la nuova mappa

Marche «espugnate», ora nelle regioni è 14 a 5 per il centrodestra

Restano «rosse» solo Campania, Puglia e Toscana insieme a Emilia Romagna e Lazio. Ma in Valle d’Aosta il Pd potrebbe formare la giunta con gli autonomisti

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Restano «rosse» solo Campania, Puglia e Toscana insieme a Emilia Romagna e Lazio. Ma in Valle d’Aosta il Pd potrebbe formare la giunta con gli autonomisti


7' di lettura

È l’unica regione che ha cambiato colore nella mappa del potere dopo le elezioni del 20 e 21 settembre: le Marche, dopo 50 anni di amministrazioni tra il centro e la sinistra, saranno governate da Francesco Acquaroli, esponente di Fratelli d’Italia che, sostenuto da un centrodestra unito, ha sfiorato il 50% dei consensi. In Puglia, Campania, Toscana, Liguria e Veneto i governatori uscenti sono riusciti a confermarsi. Risultato: finisce tre pari e nella nuova cartina politica 14 regioni sono ora “blu” (centrodestra) e cinque “rosse” (centrosinistra). Resta in sospeso la Valle d’Aosta, dove il sistema elettorale non prevede l’elezione diretta del presidente: la Lega è il primo partito ma potrebbe finire all’opposizione dal momento che il Pd (qui con i progressisit) si è detto pronto a formare una giunta con gli autonomisti di Union Valdôtaine.

Marche, cambio dopo mezzo secolo di centrosinistra

È l’unica svolta storica delle elezioni regionali 2020 e ricorda quanto accaduto nell’ex fortino rosso dell’Umbria lo scorso anno: le Marche, regione da mezzo secolo governata dal centrosinistra in diverse incarnazioni (Dc-Psi-Pri negli anni ’70 e ’80, le giunte a guida Pds, Ds, Pd dal 1995) è passata al centrodestra con Francesco Acquaroli, 46enne deputato di Fratelli d’Italia imposto alla coalizione da Giorgia Meloni. A lui (che alle regionali del 2015, quando il centrodestra non era unito, arrivò terzo) è andato il 49,12%, dodici punti in più rispetto all’avversario Maurizio Mangialardi. Qui il centrosinistra ha deciso di non ricandidare il governatore uscente Francesco Ceriscioli e non è andata in porto l’alleanza fortemente caldeggiata dal sindaco Pd di Pesaro Matteo Ricci, e in ultimo anche dal premier Giuseppe Conte, con il Movimento 5 Stelle. Il 7,12% ottenuto dai Cinquestelle non sarebbe comunque bastato a ribaltare il risultato. Per il Pd marchigiano una sconfitta che segna la fine di un’egemonia mai messa in discussione in molti anni: il partito di Nicola Zingaretti è la prima forza della regione (25,1%). Ma la Lega è appena a 2,7 punti di distanza.

Veneto: si rafforza il potere di Zaia

Consolida la propria presa sulla regione il presidente uscente Luca Zaia: la sua lista ha totalizzato da sola il 44,6% dei consensi, il triplo di quanto ottenuto dalla lista del suo partito Lega Salvini, ferma al 16,9 per cento. Nello stesso raggruppamento di centrodestra al terzo posto c’è Fratelli d'Italia con il 9,6%, seguito da Forza Italia (3,6) e dalla Lista Veneta Autonomia (2,4). «Anche nelle precedenti elezioni - ha detto Zaia, 52 anni, al terzo mandato - ho sempre pescato nell’elettorato del centrosinistra, questo è risaputo. Anche nel 2015 gran parte dell’elettorato del Pd mi ha votato, sento la responsabilità di rappresentare anche un elettorato che tipicamente non è nostro». Dal 1995, da quando i presidenti di regione sono eletti direttamente, il Veneto ha avuto solo due governatori, entrambi di centrodestra: Giancarlo Galan e Zaia. Che, nonostante il forte consenso personale (ha ottenuto il 76,7%), si dice non interessato al tema della leadership nazionale e cerca di non alimentare competizioni con Salvini: «La votazione riguarda la mia amministrazione, il tema politico si affronta con le elezioni politiche».

