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Manovra, la stabilità passa dalla crescita

di Mauro Marè e Pietro Reichlin

(Agf creative)

4' di lettura

Dopo la pubblicazione dei dati Istat su Pil e occupazione dell’ultimo trimestre e la stabilizzazione degli spread intorno ai 300 punti base, sappiamo ufficialmente che, per il 2019, la crescita sarà inferiore a quella prevista e il disavanzo effettivo probabilmente più vicino al 2,9% che al 2,4% programmato. In assenza di una correzione significativa, dovremmo mettere in conto un aumento ulteriore del debito pubblico e il rischio di una maggiore turbolenza finanziaria. Fanno bene quindi il presidente del Consiglio e il ministro dell’Economia a tornare al tavolo delle trattative con le istituzioni europee per evitare la procedura di infrazione.

La questione non è quella di limare qualche spesa e ottenere qualche entrata provvisoria, non riguarda cioè i decimali del saldo di bilancio. Recuperare una differenza di 0,2-0,3% di disavanzo ed evitare la procedura d’infrazione è importante, ma non risolve un quadro che è ormai complesso. Dobbiamo piuttosto temere la fuga degli investitori, e i risultati deludenti delle ultime aste dimostrano una scarsa fiducia nella capacità di proporre una strategia che, nel medio-lungo periodo, possa rilanciare la crescita economica senza minare la stabilità dei conti.

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La questione fondamentale è la composizione della manovra di bilancio. La sostenibilità del rapporto debito/Pil dipende dal tasso di crescita del numeratore e del denominatore: il primo deve essere inferiore (o non superiore per un lungo tempo) al secondo, perché questo è l’unico modo di assicurare i mercati che il nostro debito non è a rischio di default. La manovra si basa su due capitoli principali di spesa: il reddito di cittadinanza e l’anticipo pensionistico detto “quota cento”.

Ancora non conosciamo i dettagli normativi delle due misure, ma le informazioni che i leader politici dei due partiti di governo hanno dato agli elettori sono abbastanza chiare: il reddito di cittadinanza e l’anticipo pensionistico impegnano i governi di oggi e di domani a garantire a tutti i cittadini in condizione di povertà relativa un reddito minimo di 780 euro mensili e, a tutti coloro che hanno compiuto 62 anni (e almeno 38 anni di contribuzione), il diritto di andare in pensione. Il costo “a regime” di queste due misure è stimato intorno ai 30 miliardi (17 per il reddito di cittadinanza e 13 per la quota cento), ma potrebbe crescere, sia per effetto dell’invecchiamento progressivo della popolazione, sia del probabile incremento del lavoro nero e degli incentivi impliciti a entrare in disoccupazione. Gli impegni effettivi di spesa annunciati a novembre sono nettamente inferiori a queste previsioni di spesa (circa 15 miliardi) e un possibile accordo con la Commissione europea richiederà ulteriori sforzi. La capacità di mantenere questi impegni per il 2019 e non deludere gli elettori dipenderà, quindi, da provvedimenti normativi che saranno definiti in questi giorni.

Ma il giudizio su una manovra economica e gli effetti che essa avrà nel medio-lungo termine deve basarsi sulle possibilità di conciliare i criteri di bilancio con le aspettative dei cittadini negli anni a venire. Inoltre, qualunque sia la spesa “effettiva” per il 2019, è evidente che la manovra si concentra quasi esclusivamente sul redistribuire le risorse (dalle imprese e dai lavoratori attivi ai pensionati e ai disoccupati di lunga durata) piuttosto che crearle.

E, per mantenere anche solo una parte delle promesse, si è deciso, già per il 2019, di aumentare qualche imposta ed eliminare agevolazioni fiscali per le imprese (Ace, Iri e Industria 4.0) che avevano dato un po’ di fiato agli investimenti. Quali altre imposte sarà necessario aumentare nel futuro dipende da molti fattori che non dipendono dalla volontà dell’esecutivo, come la dinamica demografica e l’elasticità dell’offerta di lavoro ai nuovi sussidi. In ogni caso, la Commissione Europea ci sta dicendo una cosa semplice e ragionevole: se vuoi aumentare gli impegni di spesa a scopo sociale (equità), devi trovare coperture solide e durature.

Si è molto discusso sull’effetto espansivo delle nuove spese. È opportuno ricordare che i trasferimenti non entrano nella domanda aggregata, cioè nei consumi, investimenti, spesa pubblica per acquisto di beni e servizi e saldo commerciale. E quindi, al di là della disputa sui moltiplicatori, queste voci non avranno un impatto di stimolo sul reddito immediato. Quindi, al di là di quello che si può pensare sul valore dei possibili moltiplicatori della spesa pubblica e delle imposte - alti, bassi, pari a 0,7 oppure a 2 - la storia degli aggiustamenti di finanza pubblica dei Paesi Ocse e Ue degli ultimi 30 anni dimostra che l’impatto delle politiche fiscali dipende dalla composizione delle manovre, dalla congiuntura economica e dalle condizioni del sistema finanziario.

Per aumentare il denominatore servono politiche per la crescita, come una rimodulazione delle imposte che stimoli la partecipazione al lavoro e gli investimenti, una riduzione dei contributi sociali e del cuneo fiscale - oppure un potenziamento della spesa pubblica nei settori con maggiori potenzialità di crescita della domanda aggregata. Anche a parità di effetti sul disavanzo, sarebbe stato preferibile realizzare una vera riforma fiscale, agendo su una profonda revisione dell’Irpef e una riforma strutturale dei regimi di agevolazioni fiscali. Le ragioni per resistere alle tentazioni di imposte patrimoniali o operazioni di investimento forzosi nell’economia italiana sono talmente ovvie e note che non meritano di essere ribadite.

C’è ancora spazio per cambiare la composizione della manovra e per darle un segno più netto a favore della crescita, pur confermando un saldo complessivo di bilancio relativamente elevato. Ma questo spazio non è molto ampio, è ora di agire per eliminare qualsiasi dubbio sulla stabilità della finanza pubblica e la nostra economia.

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