ddl bilancio

Manovra, a chi si applicherà la Robin tax sui concessionari pubblici

Maggioranza e Governo in sintonia per un'addizionale Ires del 3% sulle società affidatarie di autostrade, porti, aeroporti, ferrovie, radio, Tv ,Tlc e produttori di energia elettrica

di Marco Mobili e Marco Rogari


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(Andrey Popov - Fotolia)

2' di lettura

Mentre il lavoro in commissione Bilancio del Senato stenta a decollare in attesa del primo via libera al decreto fiscale collegato al voto finale a Montecitorio, tra i correttivi allo studio di maggioranza e Governo è spuntata una nuova «Robin Tax» del 2% (poi alzata al 3%) dovuta dai concessionari pubblici che “tecnicamente” seguono il meccanismo dell’ammortamento finanziario delle infrastrutture.

In sostanza si tratta di tutte quelle società affidatarie che oggi gestiscono autostrade, porti, aeroporti, servizi di telefonia, radio e tv, nonché i produttori di energia elettrica. Resterebbero esclusi dalla norma su cui lavorano i tecnici, ora al vaglio per le quantificazioni, i balneari e le società del comparto petrolifero.

La misura, come detto, andrà attentamente quantificata. L’aumento del 3% dell’Ires per i concessionari di servizi pubblici - che passerebbe dall’attuale aliquota del 24% a quella del 27% dal 2019 al 2021 - sostituisce la stretta che era prevista sull'ammortamento per i concessionari autostradali.
L'aumento porterà allo Stato 647,1 mln nel 2020 e 369,8 mln l'anno nel 2021 e 2022. Le risorse vengono destinate a migliorare «la rete infrastrutturale e dei trasporti» e alla «riduzione dei fenomeni di marginalizzazione e degrado sociale».

Con la misura del Ddl vengono colpite solo le imprese concessionarie di costruzione e gestione autostradale e trafori che, secondo l’attuale articolo 91, con l’ammortamento finanziario deducono l’1% del costo dei beni.

Sul nodo coperture, intanto, sembra già a fine corsa la possibile rivisitazione in chiave di equità della web tax. Ad aprire la discussione sul restyling della misura era stato nei giorni scorsi uno dei relatori della manovra a palazzo Madama, Dario Stefano (Pd), con l’obiettivo, facendo leva su un emendamento, di applicare il prelievo del 3% della digital tax ai soli colossi della rete che producono ricavi digitali. Stefano aveva infatti sottolineato che la web tax «è ingiusta» quando colpisce nello stesso modo le imprese nel volume complessivo di ricavi e non solo quelli derivanti da servizi digitali. Ma l’emendamento sembra destinato a rimanere al palo ancora prima della sua riformulazione in commissione Bilancio. Anche perché i tempi ormai ristretti per la discussione non aiutano e la priorità è stata data dalla maggioranza alla correzione della plastic tax e della stretta sulle auto aziendali. A questo punto la strada potrebbe essere quella di approvare «qualche ordine del giorno», per poi lasciare la palla alla Camera, ha detto ieri Stefano.

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