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Marco Balich: «Torneremo agli eventi dal vivo, ma in italia serve innovazione»

L’italiano che ha firmato le celebrazioni di Rio e di altre 11 Olimpiadi guarda al futuro del settore e ridisegna le celebrazioni delle Olimpiadi di Tokyo 2021.

di Monica D’Ascenzo

7' di lettura

Il Maracanà pieno di 60mila volti e colori nella notte di Rio de Janeiro. Le luci dello stadio si abbassano, il vociare lascia il posto a un silenzio irreale invaso di blu e argento. La cerimonia di apertura della 31esima Olimpiade sta per iniziare e il countdown gridato a squarciagola da 60mila voci fende l’aria, presagio dello spettacolo che sarà trasmesso in mondovisione e racconterà la storia – e le contraddizioni – del Brasile. È il 5 agosto 2016 e in alto, sopra alla squadra della regia, in una cabina c’è un uomo solo, che ha lavorato per un anno intero a questo evento, trasferendosi in Brasile e imparando a capire e farsi capire in portoghese.

Marco Balich è l’italiano che ha firmato non solo le celebrazioni di Rio, ma anche di altre 11 Olimpiadi, un record. Quando si abbassano le luci prima di una cerimonia può finalmente godersi la magia che ha creato, ma deve anche essere pronto a scegliere un piano di emergenza in caso di intoppi. Perché, come racconta, «ci sono sempre diversi piani di emergenza per qualunque problema possa sorgere durante un evento dal vivo di questa portata». Creare la magia non è solo arte. È ideazione, progettazione, tecnica, apertura mentale, strutturazione. «Ho curato come direttore artistico il Padiglione Italia ad Expo 2015. Mentre l’Albero della vita, che avevo ideato, stava diventato un simbolo di Expo, io mi sono trasferito a Rio a imparare una nuova lingua, perché credo profondamente che un evento così importante come le celebrazioni olimpiche legate al Paese ospitante non si possano fare se non valorizzando la cultura locale. Il nostro modo di lavorare prevede il coinvolgimento dei migliori talenti del Paese in cui andiamo. Questo atteggiamento ci ha aperto molte porte. Inoltre come società abbiamo sempre consegnato on time e on budget e questo ci ha messo nelle condizioni di vederci affidati via via nuovi incarichi» spiega Balich, che guida come presidente il gruppo Balich Worldwide Shows. E la valorizzazione delle culture locali sarà la “linea editoriale” del lavoro del direttore esecutivo di Tokyo anche nei prossimi impegni: «Per le celebrazioni di Tokyo 2021, il team creativo è fatto da giapponesi, che io guido. È il Giappone che parla del Giappone, come a Rio sono stati i brasiliani a parlare di Brasile. Le cerimonie olimpiche mi hanno insegnato che il talento non ha frontiere e se metti passione, coraggio, cultura e visione nei progetti non ci sono limiti a quello che puoi fare».

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Un mix di esperienze e competenze

Un percorso, quello che ha portato Balich a creare eventi di caratura mondiale, che è come un gigantesco puzzle di pezzi solo apparentemente incoerenti fra loro. Basta guardarli dall’alto per scorgere il quadro d’insieme in cui ogni colore ha trovato il proprio posto. Nato a Venezia nel 1962 da mamma inglese e papà italiano, Balich cresce fra calli, campi e salizade passando da una lezione di violino a un allenamento di scherma.

«Mia madre era un’amante della musica lirica e mi costrinse a studiare violino per 7 anni mentre tutti suonavano la chitarra elettrica. Ti accorgi solo da adulto, però, che tutti quei semi che vengono messi a forza nei cervelli dei bambini e degli adolescenti generano poi frutti straordinari. La conoscenza delle note e della musica è stata per me una delle fondamenta su cui ho potuto costruire la mia professione» spiega il direttore creativo, ricordando poi l’altra esperienza che lo ha segnato nel profondo: «Dai 12 ai 18 anni ho fatto scherma. A 16 anni ricevetti la lettera che mi annunciava di essere fra i 22 atleti, fra i quali sarebbero stati selezionati i 12 che avrebbero dovuto partecipare alle Olimpiadi di Mosca 1980. Ma nel 1979 l’Armata Rossa invase l’Afghanistan e gli Stati Uniti reagirono boicottando i Giochi olimpici. Per me sfumò così il sogno di partecipare alle Olimpiadi. Un sogno, che poi nella vita ho vissuto in altra veste».

