Elezioni amministrative

Manfredi, l’ex ministro-ingegnere con cui Pd e M5S vogliono conquistare Napoli

Dopo un iniziale rifiuto l’ex rettore dell’università Federico II è in corsa per la successione a de Magistris. Per il centrodestra in campo il magistrato Maresca

di Riccardo Ferrazza

Amministrative Napoli, Maresca: "Manfredi? Se ha trovato 5mld in 5 giorni è Mandrake"

3' di lettura

Al momento è l’unico nome sul quale Pd e M5S (con l’aggiunta di Leu) hanno trovato un accordo fin dal primo turno nella partita delle amministrative d’autunno nelle grandi città. Dopo aver inizialmente rifiutato la candidatura, Gaetano Manfredi ha deciso di correre alle elezioni per il sindaco di Napoli: sarà lui il candidato di centrosinistra. Con l’ex rettore dell’università Federico II si completa il gruppo dei contendenti alla poltrona che sarà lasciata da Luigi de Magistris dopo due mandati: il magistrato Catello Maresca (che ha ottenuto l’aspettativa dal Csm) per il centrodestra, l’ex sindaco Antonio Bassolino (in rotta con il Pd) e Alessandra Clemente, indicata da de Magistris.

La candidatura dopo il no iniziale

Il nome dell’ex ministro dell’Università come possibile candidato aveva preso a circolare da tempo, già quando le elezioni amministrative dovevano svolgersi in primavera. «Io sindaco? Sto facendo il ministro e mi accontento di questo» aveva risposto a ottobre 2020. Quando negli ultimi giorni la sua candidatura si era concretizzata, però, Manfredi aveva rifiutato l’invito a causa dei pesanti debiti del Comune di Napoli («in queste condizioni» aveva scritto riferendosi alla «situazione economica e organizzativa drammatica» del municipio napoletano, «non posso accettare»).

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Poi è tornato sui suoi passi dopo aver ricevuto rassicurazioni da Roma sulla preparazione di norme in grado di salvare i Comuni in condizioni di bilancio come quello partenopeo. Manfredi, un tecnico di area centrosinistra e quindi figura ideale per far convergere Pd e M5S (voluto anche da Vincenzo De Luca per sbarrare la strada a Roberto Fico), ha avuto colloqui telefonici con il segretario del Pd Enrico Letta e con Giuseppe Conte, e alla fine ha deciso di accettare la candidatura.

Al governo con Conte

Proprio Conte aveva chiamato Manfredi nella squadra del suo secondo Governo imperniato sull’alleanza tra M5S e Pd. Esperienza breve: 400 giorni (da gennaio 2020 a febbraio 2021), coincisi per gran parte con l’emergenza Covid. Negli ultimi giorni del 2019 l’ex presidente della Crui (Conferenza dei rettori delle università italiane) era stato chiamato a sostituire Lorenzo Fioramonti dopo l’uscita di scena, nei giorni di Natale, dell’allora ministro dell’Istruzione con la decisione conseguente di “spacchettare” in due il dicastero dell’Istruzione: alla Scuola andò Lucia Azzolina (che era già sottosegretario nel dicastero di viale Trastevere), all’Università e alla Ricerca Manfredi.

Consigliere nel Prodi II

Nato a Ottaviano il 4 gennaio 1964, residente a Nola, si è laureato in ingegneria nel 1988 all’Università degli Studi di Napoli Federico II, dal 1998 è professore di tecnica delle costruzioni. Sposato con Cettina Del Piano, medico, compagna di classe al liceo, hanno una figlia ventenne, Sveva. È fratello di Massimiliano Manfredi, esponente del Pd e deputato per una legislatura (2013-2018). Durante il governo Prodi II Manfredi fu nominato consigliere del ministro per le Riforme e le innovazioni nella Pubblica amministrazione Luigi Nicolais (capo segreteria era il fratello Massimiliano).

L’impegno per il Sud

Congedandosi dal suo incarico al ministero lo scorso 13 febbraio Manfredi aveva detto: «Nella mia vita ho sempre testimoniato un Sud che cammina a testa alta, capace di confrontarsi alla pari in Italia ed all’estero. Un Sud fatto da tantissimi giovani di talento che spesso non hanno l’opportunità di crescere e realizzarsi nei loro territori. Nella ricostruzione del Paese non ci dimentichiamo di loro. Io non me ne dimenticherò». In una delle ultime interviste da ministro Manfredi aveva rivendicato i numeri del suo impegno per la ricerca sottolineando che «il Recovery Plan prevede investimenti in ricerca da qui al 2026 per 12 miliardi, oltre 3,6 miliardi per la formazione universitaria. Di tutto ciò, quindi 15 miliardi, stimiamo che almeno il 40% debba essere speso nel Mezzogiorno».

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