negoziato difficile

Manovra, oltre allo sconto Ue servono almeno altri 15 miliardi

La priorità è la manovra. Lo ha detto a chiare lettere il premier Conte ieri mattina al Quirinale subito dopo aver ricevuto l’incarico. Nelle stesse ore dalla Ue sono arrivate parole di miele. Bruxelles, ha detto il commissario Ue uscente al Bilancio Guenther Oettinger abbandonando la sua abituale posizione di falco, «è pronta a fare qualsiasi cosa per facilitare il lavoro del governo italiano e per ricompensarlo»

di Marco Rogari e Gianni Trovati


Crisi di governo: il duello sui ministri

3' di lettura

La priorità è la manovra. Lo ha detto a chiare lettere il premier Conte giovedì mattina al Quirinale subito dopo aver ricevuto l’incarico. Nelle stesse ore dalla Ue sono arrivate parole di miele. Bruxelles, ha detto il commissario Ue uscente al Bilancio Guenther Oettinger abbandonando la sua abituale posizione di falco, «è pronta a fare qualsiasi cosa per facilitare il lavoro del governo italiano e per ricompensarlo». Parole che hanno subito scatenato la replica del leader leghista Salvini: «Il governo è nato a Bruxelles per farmi fuori».

L’allure europeista dei giallo-rossi, allora, basta a risolvere il rebus della legge di bilancio? Non proprio, numeri alla mano. L’uscita di scena della Flat Tax leghista, che avrebbe richiesto almeno 15 miliardi secondo i desideri del Carroccio, alleggerisce certamente il conto della manovra. Che però, come confermano le linee programmatiche del primo documento Pd-M5S, punta in ogni caso a mettere in fila una serie di misure impegnative. Lo stop alle clausole Iva, ovviamente, ma anche un primo taglio al cuneo fiscale, il rilancio di incentivi fiscali “verdi” e dei bonus per gli investimenti privati nell’orbita di Impresa 4.0. È presto per dare numeri definitivi: ma tra Iva (23 miliardi), spese indifferibili (almeno 2-3 miliardi), cuneo fiscale (4-5 miliardi) e altri interventi (3-4 miliardi) si arriva in fretta verso quota 35 miliardi. Una cifra che non può certo essere affidata tutta a una ritrovata benevolenza europea. A meno di non dare una nuova (complicata) impennata al debito pubblico.

Il primo aiuto nella caccia alle risorse, in realtà, arriva dal governo Conte-1. E in particolare dalla correzione targata Giovanni Tria che a luglio ha evitato la procedura d’infrazione. Quanto vale ai fini della manovra? Per capirlo bisogna guardare alla linea del deficit. Nel Def di aprile l’indebitamento netto era previsto al 2,4% quest’anno e al 2,1% il prossimo. Dopo la sterzata di luglio, seguita dalla gelata dei tassi d’interesse sui titoli di Stato, è probabile che fra qualche settimana la Nota di aggiornamento al Def riesca a indicare un 1,9% quest’anno, e un 1,6% tendenziale (cioè a legislazione vigente, aumenti Iva compresi) per il prossimo. Accomodante o meno, la Commissione non potrà comunque evitare di chiedere per il 2020 almeno una correzione minima rispetto al 2019. Si può ipotizzare che un’intesa possa quindi orientarsi intorno a un deficit 2020 dell’1,8%. Ecco allora che l’effetto trascinamento della correzione di luglio, oltre 8 miliardi, crea anche uno spazio fiscale “libero” intorno ai 2 decimali di Pil, cioè 4 miliardi.

Su questa base si innesta la possibile flessibilità Ue. In due capitoli. Una parte, da 0,18% del Pil (3,5 miliardi) sarebbe la replica di quella già concessa quest’anno per dissesto idrogeologico e manutenzione infrastrutturale dopo il crollo del Ponte Morandi. Anche il Conte-1 l’avrebbe chiesta, e probabilmente ottenuta.

Fin qui, però, la colonna delle “risorse” si ferma intorno a 8 miliardi. La seconda parte di flessibilità potrebbe arrivare dalla richiesta di liberare dai vincoli del Patto una serie di investimenti pubblici, etichettati come Green New Deal, e di spese per «rafforzare la coesione sociale», come propone il documento giallo-rosso sostanzialmente in linea con quanto accaduto anche l’anno scorso. Il passaggio è decisivo, la trattativa è da avviare, ma è difficile immaginare che questa seconda tranche possa superare gli 8-9 miliardi. Anche ottenendo questo risultato, insomma, si arriverebbe a fatica a quota 16-18 miliardi tra eredità della correzione e flessibilità. Per la manovra minima, insomma, ne mancherebbero almeno 15; più probabilmente 16-18 tenendo a riferimento una dimensione da 35 miliardi.

Dimensione che in ogni caso non lascerebbe spazio a misure troppo ambiziose. I 4-5 miliardi per il taglio al cuneo fiscale (che salirebbero a 15 miliardi in tre anni secondo il piano Pd sottoposto al M5S), per esempio, sono già stati bocciati come insufficienti dalle imprese e non solo.

Ma anche così la ricerca delle coperture non è un esercizio semplice. Il documento Pd-M5S richiama l’estensione di e-fattura e scontrino elettronico, che già stanno aiutando i saldi. Per quadrare i conti serve molto altro. Al Mef in questi mesi si è studiato un nuovo tentativo di spending review, e più di un’ipotesi di rimodulazione delle spese fiscali. E il cambio di maggioranza mette un altro strumento possibile sul tavolo: una revisione di quota 100, che costa 8,3 miliardi l’anno prossimo e 8,6 il successivo.

Sul punto le scelte politiche sono ancora tutte da formare. Un dato però è certo. Bruxelles può essere in vena di sconti, ma con un limite: il debito/Pil già in crescita quest’anno per l’economia ferma e il mancato avvio delle privatizzazioni. I bonus possono aiutare a far quadrare i conti del saldo strutturale: ma ogni punto di deficit in più si trasforma in benzina al debito. Anche su questo Roma dovrà offrire nuovi programmi al posto di quelli inattuati quest’anno.

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