L’INIZIATIVA DEI SENATORI DEL PD

Manovra, il 9 decide la Consulta ma nessun rischio esercizio provvisorio

di Emilia Patta

Pd in piazza contro la manovra, i militanti gridano: "Unità!"


4' di lettura

Detto, fatto. Il capogruppo del Pd al Senato Andrea Marcucci e altri 36 senatori del Pd depositano il ricorso con cui viene sollevato conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato sull’iter di approvazione della legge di bilancio e a stretto giro di posta il presidente della Corte Giorgio Lattanzi dispone che l’ammissibilità del conflitto sia trattata nella camera di consiglio del 9 gennaio. E ora che cosa accadrà? Se il ricorso dovesse venire accolto e le ragioni dei ricorrenti riconosciute legittime il Paese rischia di ritrovarsi senza legge di bilancio, con l’esercizio provvisorio? Teoricamente anche questo esito è possibile: dipenderà tutto dalla decisione dei giudici costituzionali. Ma è un esito altamente improbabile.

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L’obiettivo non è l’esercizio provvisorio
Gli stessi ricorrenti hanno scelto di presentare il ricorso prima dell’approvazione finale della legge di bilancio, con la discussione ancora aperta alla Camera, e quindi prima della promulgazione da parte del Capo Stato Sergio Mattarella (il 31 dicembre è l’ultimo giorno utile): una scelta non casuale, perché l’obiettivo non è la cancellazione della legge di bilancio con conseguente esercizio provvisorio né il coinvolgimento del Capo dello Stato. L’obiettivo dei ricorrenti - un pool di avvocati di varia tendenza politica: Caravita, Cecchetti, de Vergottini, Falcon, Lucarelli, Onida, Randazzo - è focalizzato tutto sul rapporto tra governo e Parlamento e sulla violazione, a loro avviso, dell’articolo 72 della Costituzione.

L’articolo 72 della Costituzione
Che vale la pena di rileggere: «Ogni disegno di legge, presentato ad una Camera è, secondo le norme del suo regolamento, esaminato da una Commissione e poi dalla Camera stessa, che l’approva articolo per articolo e con votazione finale. Il regolamento stabilisce procedimenti abbreviati per i disegni di legge dei quali è dichiarata l’urgenza. Può altresì stabilire in quali casi e forme l’esame e l’approvazione dei disegni di legge sono deferiti a Commissioni, anche permanenti, composte in modo da rispecchiare la proporzione dei gruppi parlamentari (...) La procedura normale di esame e di approvazione diretta da parte della Camera è sempre adottata per i disegni di legge in materia costituzionale ed elettorale e per quelli di delegazione legislativa, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali, di approvazione di bilanci e consuntivi».

Il sì del Senato a un testo «sconosciuto»
Ora, il punto sollevato dal Pd e dagli avvocati che hanno preparato il ricorso avvalendosi della collaborazione di molti costituzionalisti non è la decisione del governo di apporre la fiducia sulla legge di bilancio. Fatto per altro ormai consueto da molti anni. Il punto è su quale testo il governo ha messo la fiducia in Senato: un testo che neanche la commissione Bilancio ha potuto esaminare e licenziare e che dunque i senatori non hanno “visto”. Almeno dal 2001, grazie al cosiddetto lodo Pera-Morando, la fiducia sulla manovra economica èstata messa sempre sul testo licenziato dalla commissione.

Probabile «monito» dei giudici per il futuro
Un possibile esito del ricorso, se i giudici costituzionali decideranno di accoglierlo, potrebbe essere i l “monito” per il futuro: la legge di bilancio resta in vigore ma si richiama il governo e il Parlamento, per il futuro, a non apporre la fiducia su un testo se prima non sia stato esaminato almeno in commissione. Ribadendo in questo modo un principio costituzionale senza interrompere la continuità dell’ordinamento. Così come la Consulta ha deciso di fare in passato in almeno due occasioni: la Robin Hood tax e la legge elettorale Porcellum.

Il nodo dei soggetti che possono sollevare il conflitto
Ma c’è una questione preliminare non di poco conto: la Consulta potrebbe rigettare il ricorso perché i soggetti ricorrenti non hanno lo “standing” per poter sollevare conflitto di attribuzione tra poteri dell0 Stato. Secondo l’articolo 37 della legge 83 del ’53 tali soggetti possono essere il presidente della Repubblica, il Governo (presidente del Consiglio e ministri) e il Parlamento nelle figure dei presidenti delle Assemblee (e per esteso anche presidenti di commissione). Tuttavia secondo i proponenti, come spiega il deputato e costituzionalista del Pd Stefano Ceccanti, «è ragionevole pensare in termini garantistici sia nel rapporto esecutivo-legislativo sia in quello maggioranza-opposizione che anche un gruppo di parlamentari superiore al dieci per cento dell’Assemblea (il parametro dell’articolo 94 della Costituzione per presentare una mozione di sfiducia), in particolare su una legge così decisiva come quella di bilancio, possa essere equiparato a potere dello Stato ai sensi dell’articolo 134 della Costituzione».

Presidente del Senato e governo come «controparti»
D’altra parte il soggetto che secondo la legge avrebbe potuto sollevare il conflitto, ossia il presidente dell’Assemblea di Palazzo Madama, è per i ricorrenti «la controparte», avendo consentito di mettere in votazione un testo sconosciuto ai senatori e di saltare l’esame della commissione. Così come controparte è il governo, che si è fatto promotore delle forzature denunciate. Anche per questo aspetto la decisione che prenderà la Consulta sull’ammissibilità il 9 gennaio prossimo è molto importante, e in un caso o nell’altro segnerà una spartiacque.

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