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Manovra, strada in discesa per la nuova tranche di flessibilità da oltre 14 miliardi

Andrebbe ad aggiungersi ai 32 miliardi già ottenuti dal 2015 al 2019. In tal modo il deficit passerà nel profilo programmatico al 2,2% del Pil rispetto all’1,4% previsto dal quadro a legislazione vigente

di Dino Pesole

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3' di lettura

Oltre 14 miliardi, pari allo 0,8% del Pil. È quanto il Governo si appresta a chiedere a Bruxelles sotto forma di una nuova tranche di flessibilità che andrebbe ad aggiungersi ai 32 miliardi già ottenuti dal 2015 al 2019. In tal modo il deficit passerà nel profilo programmatico al 2,2% del Pil rispetto all’1,4% previsto dal quadro a legislazione vigente. In sostanza, circa metà della manovra verrà finanziata aumentando il deficit. Operazione tecnicamente possibile, se contestualmente con il Documento programmatico di Bilancio e tra breve con la legge di Bilancio verrà garantito un percorso graduale ma credibile di riduzione del debito pubblico.

Una volta ricevuto il Dpb, documento che riassume obiettivi e contenuti della manovra sulla base del quadro macroeconomico definito con la Nota di aggiornamento del Def, la Commissione Ue attenderà di visionare entro il 20 ottobre il testo vero e proprio della legge di Bilancio. Il mese clou è novembre. Dopo aver reso note le nuove previsioni economiche per tutti i paesi europei, la Commissione sarà chiamata a un primo giudizio sulla manovra varata dal Governo da formalizzare entro fine novembre.

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Nel passaggio tra la nuova e vecchia Commissione, ora ritardato a causa della bocciatura da parte del Parlamento prima dei candidati proposti da Ungheria e Romania, e da ultima della candidata francese alla guida del Mercato interno Sylvie Goulard, si vanno definendo in queste ore diversi scenari. Potrebbe essere la Commissione uscente a istruire il dossier e a formulare un primo parere, necessariamente interlocutorio. Poi, probabilmente in primavera si arriverà al giudizio definitivo che in ogni caso dovrà poi passare al vaglio politico dei governi, quindi Eurogruppo ed Ecofin.

Rispetto allo scorso anno il clima è decisamente mutato, e dunque non dovrebbero insorgere particolari problemi nell'ottenere la nuova tranche di flessibilità. Dopo aver rischiato per ben due volte (a dicembre 2018 e giugno 2019) la procedura di infrazione lo stesso governo Conte1 ha sostanzialmente virato verso un atteggiamento meno conflittuale, poi reso esplicito dalla manovra correttiva varata a fine con l'assestamento di bilancio pari a 7,6 miliardi. Ora che si è tornati a una dialettica di normale confronto tra Roma e Bruxelles, la strada è certamente meno ripida.

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Certo l'esordio della nuova Commissione soprattutto in seguito alla bocciatura di Sylvie Goulard fortemente voluta dal presidente francese Emmanuel Macron mette in luce una contrapposizione tra gli stessi schieramenti europeisti, popolari, socialisti e liberali che dovranno garantire il sostegno politico alla commissione presieduta da Ursula von der Leyen. I popolari mal digeriscono il protagonismo di Macron che ha apertamente contrastato il loro candidato alla presidenza della Commissione Manfred Weber.

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Gli equilibri politici saranno più chiari non appena il nuovo esecutivo comunitario si sarà insediato, e avranno effetti diretti sulle scelte fondamentali che la Commissione proporrà ai governi su temi decisivi come la nuova governance economica, il completamento dell'Unione bancaria, il bilancio e le politiche infrastrutturali come il New green european deal annunciati dalla stessa Ursula von del Leyen e rilanciato dal commissario designato agli Affari economici Paolo Gentiloni. Sulla carta le condizioni per una nuova stagione che ponga in primo piano la crescita, gli investimenti e l'occupazione anche attraverso la rilettura in chiave di flessibilità delle attuali regole di bilancio, sembrano esservi. A patto che si decida di marciare sulla stessa strada.

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    Dino PesoleEditorialista

    Luogo: Roma

    Lingue parlate: Italiano, inglese, francese

    Argomenti: Conti pubblici, Europa, attività politico-parlamentari

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