Healthcare Summit del Sole 24 Ore

Manovra, l’industria della salute chiede investimenti e innovazione

di Barbara Gobbi e Rosanna Magnano


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4' di lettura

La manovra per la sanità «sta ferma un giro». Il 2019 presenta infatti un piatto poverissimo sia dal punto di vista delle politiche di investimento sia da quello delle risorse dedicate al fabbisogno sanitario nazionale. «L’ormai consueto miliardo in più per anno fornisce l’illusione di un minimo sostentamento, in realtà non mantiene neppure il potere d’acquisto». Questo il bilancio tracciato da Nino Cartabellotta, presidente della Fondazone Gimbe, al 7° Healthcare Summit del Sole 24 Ore. A fronte di un «modesto impegno» su liste di attesa e borse di studio per specializzandi e futuri medici di famiglia, «rimangono fuori dalla manovra - precisa - indifferibili priorità per evitare il collasso del Ssn: rinnovi contrattuali, sblocco del turnover del personale sanitario, “sdoganamento” dei nomenclatori tariffari dei nuovi Lea, oltre all'eliminazione del superticket».

Le richieste dal pianeta farmaci e biomedicali
Una pioggia di richieste arriva dalle industrie di settore, la componente produttiva di quella white economy che vale l'11% del Pil. Destinatari: il Governo e soprattutto i ministeri di riferimento, a cominciare dalla salute. «Sediamoci a un tavolo, chiudiamo le vecchie pendenze del payback farmaceutico e mettiamo in piedi un nuovo sistema che consenta sia la sostenibilità del Servizio sanitario nazionale che la sostenibilità del fare impresa». A proporlo è Massimo Scaccabarozzi, presidente di Farmindustria, che precisa: «Per il 2013-15 sono stati pagati 900 milioni a ripiano dello sforamento della spesa farmaceutica ospedaliera, metà dei quali oggetto di transazioni in seguito ai contenziosi aperti dalle aziende contro l’Aifa e nati per errori di calcolo; mentre per il 2016 ballano 600 milioni, sub iudice. Ma con transazioni si potrebbero liberare anche questi. Abbiamo pagato tutto quello che era corretto pagare. Per il futuro preferiremmo un sistema più equo e semplificato».

Le quattro priorità per le imprese
Una volta messa una pietra tombale sui contenziosi, le priorità per le imprese del farmaco sono quattro: accesso all’innovazione; equivalenza terapeutica basata su documentate evidenze scientifiche; tutela del brevetto e della proprietà intellettuale; equità e accesso uniforme alle cure in tutto il Paese.
«Parole d'ordine in parte sovrapponibili a quelle dei produttori di medicinali no brand» spiega Stefano Collatina, vicepresidente di Assogenerici, che aggiunge: «In più va prevista la compensazione trasversale tra tetti e fondi, mantenendo ogni avanzo e tutti i risparmi derivanti da equivalenti e biosimilari nel capitolo della farmaceutica. Senza dimenticare che questi prodotti sono indispensabili per la sostenibilità della spesa, a patto che si trovino regole condivise tra Governo e produttori».

Il rilancio del dialogo
Il rilancio del dialogo è una priorità anche per Assobiomedica, l’associazione delle industrie produttrici di biomedicali: «La mancanza di investimenti strutturali - spiega il presidente Massimiliano Boggetti - e il depotenziamento di quelli esistenti generano un’incertezza nella programmazione delle imprese. Se a ciò sommiamo la spada di Damocle del payback di settore - mai decollato ma che ha costretto le imprese ad accantonare le quote in bilancio - ne deriva una pesante riduzione delle possibilità di investimento nel nostro Paese, con conseguenze inevitabili per l'occupazione, la produzione e la commercializzazione. È preoccupante - prosegue Boggetti - che dopo quasi sei mesi d’insediamento del Governo non siamo ancora considerati interlocutori da coinvolgere. Troppo spesso siamo considerati meri fornitori, quando invece, proprio per la specificità e la complessità delle nostre tecnologie, siamo soprattutto partner».

L'approccio «value based» salverà il Ssn
In generale le principali aziende del biomedicale sono impegnate nella scommessa più ardua che il Ssn si trova ad affrontare, se vuole coniugare sostenibilità e qualità: quella di una sanità basata sul valore. Tradotto: gare d’appalto che al di là del mero risparmio tengano conto dell’impatto complessivo per il paziente - e Consip si sta muovendo in questa direzione - e soluzioni innovative per emergenze come la cronicità , perlopiù affidate a progetti pilota, come “Vicini di Salute”, promosso da Philips e Pfizer e centrato sull’uso della telemedicina. «Nel nostro paese - spiega Stefano Folli, Ceo di Philips Italia, Israele e Grecia - il livello di sviluppo della telemedicina è però ancora limitato: le principali criticità sono non solo la carenza degli investimenti, ma anche l’incapacità di convertire le risorse esistenti in budget dedicati; il procurement inoltre è complesso e privilegia una logica di prodotto anziché di soluzione. Per questo è necessario introdurre un cambio di prospettiva e uno sforzo comune, culturale e di processo, così da portare a regime progetti strutturati».

L’ottica del value ha già fatto la differenza nell’accesso dei pazienti alle terapie innovative. «L'esperienza dei nuovi farmaci contro l’epatite C - spiega Valentino Confalone, general manager Gilead Italia - ci ha insegnato che negoziazione e programmazione ragionata possono aiutare il sistema a erogare farmaci che da un lato possono fare la differenza per la sopravvivenza e qualità di vita delle persone e dall'altro, nel lungo termine, portano ad un risparmio per il sistema nel suo complesso, rappresentando quindi un efficace utilizzo delle risorse sanitarie».

Il nodo risorse
La giusta allocazione delle risorse, in generale, è un tema al centro di ogni programmazione che voglia salvare il Servizio sanitario nazionale. «Armonizzare le fonti di finanziamento per uno stesso capitolo di spesa come la cronicità, che non può prescindere dalla digitalizzazione - spiega Tonino Aceti, coordinatore nazionale del Tdm-Citadinanzattiva - è la premessa per ottimizzare gli investimenti, a tutto beneficio del paziente».

L’Italia, che sta implementando questi processi, è resa però ancora parzialmente impermeabile da una burocrazia che mina il suo appeal . «Potenziali investitori non speculativi - spiega Vito Bisceglie, counsel Dla Piper - guardano con molto interesse al mercato sanitario italiano, in particolare alle residenze per anziani. Ma sul fronte degli ospedali pubblici sono frenati da vincoli legislativi e amministrativi che di fatto scoraggiano l'ingresso di capitali privati».

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