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Mancano impianti: ecco perché i rifiuti finiscono incendiati nei capannoni

di Jacopo Giliberto


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(Ansa)

7' di lettura

I capannoni pieni di rifiuti? Quelli che poi bruciano? Manca il mercato, paralizzato da norme “ambientaliste” nemiche del riciclo, come i tentativi dei burosauri per bloccare il settore introducendo norme “end-of-waste” contrarie al riutilizzo dei rifiuti. In questo modo gli impianti di rigenerazione si fermano.

Così intermediari di comodo o imprese occasionali dall’etica leggera prendono in affitto a decine e a centinaia i capannoni vuoti, con contratti farlocchi, e li riempiono nel tempo più rapido possibile di residui che non trovano il mercato del riciclo. E poi fuggono, abbandonando i rifiuti agli inconsapevoli proprietari dei capannoni.

Il fenomeno non nasce dalla malavita classica, dalle grandi mafie: è una soluzione di ripiego indotta dalle pazzie burocratiche e adottata da piccole imprese del sommerso, quel sottobosco della fattura labile, dei lavoretti di ripiego e dei dipendenti fantasia.
Nelle settimane scorse sono stati scoperti capannoni intasati di rifiuti nella zona di Rimini, nel Torinese, nel Milanese, in Sardegna ma anche in Campania. Ma se ne scoprono ogni giorno una quantità innumerevole. Solamente alcuni capannoni vengono divorati dalle fiamme, per esempio se c’è il sospetto di essere scoperti com’è avvenuto in ottobre per l’Ipb di Milano oppure per il capannone andato a fuoco un anno fa a Corteolona. La maggior parte invece restano così, abbandonati e pieni. Per scrivere l’articolo che segue sono state ascoltate anche fonti informative confidenziali che non è stato possibile mettere “in chiaro”, fra le quali magistrati, ufficiali delle forze dell’ordine, politici.

Il mercato dell’ecomafia
Difficile - forse impossibile - contabilizzare il valore economico dell’ecomafia, cioè il crimine contro l’ambiente. Una primaria associazione ecologista, la Legambiente, in un rapporto ha provato a stimare un fatturato presuntivo e non accertabile nemmeno dall’Agenzia delle entrate, cioè ha immaginato che gli ecoreati nel 2017 abbiano espresso un giro d’affari per 14,1 miliardi di euro, in crescita accelerata del 9,4%. Molto dipende da come si contano questi reati: oltre al traffico di rifiuti, nel censimento la Legambiente ha sommato l’abusivismo edilizio, le cosiddette “agromafie”, “zoomafie” e la categoria “archeomafia” dei tombaroli, gli incendi dei boschi, l’uso nel 60% dei casi di sacchetti non biodegradabili per la spesa.
In fatto è che la maggior parte di quelli che sono abitualmente classificati ecoreati non sono frutto di mafia, di criminalità organizzata, di ecocamorra. Ci sono anche questi fenomeni, beninteso. Ma nella maggior parte dei casi sono reati d’impresa.

«Dalla mia esperienza diretta ho notato che una buona fetta è formata da reati ambientali determinati da imprenditori che si muovono, a volte consapevolmente ma a volte no, con una legislazione contraddittoria, difficile da capire e applicare, con maglie larghe per l’interpretazione personale», osserva per esempio Alessandro Bratti, direttore generale dell’Ispra e, quand’era parlamentare, presidente della commissione bicamerale Ecomafie.
Insomma, anche gangster dell’ecologia, ma non solamente.
I fenomeni come la cosiddetta “Terra dei Fuochi”, ovvero lo smaltimento abusivo dei rifiuti industriali pericolosi condotto dalle camorre, oggi non sono più comuni: oggi il fenomeno più diffuso è il riempimento abusivo di capannoni , che vengono intasati di materiali riciclabili che non trovano la destinazione del riciclo. E che ogni tanto (non sempre) finiscono in fiamme.

