’azienda che l’anno scorso ha ottenuto finanziamenti da investitori stranieri che hanno valutato Zomato un miliardo di dollari, e negli ultimi tre anni ha potuto seguire in prima fila il rigoglioso afflusso di fondi nel settore in rapida espansione delle vendite online in India. Avendo conquistato i primi posti nell’e-commerce cinese, gli investitori stranieri come la giapponese SoftBank e la Tiger Global Management con sede a New York hanno iniziato a rivolgere la loro attenzione verso l’India e vi hanno iniettato dollari a miliardi, scommettendo sulla sua enorme popolazione, la rapida espansione della penetrazione di internet e la sua forte crescita economica. L’anno scorso l’India si è ritrovata quindi con otto “unicorni”, società non quotate in Borsa che hanno una valutazione superiore al miliardo di dollari, collocandosi al terzo posto dietro Stati Uniti e Cina. L’ondata di finanziamenti ha costituito una sorta di significativo voto di fiducia nei confronti dell’economia indiana, oggi la nazione a crescita più rapida rispetto a tante altre di primo piano, nonché della sua capacità di utilizzare la tecnologia per andare oltre alcuni concetti del XX secolo come gli ipermercati, pur spingendo sempre più in alto gli standard di vita.

«L’India non ha mai avuto veri e propri negozi per la vendita al dettaglio, quindi il balzo che avrà luogo sarà alquanto impegnativo», dice Sanjeev Aggarwal, cofondatore di Helion Venture Partners, un gruppo indiano di venture capital. «Siamo appena all’alba di una nuova era che vedrà i consumi indiani spostarsi sul digitale». Sia gli investitori sia le aziende parlano però di un notevole raffreddamento dell’entusiasmo iniziale, e di timori che la corsa ai finanziamenti abbia portato a una sopravvalutazione diffusa. C’è qualche preoccupazione per l’entità delle perdite presso alcune aziende, per la serrata concorrenza tra società straniere rivali e per l’effetto domino sugli altri mercati delle svalutazioni contabili degli investimenti nel settore dell’hi-tech. Alcune aziende hanno iniziato a licenziare il personale e a ritirare le offerte di lavoro a mano a mano che si adeguano a un mondo nel quale non si può più contare sugli esuberanti investitori stranieri per sottoscrivere perdite all'infinito.

«Se quando abbiamo cercato finanziamenti lei mi avesse chiesto se ci meritavamo la valutazione di un miliardo di dollari, avrei risposto assolutamente no», dice Goyal. «Non per altro, ma il valore è legato alla cifra che si vuol mettere insieme. Poi il mercato è cambiato e all’improvviso tutti sono diventati scettici su qualsiasi cosa». A giugno, quando l’influente venture capitalist Mary Meeker ha presentato il suo rapporto annuale sui trend della rete, ha fornito due stime relative al maggior uso di internet nel 2015: una prendeva in considerazione esclusivamente l’India, che ha una crescita talmente rapida da distorcere le pigre cifre complessive mondiali. Secondo quanto ha affermato Meeker, citando dati dell’Internet and Mobile Association of India, il numero degli utenti della rete in questo Paese lo scorso ottobre ha toccato i 317 milioni di persone, con un aumento del 49 per cento rispetto all’anno precedente. Questa impennata è dovuta per lo più agli smartphone, le cui vendite in India sono aumentate al ritmo del 12 per cento nel primo trimestre di quest’anno, mentre a livello globale sono rimaste ferme o sono addirittura calate, secondo alcuni gruppi di ricerca.

Il boom degli smartphone ha attirato l’attenzione di leader dell’hi-tech come Tim Cook, amministratore delegato di Apple, che a maggio si è recato per la prima volta in India, e sta ispirando grande entusiasmo tra gli analisti al riguardo delle prospettive di crescita dell’e-commerce nel Paese. Prevede un aumento ancora maggiore Morgan Stanley, che a febbraio aveva preannunciato che le vendite complessive nel settore entro il 2020 cresceranno fino a 119 miliardi di dollari dai circa 16 dell’anno scorso. Un simile ottimismo è stato alimentato in parte dall’eclatante ascesa di gruppi di e-commerce cinesi quali Tencent, JD.com e soprattutto Alibaba, che l’anno scorso ha intrapreso la più grande offerta pubblica iniziale di tutti i tempi. Ma investitori e imprenditori in India avvertono: qualsiasi paragone dovrà essere trattato con enorme cautela.

