ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùLe incognite del dopo-crisi

Manovra difficile con rendimenti del BTp in crescita e rischi sul Pil d’autunno

Le prospettive economiche per l’ultimo trimestre 2022 e per il 2023 non sono brillanti. E si innestano sulla crisi di governo in atto

di Gianni Trovati

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3' di lettura

Il rendimento del BTp decennale salito anche ieri fin dalle parti del 3,6% e i 241 punti che lo separano dai titoli tedeschi segnalano che la reazione dei mercati alla caduta del governo Draghi c’è. Ma più che dall’aumento della spesa per interessi, in parte già incorporata nei programmi di finanza pubblica per la quota dovuta al cambio d’orizzonte della politica monetaria, le incognite prodotte dal cortocircuito politico degli ultimi giorni si concentrano sugli spazi per le prossime mosse di politica economica. Spazi politici nel caso del decreto Aiuti-bis, al cui finanziamento pensa la corsa delle entrate registrata nei primi sei mesi dell’anno grazie al buon andamento dell’economia; e spazi politici, tecnici e finanziari per gli interventi d’autunno e la manovra di fine anno, decisamente meno sconfinati di quanto appare dalla valanga di promesse già avviata. Ma andiamo con ordine.

Sugli interessi, già il Def di aprile calcolava in termini nominali 30 miliardi aggiuntivi in tre anni (10,65 miliardi nel 2022) rispetto alle previsioni della Nadef 2021, scritta sul finire dell’epoca dei tassi a zero. Certo, ad aprile il BTp decennale viaggiava poco sopra il 2%, e il programma di finanza pubblica prospettava una risalita dei rendimenti prodotta «dagli annunci e dalle decisioni di politica monetaria della Bce in risposta alle pressioni inflazionistiche» (pagina 79 del Documento) e non certo dall’impennata del rischio politico per la fuga di quasi tutti i partiti della maggioranza dal sostegno al governo guidato dall’ex presidente della Bce.

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Titoli con vita media più lunga

Il lavoro del Tesoro in questi anni ha però alzato un argine il più possibile solido contro il rischio tassi, fatto soprattutto di allungamento della vita media dei titoli. Con l’obiettivo di rendere il più possibile diluito nel tempo l’effetto della febbre sui mercati. Con 100 punti aggiuntivi di rendimento per quattro anni su tutta la curva delle scadenze, hanno calcolato i tecnici del Tesoro, la spesa cresce dello 0,13% del Pil il primo anno (poco meno di due miliardi e mezzo) per salire poi a circa 11,5 miliardi annui (lo 0,53% del Pil) dal quarto anno. Cifre importanti, probabilmente sottostimate visto che i punti in più rispetto ad aprile sono già 150, che si sviluppano però su un orizzonte temporale in genere fuori dai radar di larga parte della politica italiana.

Le prospettive per l’autunno: forte rischio di una gelata

I problemi più immediati sono invece prodotti dal calendario della crisi, piovuta all’apice di una ripresa economica che sarà misurata venerdì prossimo dalla stima preliminare dell’Istat sul secondo trimestre ma dovrà poi affrontare il forte rischio gelata in autunno. Questa dinamica permette la costruzione del nuovo decreto Aiuti, atteso tra la fine della prossima settimana e l’inizio di quella successiva in un formato che sarà probabilmente alleggerito dai problemi politici più che da quelli finanziari. Ma complica drasticamente la vita alla manovra di fine anno, che nonostante il ribollire di promesse già partito ieri dovrà fare i conti con più ordini di vincoli.

In forte calo le stime di crescita per il 2023

Il primo è matematico. Il governo aveva stimato per l’anno prossimo una crescita al 2,4%, la commissione Ue indica invece uno 0,9% (e ieri Oxford Economics ha rilasciato una previsione intorno all’1%); un punto e mezzo di crescita in meno significano 8 decimali di deficit in più. In questo contesto il governo Draghi dovrà costruire a metà settembre una Nota di aggiornamento al Def che si limiterà ad aggiornare i conti a legislazione vigente, da lasciare ai successori che usciranno dalle urne. Il nuovo governo avrà bisogno di una proroga rispetto ai termini ordinari (15 ottobre) per mandare il proprio programma di bilancio a Bruxelles, da negoziare in poche settimane in un contesto di economia in frenata. Il tutto in un contesto dominato dal ricco ventaglio di condizionalità che legano l’attivazione dello «scudo antispread» descritto ieri dalla Bce all’assenza di squilibri macroeconomici, al rispetto dei criteri di bilancio indicati a Bruxelles, alla sostenibilità del debito e all’adozione di politiche in linea con le Raccomandazioni specifiche per Paese.

Tutti temi che faticheranno a entrare nella campagna elettorale ferragostana; ma non nella realtà autunnale.

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