Visioni

Manifesto del tempo nuovo

Che giorno è oggi? Durante il lockdown girava un meme che diceva: «Marzo è stato il peggior anno della mia vita». E in effetti sembrava davvero trascorso un tempo infinito da quando era iniziato l'isolamento: ancora oggi i ricordi della vita precedente ci appaiono lontani e confusi come dispacci da un'epoca preistorica, irraggiungibili e profumati come cartoline dalla nostra infanzia. Allora, che giorno è oggi?

di Francesco Guglieri

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The Great Floral

Che giorno è oggi? Durante il lockdown girava un meme che diceva: «Marzo è stato il peggior anno della mia vita». E in effetti sembrava davvero trascorso un tempo infinito da quando era iniziato l'isolamento: ancora oggi i ricordi della vita precedente ci appaiono lontani e confusi come dispacci da un'epoca preistorica, irraggiungibili e profumati come cartoline dalla nostra infanzia. Allora, che giorno è oggi?


5' di lettura

Il tempo di ieri. Secondo lo storico Georges Duby, un contadino francese del Medioevo molto probabilmente ignorava in che anno vivesse e a stento era a conoscenza del re che regnava in quel periodo. Del resto a che cosa gli serviva saperlo? La sua vita era identica a quella dei suoi genitori e dei genitori dei suoi genitori e così per secoli. Il mondo in cui abbiamo vissuto noi, invece, è stato quello in cui i processi di cambiamento erano “intragenerazionali”: tutto cambiava più o meno profondamente durante il corso di una stessa generazione.

La sensazione era sempre quella di correre mentre dietro ti rotolava una gigantesca palla di pietra, come capita a Indiana Jones. In tutto questo la tecnologia ha giocato un ruolo fondamentale: gli anni Dieci hanno distrutto il nostro senso del tempo. Stando su Internet eravamo immersi in un “tempo algoritmico”, senza profondità né memoria, cadenzato dalla timeline dei social e sagomato sui nostri desideri dagli algoritmi, appunto. Dicevano che la tecnologia avrebbe liberato il tempo: in realtà l'aveva irreggimentato. Passavamo il tempo a fare liste delle cose da fare, più che a farle direttamente. C'era un intero, enorme mercato dell'ottimizzazione del tempo: bullet journal per organizzare impegni e desideri, app per mettere da parte articoli che non avremmo mai letto, corsi di detox digitale che ci venivano pubblicizzati mentre compulsavamo Instagram come ludopatici davanti a una slotmachine. Mindfulness nel tempo libero così da essere poi più produttivi nel tempo del lavoro. Era La società della stanchezza di cui parla il filosofo Byung-chul Han. Poi il mondo è cambiato non nel giro di una generazione o meno, ma nel giro di una settimana.

Swiss clock Mantle

Il tempo di oggi. È come se, a forza di accelerare, il tempo si fosse spezzato, fosse andato out of joint, fuori di sesto, come diceva Amleto. Il fatto è che la pandemia – o meglio: la percezione della pandemia, il senso che proviamo a dare a questo evento – ha a che fare soprattutto con il tempo. La catastrofe che abbiamo vissuto è stata, a livello psicologico, una catastrofe del tempo. «Che giorno è oggi?», me lo chiedevo ogni mattina. Sulla lavagna della cucina ho iniziato a segnare con delle stanghette i giorni che passavano raggruppati in settimane che poi sbarravo, come i carcerati nei film americani. In realtà, questa perdita del senso del tempo ha una spiegazione scientifica. I neuroscienziati lo chiamano oddball effect: è quella dilatazione temporale che il nostro cervello mette in atto quando è esposto a segnali ripetuti intervallati da rari cambiamenti. È l'eredità biologica del cervello primitivo, quando migliaia di anni fa, fragili prede di animali feroci, dovevamo accorgerci immediatamente dell'irrompere di una tigre nel panorama sempre uguale di una giungla. Oggi come allora, è come se il nostro cervello attivasse la moviola.