«Mi ha molto sorpreso che tutti questi fondi fossero così ingenui da trattare l’India come la Cina» dice Kashyap Deorah, imprenditore tecnologico seriale e autore di un libro sui «super-finanziamenti» dei gruppi internet indiani.
Un’ovvia differenza è il più basso livello di sviluppo dell’India, il cui prodotto interno lordo pro-capite secondo il Fondo monetario internazionale l’anno scorso è stato di 1617 dollari rispetto ai 7990 della Cina. Altrettanto importante, dice Deorah, è il fatto che i gruppi internet degli Stati Uniti hanno faticato a farsi notare in Cina. Google, Facebook e Twitter sono tutti inaccessibili alla maggior parte degli utenti cinesi di internet, ma in India hanno conquistato posizioni dominanti, limitando in modo considerevole lo spazio a disposizione degli attori locali. Anche dove le start-up indiane sono riuscite a sottrarre una posizione alla concorrenza statunitense, alcuni hanno visto svanire rapidamente quel vantaggio.

Nel settembre 2014, a Bangalore, il fondatore di Amazon Jeff Bezos si è issato in cima a un camion dipinto con colori vivaci: indossava un completo indiano bianco da matrimonio e ha consegnato un assegno gigantesco di due miliardi di dollari – alludendo all’investimento che ha programmato di fare nel Paese – ad Amit Agarwal, al quale aveva affidato la direzione delle sue operazioni in India.
L’ilarità di quella performance da pantomima è passata probabilmente inosservata ai cofondatori di Flipkart, Sachin e Binny Bansal, ex dipendenti di Bezos che adesso si ritrovano nel mirino della sua concorrenza. I due Bansal, che non hanno rapporti di parentela malgrado lo stesso cognome, si erano conosciuti lavorando entrambi per Amazon nel suo campus di Bangalore, che all’epoca offriva servizi di back-office. Nel 2007, quando Amazon non ha dato segno di voler avviare le vendite in India, i due hanno deciso di passare all’azione e alla fase pratica del libro di istruzioni dell’azienda.

Proprio come Amazon, Flipkart ha affinato in un lungo arco di tempo i suoi servizi, vendendo libri prima di allargarsi ad altri prodotti, e dopo un lento inizio ha attirato l’attenzione degli investitori. Nel 2009 ha messo insieme finanziamenti che ne hanno portato la valutazione a 4 milioni di dollari; nel 2010 a 50; nel 2012 a un miliardo e nel luglio dell’anno scorso a 15 miliardi di dollari, diventando di fatto la società indiana su internet di maggior valore. «In termini di quote di mercato, finanziamenti e brand, siamo riusciti ad affermarci in pochissimo tempo», ha riferito quest’anno al Financial Times Sachin Bansal. Ma anche le perdite galoppano con la stessa rapidità. Le ultime certificazioni di Flipkart presentate agli organi di regolamentazione di Singapore, dove è domiciliata, hanno evidenziato introiti per 102 miliardi di rupie (1,5 miliardi di dollari) nell’anno conclusosi nel marzo 2015, con una perdita al lordo delle imposte di 29,8 miliardi di rupie, in aumento rispetto alle cifre dell’anno precedente, rispettivamente 29,4 miliardi di rupie e 10,3 miliardi di rupie. E anche se il forte entusiasmo degli investitori per Flipkart è continuato ben dopo l’ingresso sul mercato di Amazon, già si notano evidenti segni di declino rispetto alla rapida crescita di Amazon India, che nel giugno scorso ha ricevuto da Bezos la promessa di finanziamenti per altri tre miliardi di dollari.