Le statistiche dei reati (compresi quelli farlocchi)
Nel 2017 boom di arresti per crimini contro l’ambiente e di inchieste sui traffici illegali di rifiuti. La Campania rimane in testa per il numero di reati, concentrati per il 44% nelle regioni a tradizionale presenza mafiosa. Nel settore dei rifiuti la percentuale più alta di illeciti su scala nazionale, e 17mila le nuove costruzioni abusive. Le stime si basano soprattutto sulle indagini avviate dalle forze dell’ordine, dalle denunce, dai fascicoli aperti. Ma solamente una piccola parte di questa attività repressiva si cui si basano i censimenti delle ecomafie arriva a una conclusione.

Come osserva uno studio dell’IstatI reati contro l’ambiente e il paesaggio: i dati delle Procure», luglio 2018), gli ecoreati denunciati con spreco di indignazione e di condanna morale finiscono in nulla addirittura nel 45,4% dei casi, quasi in un caso su due, casi che si sono chiusi spesso senza nemmeno chiedere scusa alle persone accusate ingiustamente.
In novembre l’Ispra ha presentato un rapporto sul danno ambientale del Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente; in questo studio la Campania si rivela la seconda regione in Italia per istruttorie di violazione — 25 per l’esattezza — accanto la Puglia e abbondantemente dietro le 38 della Sicilia. In 12 mesi il sistema nazionale di protezione ambientale ha aperto 217 dossier su «deterioramento, significativo e misurabile, provocato a specie e habitat protetti, a fiumi e laghi o al suolo».
Le statistiche dell’Ispra evidenziano che «la maggior parte delle istruttorie è associata a illeciti nella gestione dei rifiuti», con un 41% contro il 19% delle violazioni in materia di edilizia e paesaggio; l’8% sono gli ecoreati propriamente detti. I 217 casi di danno ambientale di dividono in due categorie: 184 si inseriscono in procedimenti giudiziari per reati ambientali ovvero casi di illeciti che finiscono davanti ai tribunali e per i quali il ministero dell’Ambiente può richiedere la riparazione del danno; gli altri 33 sono, invece, casi stragiudiziali che si avviano quando enti pubblici, cittadini, comitati o associazioni ambientaliste chiedono, attraverso le prefetture, l'intervento del ministero denunciando potenziali danni all’ambiente.

Che cosa dice invece il rapporto Ecomafia della Legambiente. Secondo lo studio dell’associazione, «mai nella storia del nostro Paese sono stati effettuati tanti arresti per crimini contro l’ambiente come nel 2017, mai tante inchieste sui traffici illeciti di rifiuti». Dal rapporto spiccano le 538 ordinanze di custodia cautelare emesse per reati ambientali nel 2017 (139,5% in più rispetto al 2016). Un risultato importante sul fronte repressivo frutto sia di una più ampia applicazione della legge 68, come emerge dai dati forniti dal ministero della Giustizia (158 arresti, per i delitti di inquinamento ambientale, disastro e omessa bonifica, con 614 procedimenti penali avviati, contro i 265 dell’anno precedente) sia per il vero e proprio balzo in avanti dell'attività delle forze dell'ordine contro i trafficanti di rifiuti: 76 inchieste per traffico organizzato (erano 32 nel 2016), 177 arresti, 992 trafficanti denunciati e 4,4 milioni di tonnellate di rifiuti sequestrati (otto volte di più rispetto alle 556 mila tonnellate del 2016).
Il settore dei rifiuti è quello dove si concentra la percentuale più alta di illeciti, che sfiorano il 24%. Dice il presidente della Legambiente, Stefano Ciafani: «Servono altri interventi, urgenti, per dare risposte concrete ai problemi del paese. La lotta agli eco criminali deve essere una delle priorità inderogabili del governo, del parlamento e di ogni istituzione pubblica, così come delle organizzazioni sociali, economiche e politiche».