Il tempo di domani. A un certo punto alcuni, i migliori di noi, hanno capito che la cosa da fare durante la quarantena era una soltanto: niente. Jenny Odell è una giovane artista e scrittrice californiana che l'anno scorso ha pubblicato How To Do Nothing: Resisting the Attention Economy, inserito anche da Barack Obama tra le sue letture dell'anno, dove racconta delle vere e proprie strategie di resistenza alla logica che estrae profitto (per altri) dalla nostra ansia, nonché dall'invidia e dal desiderio di fuga che nutriamo. E si può fare, questa resistenza, solo riconquistando il tempo: il tempo dell'osservazione dell'ambiente intorno noi, della parola con chi abbiamo accanto, dello stop sul registratore. L'idea, ne parla anche Gianfranco Marrone nell'appena uscito La fatica di essere pigri (Raffaello Cortina), è che soltanto la pigrizia ci salverà, soltanto il non fare niente permette di uscire dalla ruota del samsara, o da quella del criceto che corre sempre più veloce. Ogni volta che controllavamo Twitter mentre eravamo con un'altra persona era come se le avessimo urlato: «Non voglio essere qui dove sono!».

Ecco, il lockdown, bloccandoci così a lungo in uno stesso ambiente, è come se ci avesse costretti a domandarci: voglio davvero che la mia vita sia soltanto un costante desiderio di essere altrove? La quarantena è stato un tempo sospeso, dolente e trasformativo: come il viaggio dell'eroe nelle fiabe. Acquista un senso solo se all'uscita ci trova diversi da come eravamo all'inizio. E, quindi, come sarà il tempo di domani? Cosa ci porteremo dall'altra parte, nel “dopo”? Saremo costretti a ripensare il nostro rapporto con il tempo, la noia, l'attesa. Impareremo ad accettare le code e le limitazioni agli spostamenti che saranno più difficili; le distanze torneranno ad allungarsi un po', tra individui e tra luoghi. Saremo sfasati: andremo in ferie in tempi differenti dell'anno, entreremo in ufficio e a scuola a orari scaglionati.

Nei ristoranti non ci saranno assurde e distopiche lastre di plexiglas, ma avremo locali con meno coperti e più spazio tra i tavoli. Ci saranno un'infinità di abitudini da reinventare: ma sono, appunto, abitudini e tra qualche tempo ripenseremo a quelle di prima con lo stesso stupito disagio con cui adesso ricordiamo che si poteva fumare nei cinema o nei ristoranti. Eppure il tempo di domani sarà un tempo nuovo solo se avremo la generosità curiosa e imprevedibile di immaginarlo davvero diverso. La tecnologia è entrata ancora di più nelle nostre vite: ci è entrata a livello psichico, sentimentale, facendosi carico dei nostri affetti, delle nostre fragilità. Ha mostrato il suo potere di unire, non solo quello di isolarci: ma per non farcene avvelenare dovremo disinnescare i meccanismi dell'economia dell'attenzione, liberarci da quella perenne, bulimica sensazione di stimolo che drena consapevolezza e restituisce solo una drogata scarica di endorfine. È finita l'epoca del “troppo ma non tutto”. Non si tratta di fare un inno alla decrescita, ma di inventarsi una crescita nuova. In cui il valore non è legato alla produttività, ma alla cura e alla presenza. Rifiutare l'idea che il presente che stiamo vivendo e le persone che sono con noi qui e ora non siano abbastanza.

Capire che l'adagio “non esiste la società ma solo gli individui” è un ferro vecchio della storia che ci ha portato in questo cul-de-sac. Al contrario, esiste solo la società. Anzi, meglio: esistono le società, le società composte da individui umani e non umani, piante, animali, tutto interconnesso. Questo è il tempo nuovo. Quello della consapevolezza che ecosistema naturale, sociale e digitale coincidono e che, se non ce ne prendiamo cura, ne pagheremo le conseguenze. Di nuovo.

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