Un fondo gestito da Morgan Stanley quest’anno ha ribassato per due volte la sua partecipazione azionaria in Flipkart, assegnandole una valutazione di 9,4 miliardi di dollari, nettamente inferiore. Anche altri azionisti si sono comportati nello stesso modo. I trend dei finanziamenti lasciano trapelare una netta svolta nel comune sentire. Nei nove mesi antecedenti alla fine di giugno, secondo Tracxn, una società di ricerche, le aziende indiane impegnate nel settore tecnologico hanno messo insieme 3,1 miliardi di dollari, in netto ribasso rispetto ai 6,7 miliardi di dollari raccolti nei nove mesi precedenti. Amministratori delegati e investitori dicono che il rallentamento è stato innescato in parte dai bruschi crolli delle azioni tecnologiche negli Stati Uniti e in Cina dell’estate scorsa e molti sostengono che le aziende hi-tech indiane ben amministrate saranno ancora in grado di attirare capitali, dato che il flusso degli investimenti è ben lontano dall'affievolirsi.

ShopClues, una piattaforma di e-commerce, a gennaio è diventata il nono “unicorno” indiano grazie a una serie di round di finanziamento che ha visto primeggiare GIC, il fondo sovrano di Singapore. Perfino Sandeep Aggarwal, cofondatore di ShopClues, si rende conto del clima più freddo per ciò che concerne i finanziamenti. «La paura di restare tagliati fuori era tale che gli investitori investivano a raffica e senza fare distinzioni. Poi, quando il mercato ha iniziato a rallentare, la realtà li ha colpiti dritti in faccia». Quel colpo è stato particolarmente violento per Nikesh Arora, ex dirigente di Google diventato uno dei più importanti investitori nel settore dell’hi-tech indiano dopo essere stato assunto da SoftBank nel 2014. Dopo poche settimane dalla sua nomina a presidente, Arora ha effettuato investimenti di oltre 800 milioni di dollari nella concorrente di Flipkart, Snapdeal, e in Ola, avversaria di Uber nel servizio di prenotazione passaggi auto con conducente, e ha effettuato iniezioni di capitali ancora più ingenti in altre società del settore hi-tech indiano.

Il disappunto degli azionisti è aumentato ancor più quando le vendite di Snapdeal sono calate vistosamente, collocandosi ben dietro Flipkart e Amazon. Ola ha tagliato drasticamente i suoi prezzi per scongiurare un assalto in piena regola da parte di Uber, che si prevede che raddoppierà i suoi sforzi in India dopo aver venduto la settimana scorsa le sue attività in Cina al rivale Didi Chuxing. A giugno, poco dopo essere stato assolto da un’indagine interna innescata da accuse di condotta impropria da parte di anonimi investitori– motivate in buona parte dal suo coinvolgimento negli investimenti indiani – Arora ha rassegnato le sue dimissioni da Soft Bank. Sia l’uno sia l’altra smentiscono che il suo allontanamento sia dovuto a queste rimostranze, ma la sua breve carriera presso il gruppo giapponese è considerata da alcuni investitori in India un episodio di cui tener conto e dal quale trarre una morale: in sintesi, essa riassume gli alti e bassi vissuti dal settore negli ultimi due anni.
Per alcuni imprenditori il più calmo mercato finanziario degli ultimi mesi è stato quasi un sollievo. «Siamo molto contenti che quella fase si sia conclusa. Sul lungo periodo, è la cosa più giusta per l’azienda e per il Paese» dice Rohit Bansal, cofondatore di Snapdeal. «Nessuna azienda può vivere limitandosi a raccogliere finanziamenti dagli investitori».

