ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùIl documento programmatico di bilancio

Manovra: i 9 miliardi per il taglio al cuneo contesi tra contributi, Irpef e Irap

Nel pomeriggio in approda in Consiglio dei ministri il documento da inviare a Bruxelles, che offrirà la radiografia dei pesi assegnati alle diverse componenti della manovra

di Marco Mobili e Gianni Trovati

Reddito, pensioni, cuneo: si stringe sulla Manovra

3' di lettura

Arriva il giorno della verità per la prima manovra da 24-25 miliardi del governo Draghi. Nel pomeriggio arriverà in consiglio dei ministri il Documento programmatico di bilancio da inviare a Bruxelles (all’appello comunitario anche quest’anno manca solo quello italiano), dopo che la cabina di regia politica convocata per questa mattina sarà chiamata a fissare l’ultima parola sulle questioni aperte. Una su tutte, lo sforzo da dedicare al taglio del cuneo fiscale-contributivo sul lavoro. Da lì dipenderà molto della strategia pro-crescita che il premier Draghi e il ministro dell’Economia Franco hanno individuato a più riprese come il compito essenziale della legge di bilancio.

La discussione sul cuneo fiscale

Anche se per l’articolato potrebbe rivelarsi necessario qualche giorno in più, saranno le tabelle del Dpb a offrire la radiografia dei pesi assegnati alle diverse componenti della manovra. Al capitolo dedicato al cuneo fiscale dovrebbero arrivare 8-9 miliardi, ma nel governo la discussione è accesa su come utilizzarli. Al punto che sul tavolo domina l’ipotesi di costruire in legge di bilancio un fondo destinato alla riduzione della pressione fiscale, da attivare poi con successive misure attuative come accaduto in questi anni per reddito di cittadinanza, Quota 100 e bonus 100 euro.

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In ogni caso il confronto sulla destinazione finale delle risorse è già aperto. Nel governo prende quota l’idea di concentrare i fondi sul taglio dell’Irpef, in un anticipo della riforma fiscale che si concentrerebbe in particolare sulla riduzione del salto d’aliquota dal 27 al 38%; primi destinatari dell’intervento sarebbero quindi i 7 milioni di italiani, in larghissima parte lavoratori dipendenti o pensionati, che denunciano un reddito annuo fra i 28mila e i 55mila euro.

Le tasse sulle imprese

Sempre nell’ottica di accelerare sui contenuti chiave della riforma fiscale, però, non mancano i sostenitori di un avvio concentrato sull’archiviazione dell’Irap. L’addio all’Irap previsto dal Governo come «superamento progressivo» nella delega fiscale approvata ormai due settimane fa ma non ancora inviata alle Camere, per le imprese dovrebbe evitare di ridursi a una semplice sostituzione del tributo regionale con un’addizionale all’Ires. Per due ragioni. La prima è d’immagine, perché l’assorbimento dell’Irap nell’Ires aumenterebbe l’aliquota dell’imposta sulle società rischiando quindi, secondo i critici, di produrre un valore segnaletico negativo soprattutto agli occhi degli investitori stranieri.

Ma c’è anche una questione più direttamente pratica. Perché l’Irap oggi è pagata praticamente da tutte le imprese, comprese quelle in perdita, che però non pagano l’Ires. Il che determina un problema non piccolo per il ministero dell’Economia, che deve far quadrare i conti con un’imposta pagata da una platea di imprese più ridotta di quella delle aziende colpite dall’Irap. Del resto, l’ambizione necessaria a cancellare davvero l’Irap si può misurare in una cifra secca: 12 miliardi, quelli oggi versati dai soggetti privati (l’Irap della Pa è invece solo una partita di giro sul piano dei saldi di finanza pubblica). Una cifra analoga servirebbe d’altronde per mettere mano davvero in modo significativo allo scalone Irpef.

Le richieste delle aziende

Per questo sul tavolo le imprese hanno messo anche un primo intervento mirato sull’Irap proponendo di eliminare dal calcolo del valore della produzione, che determina la base imponibile dell’imposta regionale, gli interessi passivi pagati sull’indebitamento. Un intervento, questo, che proseguirebbe sulla linea de progressivo superamento dell’Irap, di fatto già avviato dal governo Renzi con l’uscita del costo del lavoro dalla base imponibile, che potrebbe ridurre il prelievo di circa 5 miliardi.

L’altro fronte della contesa riguarda i contributi. Nelle scorse settimane i tecnici di Via XX Settembre hanno messo sotto esame la possibile abolizione del contributo Cassa unica assegni famigliari (Cuaf), quasi due miliardi pagati oggi dai datori di lavoro, comprese le famiglie nel caso di colf e badanti.

Sul tavolo c’è anche una decontribuzione a favore del secondo percettore di reddito, con l’obiettivo di favorire anche in termini di costo del lavoro un aumento dell’occupazione femminile che rappresenta uno dei punti deboli più rilevanti nello scenario italiano. Una mossa, questa, che andrebbe in parallelo con l’attuazione dell’assegno unico che porterà con sé anche la rimodulazione dei 5,9 miliardi di detrazioni Irpef oggi legati alla presenza di figli a carico.

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