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Mappa Mise sull’automotive: a rischio 101 componentisti

Il ministero dello Sviluppo economico calcola gli impatti della riconversione industriale e valuta nuovi interventi, anche per i concessionari

di Carmine Fotina

Automotive, Pichetto: "Transizione avverra' quando imprese cambieranno mestiere"

3' di lettura

Il rifinanziamento degli incentivi per il settore auto è stato il grande assente della legge di bilancio. Un piano strutturato per tutto il comparto ancora non c’è e le recenti conclusioni del Comitato interministeriale per la transizione ecologica sull’abbandono dei motori termici entro il 2035 (ed entro il 2040 per i veicoli commerciali leggeri), seppure non vincolanti sono state criticate dall’industria italiana.

La filiera dell’automotive entra nel 2022 con troppe incertezze e un ricorso alla cassa integrazione praticamente raddoppiato rispetto al 2019. In questo scenario il ministero dello Sviluppo economico (Mise) calcola gli impatti della riconversione industriale e valuta nuovi interventi, anche per i concessionari.

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I NUMERI DELLA FILIERA
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Le imprese a rischio

I tecnici dell’esecutivo hanno definito con il supporto delle associazioni di settore il perimetro delle aziende della componentistica che il passaggio ai nuovi motori, accelerato dalle ambiziose regole Ue, sta mettendo in ginocchio. Sono 101 le imprese considerate più a rischio, in pratica il 17% di quota dipendenti e mercato nazionale.

L’analisi condotta dal ministero guidato da Giancarlo Giorgetti sugli impatti industriali della decarbonizzazione fotografa una situazione in cui i moduli con maggiore discontinuità tecnologica sono quelli legati al settore electronics (sensori, centraline, software). Ma ovviamente il comparto powertrain a combustione interna è quello che subirà in maniera più dirompente la transizione, con un taglio del numero di componenti necessari dell’85% (da 1400 a 200). I moduli chassis/interiors e exterior (asse, sterzo, sospensioni, freni, pneumatici, parti di carrozzeria, sedili, cruscotto eccetera) sono invece quelli per cui ci sarà minore variazione.

Il problema è che la componentistica italiana - complessivamente composta da 2.200 imprese, con 161mila dipendenti e un fatturato di 45 miliardi - appare poco preparata nei settori emergenti (appena il 5% del mercato) e molto nel powertrain tradizionale (45%) che da solo esprime 900 aziende con 80mila addetti. Nei segmenti diesel e benzina del powertrain ci sono in particolare 101 aziende, con quasi 26mila dipendenti, considerate a rischio, perché più esposte ai tempi serrati dalla conversione ecologica, alla mancanza di competenze e alla competizione di concorrenti cinesi o americani che potrebbero giocare con un quadro regolamentare diverso.

Le aziende ad alto potenziale

Sul fronte opposto ci sono circa 40 aziende ad alto potenziale divise in sette mini filiere: connettività e analisi dei dati (ad esempio Targa Telematics, Vodafone Automotive, Telepass, Digicom), guida autonoma (come Hercules, Pitom, Vislab), elettronica (ST microelectronics, Zapi, Marelli), batterie (Seri Industrial, Sovema Group, Green Energy, Tawaki), motori elettrici (Askoll, Atop, Bonfiglioli, Lafert), celle a combustibile (Hydro2Powe, HydroMoving, Iveco, Adler Group), servizi (Fleetmatica, Enel x, Be Charge, Fimer).

I NUMERI DELLA FILIERA

Imprese della componentistica nell'automotive

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In uno scenario simile è naturale che, nella definizione delle policy governative, ci si debba concentrare nella crescita dei moduli poco presidiati e nella conversione di quelli più a rischio. Il ministero dello Sviluppo è chiamato a rimodulare alcuni incentivi tradizionali, modellandoli sulle esigenze della filiera e comunicandone meglio l’utilità.

L’intesa per gli eco-incentivi

Al momento è invece ancora in bilico il rifinanziamento degli eco-incentivi che era stato proposto da Giorgetti per la legge di bilancio, senza trovare però accoglienza, e che sarà rimesso sul piatto per il decreto sostegni della prossima settimana o per il primo provvedimento successivo. Il pacchetto è di 400 milioni, cui si aggiungerebbe una dote di 50 milioni per i concessionari, ma serve l’intesa. La linea del Mise sembra essere distante dalla posizione del Movimento 5 Stelle orientata dalla corsa all’elettrico. L’idea, trapela dal ministero, è lavorare ancora a incentivi che, garantendo un orizzonte abbastanza stabile, assumano quale parametro decisivo il volume delle emissioni (restando entro i 135 grammi/km di CO2) piuttosto che la tipologia di alimentazione.

Sul fronte della ricerca e innovazione, invece, Giorgetti punterebbe a lanciare un Ipcei (grande progetto di interesse comune) con due possibili declinazioni: idrogeno per il trasporto pesante su gomma o componenti di elettronica avanzata, ad esempio i sistemi ADAS per la guida autonoma.

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