Malgrado il loro nuovo status a livello globale, le aziende più importanti dell’e-commerce cinese sono state particolarmente lente ad avventurarsi all’estero. In India la loro espansione si è limitata a investimenti di portafoglio: Didi Chuxing ha acquistato una parte delle azioni della sua controparte Ola, mentre Alibaba ha investito in Snapdeal e in PayTM, un’azienda di pagamenti e di e-commerce. In ogni caso, Alibaba a marzo ha annunciato che era impegnata a programmare l’inizio delle sue operazioni in India già quest’anno, e pare quindi che il Paese si prepari a diventare il primo importante mercato nel quale si disputerà una battaglia a oltranza per la supremazia tra aziende di e-commerce locali, Stati Uniti e Cina: lo ha detto Nandan Nilekani, cofondatore di Infosys, il gruppo di servizi di IT. Nilekani, che oggi è investitore in venture capital, sostiene che le aziende che hanno nicchie meno esposte alla concorrenza di investitori esteri ben forniti sono proprio quelle che hanno maggiori possibilità di successo. Tra queste vi sono gruppi che studiano con cura le offerte su misura da presentare ai molti milioni di cittadini indiani che muovono i primi passi su internet, in genere per mezzo di smartphone a basso costo e acquistati di recente.

Tra queste aziende c'è Daily Hunt, un aggregatore di notizie che fornisce contenuti nelle lingue locali invece che in inglese. Quando gli è stato chiesto di mostrare il prodotto in questione, Virendra Gupta, amministratore delegato di Daily Hunt, ha preso il suo smartphone di fabbricazione cinese, di bassa gamma e poco alla moda, e ha aspettato pazientemente che la sua connessione dati a 2G scaricasse tutti i download. Secondo Gupta, questo inconveniente è parte di uno sforzo volto a comprendere il suo target: poiché il suo interesse si concentra sui prossimi «400 milioni» di utenti indiani del web, non ha invece grande pazienza per le domande relative al numero di aziende indiane che secondo lui meritano una valutazione da un miliardo di dollari. «La gente si precipita subito da un’altra parte, non appena si afferma un modello di successo, e lo assedia con un effetto moltiplicatore. È importante che chi investe nelle aziende si renda conto che la crescita ci sarà, ma in India richiederà un po' più di tempo. Gettare via i soldi non risolve i problemi».

Flipkart è per volume di scambi il mercato più grande dell’India. Ha iniziato a vendere libri prima di espandersi e di occuparsi di prodotti di ogni tipo. Fondata nel 2007. Valutazione all’ultima raccolta di fondi: 15 miliardi di dollari (maggio 2015).

InMobi è una piattaforma per acquistare pubblicità su telefonia mobile, in concorrenza con Google e Facebook. Fondata nel 2007. Valutazione all’ultima raccolta di fondi: 2,5 miliardi di dollari (dicembre 2014).

Mu Sigma è una società di analisi dati che opera negli Stati Uniti e in India. Fondata nel 2004. Valutazione nota all’ultima raccolta di fondi: 1,5 miliardi di dollari (febbraio 2015).

Zomato è una guida online ai ristoranti che offre servizi di prenotazione e consegne di piatti pronti a domicilio. Fondata nel 2008. Valutazione all’ultima raccolta di fondi: un miliardo di dollari (aprile 2015).

Ola è un’app di prenotazione di passaggi in automobile in aperta concorrenza con Uber. Fondata nel 2010. Valutazione all’ultima raccolta di fondi: 5 miliardi di dollari (novembre 2015).

PayTM è una piattaforma per acquisti online e pagamenti, sostenuta dalla cinese Alibaba. Fondata nel 2010. Valutazione all’ultima raccolta di fondi: 3,4 miliardi di dollari (settembre 2015).

Quikr è un sito di annunci economici che si occupa di pagamenti e consegne. Fondata nel 2008. Valutazione all’ultima raccolta di fondi: un miliardo di dollari (aprile 2015).

ShopClues è un sito di e-commerce con un modello di business a capitale light. Non possiede alcun deposito. Fondata nel 2011. Valutazione all’ultima raccolta di fondi: 1,1 miliardi di dollari (gennaio 2016).

Snapdeal ha iniziato offrendo buoni sconti, ma dopo un anno è diventato un sito di vendite online di ogni tipo. Fondata nel 2010. Valutazione all’ultima raccolta di fondi: 6,5 miliardi di dollari (febbraio 2016).

Copyright The Financial Times Limited 2016
(Traduzione di Anna Bissanti)

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