Liguria: il trionfo di Toti e della sua lista

È l’altro governatore uscente di centrodestra che si è visto confermare il proprio mandato in una regione, già feudo della sinistra, dove non era mai accaduto: Giovanni Toti è stato promosso con 20 punti percentuali in più rispetto a cinque anni fa. La sua lista Cambiamo! (formazione politica creata dopo la separazione da Forza Italia ) supera il Partito democratico e diventa il primo partito in Liguria (22,6%) al posto dei dem che, pur godendo anche dell'appoggio di Articolo 1, lasciano sul terreno delle Regionali 5 punti percentuali fermandosi al 19,9% contro il 25,64% del 2015. Un’avanzata contro la quale è stata inutile l’allenza tra Pd e M55, l’unica replica riuscita dello schema del governo nazionale (anche se mancava Italia Viva) in queste regionali: il candidato indipendente di centrosinistra, l’ex giornalista del Fatto quotidiano Ferruccio Sansa, si è fermato al 38,9%. L’esperimento consente al Pd di sorpassare in Consiglio regionale il M5S che cinque anni fa era entrato nella assemblea con più consiglieri.

Toscana ancora rossa

La grande paura che ha agitato il Pd si è dissolta all’apparire dei primi dati: la Toscana resta “rossa” e sarà governata da Eugenio Giani che ha sconfitto la candidata di Matteo Salvini, l’europarlamentare Susanna Ceccardi. Anche qui, come nelle Marche, il governatore uscente di centrosinistra (Enrico Rossi) non era ricandidato ma è finita diversamente: Giani ha vinto con il 48,62% anche se l’avversaria leghista, ex sindaca di Cascina, è arrivata al 40,4, mentre la Lega è secondo partito dopo il Pd con il 21,8%. Ha funzionato l’appello dei democratici al voto disgiunto per impedire alla destra di trionfare in una regione storicamente rossa. Notevole la partecipazione al voto, il 62,6%, vicina al 65% delle europee del 2019 ma di gran lunga superiore al 48% delle regionali 2015. nonostante il voto in emergenza Covid. Una vittoria rivendicata da Matteo Renzi (anche se la sua Italia Viva è rimasta sotto il 5% ma avrà due seggi nel Consiglio regionale): «In Toscana Italia Viva è stata decisiva non numericamente, ma politicamente, per l’enorme mobilitazione e per la selezione delle candidature». La partita si è giocata sui territori. A trascinare la vittoria di Giani è stata soprattutto Firenze (suo bacino di voti) e provincia insieme a Siena, Lucca e Prato.

Campania: altri cinque anni con De Luca

Vincenzo De Luca forma con Michele Emiliano la coppia di centrosinistra di governatori uscenti riconfermati. Per De Luca era la terza sfida consecutiva contro Stefano Caldoro. Nel 2010 vinse l’ex ministro del governo Berlusconi, nel 2015 l’ex sindaco-sceriffo di Salerno. Il governatore si era presentato con 15 liste a sostegno: ha stravinto con il 69,5% dei consensi, oltre 50 punti di distacco dal candidato di centrodestra. Non ha però vinto la sfida interna al Pd: il partito resta prima lista (16,9), più votata di quella personale del neo-governatore (13,3). Il successo era ampiamente annunciato alla vigilia ma soltanto sei mesi fa la candidatura di De Luca veniva messa in dubbio dall’accordo nazionale di governo tra il Pd e i Cinquestelle con i grillini che per la Campania chiedevano discontinuità caldeggiando la candidatura del ministro dell’Ambiente Sergio Costa. Il sopraggiungere del Covid ha cambiato lo scenario e ha innalzato la popolarità di De Luca che ha dato vita a una gestione rigorosa dell’emergenza unita a un’efficace comunicazione.

