TERMINATO VERTICE A TRE PRIMA DEL CDM

Manovra, Di Maio smentisce l’ipotesi di riduzione del deficit: «Resta al 2,4%». Salvini: alla Lega non interessa condono

La manovra punto per punto

3' di lettura

«A nome del governo smentisco che si sia pensato a una riduzione del deficit che resta al 2,4%. Se dovessimo ridurlo non avremmo la riforma alla Fornero, il reddito di cittadinanza». Così il vicepremier Luigi Di Maio smentisce le voci di un possibile abbassamento del rapporto tra deficit e Pil già per il 2019, voci che erano circolate dopo la notizia del declassamento dell’Italia da parte di Moody's.

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A Palazzo Chigi è iniziato poco dopo le 15 il Consiglio dei ministri con all’ordine del giorno il decreto legge fiscale e la lettera dei commissari europei Valdis Dombrovskis e Pierre Moscovici del 18 ottobre 2018 . Riunione preceduta da un vertice tra Conte e i due vicepremier. Prima di entrare Di Maio ha dichiarato di essere «felice del no della Lega al condono» e di accogliere «con un grande sorriso il responso di Moody’s», «ad ogni modo si parla di un Italia con risparmio solido».

A Matteo Salvini che avvertiva di voler chiedere stavolta «una copia del testo» del dl fiscale, Di Maio risponde: «Oggi c’è un importante Consiglio dei ministri in cui chiariremo la questione del condono: daremo due copie del testo a Salvini, così non si sbaglierà più: l'articolo 9 non è mai stato letto». E ancora: «Smentisco che ci sia alcuna trattativa tra il decreto fiscale e il contenuto di altri decreti», dice Di Maio, «sul decreto immigrazione se riusciamo a vederci un attimo chiudiamo l'accordo su tutti gli emendamenti». Il riferimento è agli 81 emendamenti al decreto sicurezza presentati dai Cinque Stelle, che hanno suscitato l’irritazione di Salvini.

Salvini: noi non vogliamo nessun condono
In una nota diffusa prima del consiglio dei ministri, Salvini spiega che «alla Lega non interessa nessun condono, nel contratto si parla di saldo e stralcio delle cartelle di Equitalia solo per chi ha fatto la dichiarazione dei redditi e non è riuscito a pagare tutto». «Manteniamo gli impegni, rispettiamo il contratto e aiutiamo gli Italiani onesti, noi saremo felici e contenti», aggiunge.

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Intanto, il ministro degli Affari Ue, Paolo Savona, rassicura: «C’è un punto di partenza nel quale non solo credo io, ma credo tutti gli italiani: il debito pubblico italiano è assolutamente solvibile, non c’è nessun problema che l’Italia invochi un default». «La vera sfida è nella riattivazione degli investimenti per crescere 2%-3%», aggiunge.  Mentre su Fb il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Riccardo Fraccaro, dichiara che «Da ora in poi pretenderemo una gestione ancora più rigorosa dell’iter di approvazione dei provvedimenti», «bisogna rispettare alla lettera i regolamenti perché non ci siano più manine, dalle riunioni preliminari fino alla bollinatura.

Downgrade «previsto»
Il downgrade, spiegano fonti leghiste, “era previsto”. E sul tavolo, confermano, ci sono diverse ipotesi. Ma non è detto, aggiungono, che abbassare il deficit per il 2019 sia la soluzione. Né per Bruxelles, né per le agenzie di rating. La Ue pone infatti il problema del deficit strutturale e non di quello nominale: è la previsione del Pil - spiegano - a essere messa in discussione da Moscovici. Il giudizio che porta al declassamento pone invece sotto i riflettori altri fattori. Spetterà dunque al premier Giuseppe Conte e ai vicepremier Luigi Di Maio e Matteo Salvini cercare una sintesi definitiva. E decidere se tenere il punto o, alla fine, cambiare qualcosa.

La decisione di Moody’s precede quella di Standard & Poor’s, il cui giudizio è atteso il 26 ottobre. Nonostante il taglio l’Italia resta ancora a livello di «investment grade»: Baa3 è l’ultimo gradino prima del junk, ovvero spazzatura. Per Moody’s si tratta del primo taglio del rating dell’Italia da luglio 2012, quando al governo c’era Mario Monti.

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