Le imprese e il mercato

Manovre speculative sui costi crescenti delle materie prime

di Anna Mareschi Danieli

(Windsor - stock.adobe.com)

3' di lettura

Che l’Italia sia povera di materie prime e che la nostra sia essenzialmente un’economia di trasformazione non è una novità. Quindi vendiamo ciò che trasformiamo senza, fra l’altro, fare granché margine. Accade ora che materie plastiche e derivati del petrolio, metalli (dal rame all’acciaio), cellulosa, sostanze chimiche di base, legno per imballaggi (senza dimenticare le materie prime morbide come grano, soia e carne di maiale che richiederebbero un ragionamento a parte), stanno avendo incrementi di prezzo spaventosi. Accadde qualcosa di simile anche dopo la crisi del 2008. Sono dinamiche in certa misura fisiologiche dopo un rallentamento forte della produzione che ha portato all’utilizzo degli stock e allo svuotamento dei magazzini. Ora, però, si colgono segnali di manovre speculative, su scala mondiale, decisamente preoccupanti.

Intendo dire che non abbiamo a che fare con ordinari aggiustamenti economici, ma con scostamenti di prezzo, in un lasso di tempo molto breve, mediamente di un terzo ma con picchi che vanno anche oltre il 100 per cento. L’esempio per eccellenza è quello dell’acciaio, che in pochissimi mesi, da novembre 2020 a febbraio 2021, è aumentato del 130 per cento. Purtroppo, le previsioni non ci fanno sperare in una inversione del trend. Fra l’altro parliamo di imprese già in sofferenza finanziaria e patrimoniale, che sono impegnate a onorare contratti assunti in ben altra congiuntura sul versante dell’approvvigionamento delle materie prime e del loro costo. Si segnalano già casi di fornitori che hanno cominciato a non rispettare i contratti, evocando cause di forza maggiore o di eccessiva onerosità. Gravissima la situazione dell’edilizia, tanto da mettere a repentaglio la regolare prosecuzione dei cantieri già aperti.

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In particolare, sul fronte della committenza pubblica – proprio mentre si stanno facendo grandi sforzi per accelerare sulla realizzazione delle infrastrutture – i contratti già aggiudicati in molti casi non risultano più economicamente sostenibili, con il conseguente rischio di arrivare a un blocco generalizzato degli appalti.

Il mercato è il mercato e siamo abituati a farci i conti. Ma qui siamo di fronte a qualcosa di diverso, che è destinato a durare ancora per mesi e richiede un intervento tempestivo. Sul fronte dei lavori pubblici bisogna porre rimedio al più presto a una normativa che non prevede adeguati meccanismi di revisione di prezzi. Per quanto riguarda la manifattura il discorso è anche più complesso. Il nostro sistema produttivo – già alle prese con un assestamento regionale (in senso europeo) delle catene globali del valore, in diversi casi infatti si sta riflettendo su manovre di reshoring – sta mettendo in campo azioni strategiche (in special modo sul fronte della sostenibilità) in grado di renderlo meno vulnerabile e dipendente anche sul fronte delle materie prime. Queste sono azioni indispensabili e di medio-lungo termine. Intanto, però, bisogna mettere in campo subito, già ad aprile, un intervento sulla liquidità. La gravità della crisi ha costretto molte imprese a indebitarsi. Non vale per tutti, fortunatamente, ma basti pensare che il cash flow a supporto del debito è più che raddoppiato. In questa situazione numerose aziende utilizzeranno la cassa generata per ripagare il debito e non più per investire, come sarebbe invece necessario. Difficoltà note e pesanti, alle quali ora si aggiunge la fiammata del costo delle materie prime. Bisogna intervenire. «Time is of the essence» si dice e mai come ora la frase assume un significato cruciale. Se non si pone rimedio in maniera tempestiva, infatti, si rischia davvero che molte imprese non sopravvivano e non stiamo parlando delle imprese zombie.

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