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Marche, Acquaroli al 51,8% Il centrodestra stacca Pd e M5S

Il sondaggio Winpoll-Cise per il Sole 24 Ore. Il centrosinistra di Mangialardi al 36,1%, Mercorelli (M5S) all’8,9%. Voto utile, indecisi e astensionisti ultima carta dei Dem per mantenere la Regione

di Roberto D'Alimonte, Davide Angelucci

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(ANSA)

Il sondaggio Winpoll-Cise per il Sole 24 Ore. Il centrosinistra di Mangialardi al 36,1%, Mercorelli (M5S) all’8,9%. Voto utile, indecisi e astensionisti ultima carta dei Dem per mantenere la Regione


4' di lettura

Tradizionale roccaforte rossa, la regione potrebbe passare sotto la guida del centrodestra dopo anni di amministrazione ininterrotta di centrosinistra. Secondo la stima Winpoll-CISE Francesco Acquaroli, candidato di Fratelli d'Italia ed espressione del centrodestra unito, sarebbe infatti in vantaggio di quasi 16 punti percentuali rispetto al candidato del centrosinistra Maurizio Mangialardi: 51,8% contro il 36,1%. Staccato e fuori partita il candidato del M5s Gian Mario Mercorelli (8,9%),

La partita dunque sarà decisa in un confronto tra centrosinistra e centrodestra, con i grillini, però, nel mezzo a fare da possibile ago della bilancia insieme con gli indecisi e l'area del non voto. Questi due ultimi gruppi pesano rispettivamente per il 24 ed il 22% del campione. Per recuperare lo svantaggio stimato, Mangialardi dovrebbe riuscire a mobilitare questi gruppi di elettori e attrarre voto utile, soprattutto grillino. Né l’una né l’altra è cosa facile.

Il bacino elettorale del M5s è limitato (appena l'8,9%). Anche se Mangialardi riuscisse a convincere una parte di questo elettorato a votare per lui, il divario tra centrosinistra e centrodestra non verrebbe comunque colmato. Dovrebbe recuperare anche voti dall'astensione. Per quanto gli elettori del M5s siano oggi ideologicamente più vicini al centrosinistra, ci sono diverse ragioni per cui l'opzione del voto utile a favore del candidato dem è difficilmente percorribile.

In primis, la legge elettorale. Nelle Marche, al contrario di quanto accade in altre regioni, il voto disgiunto non è previsto. Gli elettori non possono votare per una lista e, contestualmente, per un candidato presidente non collegato a questa stessa lista. Per gli elettori del M5s, la possibilità del voto disgiunto avrebbe consentito di coniugare la “fedeltà” al Movimento (il voto “con il cuore”) con un voto utile a favore di Mangialardi. In assenza di questa possibilità, la risoluzione dell'eventuale conflitto tra fedeltà ed opportunità è tutt'altro che scontata. Per questo il mancato accordo su un candidato unico tra Pd e Movimento pesa qui ancor più che in altre regioni.

I RISULTATI DEL SONDAGGIO
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Molto dipenderà, in secondo luogo, dall'appeal di Mangialardi. Quest'ultimo è senz'altro conosciuto (è sindaco di Senigallia e presidente dell'Anci nelle Marche). Eppure, stando ai dati, la sua capacità di mobilitazione al di fuori dell'area di centrosinistra (in particolare tra gli elettori pentastellati) è limitata. Guardando i flussi di voto tra le Europee del 2019 e le stime delle regionali del 2020, si vede che solo il 23% di chi aveva votato M5s alle Europee dichiara oggi di voler votare per il candidato di centrosinistra. Un quarto si riversa su Acquaroli e un altro 23% si colloca tra gli incerti e gli astenuti. Tra questi ultimi gli ex elettori del Movimento formano un gruppo rilevante, di fatto contendibile, ma per il quale è difficile stabilire 1) se sarà disposto realmente a mobilitarsi; 2) in favore di quale candidato.

Grava inoltre su Mangialardi la debolezza del Pd, a cui fa da contraltare la forte crescita di Lega e Fdi. Il Pd è oggi stimato nelle Marche al 22,8%, non distante da quanto aveva ottenuto alle europee dello scorso anno (22,3%), ma ben 12,3 punti percentuali in meno rispetto alle regionali del 2015 quando ottenne il 35,1%. In forte calo anche il M5s che alle regionali aveva preso il 18,9% e oggi invece è stimato all'8,9%.

Nel centrodestra è sorprendente la crescita della Lega e, soprattutto di FdI rispetto alle precedenti regionali. Nel 2015 la Lega ottenne il 13% dei voti, mentre FdI si fermò al 6,5%. Oggi il partito di Salvini è stimato al 23,3%, mentre FdI al 18,1% (un divario di poco più di cinque punti percentuali). Il dato relativo a FdI non deve sorprendere visto che Acquaroli viene da lì e che il partito della Meloni è in crescita ormai da mesi. Il fatto però interessante (e che restituisce plasticamente l'evoluzione politica della regione) è che anche nel 2015 Acquaroli fu il candidato alla presidenza di Lega e FdI (ma non di Forza Italia in quell'occasione). Il successo del centrodestra di oggi, quindi, non sembra attribuibile alla forza del candidato presidente, quanto piuttosto a un profondo mutamento degli orientamenti politici degli elettori marchigiani. Come l'Umbria, si può parlare anche delle Marche come di una ex regione della Zona Rossa.

Un ultimo elemento è il mancato effetto Covid. Contrariamente a quanto accaduto in altre regioni (dove la buona gestione dell'emergenza ha offerto ai governatori uscenti la possibilità di rafforzare o rilanciare la propria immagine), la gestione della crisi sanitaria non sembra aver prodotto effetti particolarmente rilevanti sulle scelte di voto degli elettori marchigiani. L'amministrazione uscente di centrosinistra guidata da Luca Ceriscioli viene infatti ampiamente promossa sull'emergenza Covid: il 62% degli intervistati ritiene che la regione abbia gestito molto o abbastanza bene l'emergenza, con maggioranze assolute di giudizi positivi non solo tra gli elettori di PD e M5s, ma anche di Forza Italia e FdI. Un dato in linea con quanto accaduto in altre regioni al voto (è il caso di Zaia in Veneto e di De Luca in Campania). Eppure Mangialardi, che è stato preferito dal PD a Ceriscioli come candidato alla presidenza, non sembra aver raccolto i frutti di quella che viene considerata una buona gestione dell'emergenza. C'è da chiedersi se non abbia fatto male il Pd a sacrificare Ceriscioli, che pure poteva correre per un secondo mandato.

Infine il referendum sul taglio dei parlamentari. Come già rilevato in altre regioni, i Si prevalgono sui No in modo piuttosto trasversale (unica eccezione, la Lega dove il sostegno al SI si ferma al 44%). Complessivamente i Sì sono il 61%. Più o meno quello che abbiamo visto nelle altre regioni.

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