Gli incendi dei capannoni e i nuovi reati
Quello che non viene ancora rilevato dai censimenti è il fenomeno dei riempimento di capannoni con rifiuti o con materiali riciclabili.
Mentre amministrazioni e uffici pubblici si oppongono a qualsiasi semplificazione, la domanda di prodotti rigenerati di qualità impeccabile è ancora modesta ma al tempo stesso l’offerta di materiali rigenerabili di qualità mediocre data dalla raccolta differenziata è molto alta. E il sistema si intasa.
Non è la criminalità a generare questa crisi: è la crisi a creare spazio a comportamenti di facili costumi, comportamenti nei quali talvolta entra anche la criminalità organizzata.
Nei fatti, i carabinieri ambientali del Noe, i magistrati, i carabinieri forestali e le altre istituzioni stanno sequestrando a centinaia i capannoni riempiti di spazzatura, soprattutto plastica e carta da selezionare.

Come funziona il meccanismo? Imprenditori dall’etica molto flessibile — in genere intermediari — fanno prendere in affitto da prestanomi gli infiniti capannoni abbandonati. La finalità dichiarata può essere qualunque: per esempio (è un caso realmente rilevato) il deposito di materiali fieristici. Poi nel tempo più veloce possibile, incassati i soldi per assicurare lo smaltimento dei rifiuti, i camion pieni di immondizia non vanno a scaricare nel costosissimo inceneritore bensì prendono la strada del capannone vuoto. Bisogna riempirlo nel tempo più accelerato possibile. E appena pieno, si smette di pagare l’affitto (se mai lo si è pagato). Sarà il proprietario del capannone, all’ennesimo sollecito, ad andare a visitare l’immobile e a scoprirlo pieno di spazzatura, e a subire l’onta del risanamento.

I REATI CONTRO L'AMBIENTE
I REATI CONTRO L'AMBIENTE
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Ecco perché bruciano i capannoni di rifiuti
E gli incendi? Secondo gli esperti, le centinaia di incendi che danneggiano i rifiuti possono avere molti motivi. I quattro motivi che seguono sono solamente i più ricorrenti ma non i soli motivi del fuoco.
1 - Motivo spontaneo o involontario. Spesso l’innesco è involontario: i rifiuti fermentabili sviluppano metano in mezzo a rifiuti altamente combustibili come carta e plastica, e gli impianti di selezione e trattamento sono pieni di quadri elettrici, cavi, motori che possono scintillare e innescare le fiamme.
A dispetto di quanto pensano molti, l’autocombustione è il motivo più ricorrente.
2 - Minaccia o ricatto. Raramente, l’incendio di rifiuti è per colpire un concorrente o un’azienda che non si piega al ricatto. Ma è raro che ciò avvenga, spiegano gli esperti: i rifiuti che bruciano offrono in genere il vantaggio commerciane di non dovere spendere per smaltirli.
3 - Fare sparire le prove. Talvolta l’incendio dei propri rifiuti stoccati abusivamente in un capannone serve a fare sparire le prove di un illecito più grave, di un traffico più complesso, di tipologie irregolari di rifiuti. In molti casi è la risposta per sfuggire al sospetto di un’indagine o di un controllo imminente.
Questo il caso dell’Ipb di Milano oppure del capannone di Corteolona nel Pavese: dopo alcune segnalazioni sul viavai di camion misteriosi in entrambi i casi ci furono ispezioni e pochi giorni dopo i depositi furono dati alle fiamme.
4 - Crisi aziendale. In qualche caso l’incendio è un modo per risolvere una crisi aziendale, commerciale, imprenditoriale. Per esempio, il mercato si è ristretto e non si trovano fornitori disposti ad accettare il materiale; oppure i conti aziendali sono disastrati e non vi sono le risorse per spendere in uno smaltimento corretto; o ancora le compagnie d’assicurazione non concedono più le fideiussioni sempre più esigenti imposte dalle normative.

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