Puglia, la «rinascita» di Emiliano

«A gennaio ero certo che avremmo perso» ha detto il giorno dopo il voto il governatore uscente e riconfermato Michele Emiliano. Invece hanno funzionato i ripetuti appelli al “voto utile” e al voto disgiunto rivolti agli elettori del Movimento 5 stelle per evitare di mandare la Lega al governo della Regione. Ma c’è stata anche la capacità di portare alle urne gli elettori malgrado la paura del Covid. Alla fine non solo l’ex magistrato - contro il quale Matteo Renzi ha schierato il candidato di Italia Viva Ivan Sclafarotto - ha vinto ma non c’è stato neanche il testa a testa dei pronostici con il candidato di centrodestra Raffaele Fitto (ex presidente della Regione, ex Forza Italia e ora Fdi), sostenuto da una coalizione unita che è stata molto presente con i suoi esponenti nazionali durante la campagna elettorale, anche se Matteo Salvini si è tenuto a distanza dal candidato presidente. È finita 46,8 di Emiliano contro il 38,9 di Fitto. Antonella Laricchia, il candidato del M5S che ha ostinatamente rifiutato un accordo con Emiliano, ha raccolto l’11,2%. Nella precedente sfida per le regionali del 2015, sempre contro Emiliano, ottenne oltre il 18% delle preferenze, superando l'allora candidato del centrodestra. Altri tempi, anche rispetto alle politiche del 2018: i Cinquestelle furono primo partito con oltre il 44% delle preferenze in Puglia.

Le altre due regioni rosse: Emilia Romagna e Lazio

A completare il quadro del potere del centrosinistra nelle Regioni ci sono Emilia Romagna e Lazio. La prima, come la Toscana domenica e lunedì scorsi, è stata difesa all’inizio dell’anno dall’assalto leghista. Stefano Bonaccini sconfisse Lucia Bergonzoni in quella che si era trasformata in una sfida dalla valenza nazionale. Finì con meno di otto punti di scarto e il Pd che riuscì a mantenere il primato nella regione, nonostante una Lega quasi al 32%.

Il segretario del Pd Nicola Zingaretti guida invece il Lazio dal 2013. È stato riletto per un secondo mandato nel 2018 sconfiggendo Stefano Parisi.

Dalla Calabria alla Lombardia, il potere del centrodestra nelle regioni

Intorno alle cinque regioni rosse (Toscana, Campania e Puglia appena riconfermate, Emilia Romagna e Lazio) ci sono i quindici tasselli blu, le amministrazioni regionali in mano al centrodestra. Tolte le tre in cui si è appena votato (Veneto, Liguria e Marche), l’acquisizione più recente e clamorosa è stata l’Umbria: qui nell’ottobre dello scorso anno, la senatrice leghista Donatella Tesei si era laureata prima governatrice della storia umbra non di appartenenza al Pci, Pds o Pd. Donna e di centrodestra (ma di Forza Italia) è Jole Santelli, da gennaio 2020 alla guida della Calabria governata nei cinque anni precedenti dal centrosinistra con Mario Oliverio.

Nel 2019 erano passate di mano, direzione centrodestra, quattro regioni: l’Abruzzo, ora governato (come le Marche) da un esponente di Fratelli d’Italia, il senatore Marco Marsilio; la Basilicata (per la prima volta da oltre vent’anni) con Vito Bardi (Forza Italia, già vicecomandante generale della Guardia di Finanza); la Sardegna dove il centrodestra unito (nonostante la separazione al governo nazionale guidato da Conte e sostenuto solo da Matteo Salvini) aveva funzionato bene portando alla vittoria di Christian Solinas, segretario del Partito sardo d’Azione e senatore della Lega. Lo scorso anno anche il Piemonte aveva cambiato segno: l’europarlamentare di Forza Italia Alberto Cirio aveva sconfitto il governatore uscente Sergio Chiamparino. In Trentino Alto Adige Arno Kompatscher, esponente della Südtiroler Volkspartei, guida una giunta sostenuta dai partiti del centrodestra.

Nel 2018 il leghista Attilio Fontana prese il testimone alla guida della Regione Lombardia da Roberto Maroni battendo Giorgio Gori. Leghista anche Massimiliano Fedriga che guida da due anni il Friuli Venezia Giulia, fino ad allora controllata dal centrosinistra. Fu un cambio di colore quello avvenuto in Molise, quando Donato Toma (Forza Italia) sconfisse un esponente del Movimeto 5 Stelle in una regione guidata nei cinque anni precedenti da Paolo Di Laura Frattura (Pd).

Nello Musumeci, già presidente della provincia di Catania, nel 2017 “riconquistò” per il centrodestra la Sicilia dopo la parentesi di Rosario Crocetta che aveva guidato l’isola dal 2012.

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