Il rapporto con il mondo della musica

Mamma Brenda, professoressa d’inglese all’Università Ca’ Foscari («di quelle temute da tutti perché bocciava») e papà Aurelio, avvocato di seconda generazione, segnarono molto la crescita e le scelte di Balich, che decise di iscriversi alla facoltà di Giurisprudenza. «Ero un riluttante studente di legge, facevo una fatica blu a fare gli esami. Mentre studiavo, per guadagnare qualcosa, facevo il Dj. Ancora una volta la musica mi aprì possibilità inaspettate: Fran Tomasi, allora fra i due maggiori organizzatori di concerti in Italia, mi offrì di fare da band assistant per la tournée italiana dei Simple Minds, dal momento che parlavo bene inglese. Iniziò così una nuova fase della mia vita. Lasciai l’università con 19 esami fatti su 24 e nel giro di 4 anni, con soli 34 giorni di ferie, seguii 72 tournée fra cui quelle dei Simply Red, di Peter Gabriel, degli U2, dei Genesis» racconta Balich, che poi arriva alla nota dolente: «Da studente senza un euro mi accompagnavo con star internazionali. Da assistente delle band ero arrivato poi a curare i loro tour. Così il 15 luglio 1989 organizzai il concerto dei Pink Floyd a Venezia. Fu spettacolare e molte star vennero a vederlo, ma fu anche un vero disastro perché la città non era attrezzata per un evento di quella portata. Su 300mila persone, almeno 20mila dormirono per terra in città. Decisi allora che avevo dato il mio al mondo del rock and roll e che allo stesso tempo avevo imparato tantissimo. Avevo colto quell’aspetto intraducibile tra attrazione magnetica, fascino e contenuto. Perché negli anni ’80 c’era un sacco di fuffa nel mondo della musica, ma c’erano anche signori musicisti che portavano avanti discorsi importanti e innovativi».

L’esperienza dei concerti aggiunge un altro tassello importante alla formazione di Balich: «Ho imparato che alle 8 di sera doveva essere pronta la band, i tecnici, il palco, le luci, la corrente, il pubblico in sala. Se allora si trattava di una decina di elementi, oggi alle celebrazioni olimpiche gli elementi che devono essere pronti prima di accendere i riflettori sono 220. A una certa ora sai che tutti gli sforzi devono convergere per un unico risultato». All’esperienza dei concerti dal vivo, Balich unì negli anni successivi quella nel mondo dei videoclip: «In quell’anno apriva Videomusic e poi anche All Music.

La nostra piccola agenzia, Film Master Clip, ha realizzato negli anni quasi 300 video: abbiamo filmato Adriano Celentano, Ligabue, Jovanotti, Zucchero. Così sono diventato imprenditore» racconta Balich, che sottolinea: «Per girare un videoclip, alle 6.30 della mattina devono esserci una serie di fattori pronti: attori, sceneggiatori, operatori. Era un lavoro molto più raccolto, ma di una complessità maggiore rispetto ai concerti. Da lì ho provato a fare poi Tv in Italia: abbiamo realizzato un sacco di bei programmi che si distinguevano per la mancanza di successo di pubblico. In Tv ci vuole cinismo, la capacità di dare al pubblico ciò che si aspetta».

L’approdo alle Olimpiadi

L’Heineken Jammin’ Festival è stato solo un altro tassello, prima di puntare «alla gara per fare il passaggio della bandiera olimpica a Salt Lake City nel 2002. Partecipiamo alle Olimpiadi invernali come project leader del Flag handover della cerimonia di chiusura. Lì, vedo lo show più bello del mondo: c’erano tutti i più bravi nei diversi ambiti, 7-8mila persone in tutto. Si trattava dell’evento più costoso e più visto al mondo e mi sono detto: “Questo è quello che voglio fare”. Nel 2006 divento direttore creativo ed executive producer delle cerimonie olimpiche di Torino e lavoro al progetto con Lida Castelli e Gianmaria Serra. Per la prima volta la cerimonia olimpica invernale è stata paragonabile a quelle estive. Resta indimenticabile Yoko Ono, l’artista vedova di John Lennon, che parla di “immaginare la pace”, mentre a cantare “Imagine” è Peter Gabriel. A quel punto iniziarono a chiamarci da tutto il mondo per creare eventi».

Gli show internazionali firmati dalla società di Marco Balich

Gli show internazionali firmati dalla società di Marco Balich

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Con le prossime Olimpiadi di Tokyo, Balich Worldwide Shows diventerà la società che ha prodotto più cerimonie nella storia delle Olimpiadi (12), oltre a 8 Paralimpiadi e 15 Giochi “regionali” come Pan American Games e Asian Games coordinati dai comitati olimpici continentali. Ma cosa ha cambiato la pandemia nel settore degli eventi? «Cambieremo molte cose e la tecnologia ci aiuterà. Ma se guardiamo oltre questo momento di necessaria distanza fisica, sarà inevitabile tornare agli eventi dal vivo perché la parte esperienziale è fondamentale per creare un attaccamento. Ci si ricorda di ciò che si è vissuto in prima persona» spiega Balich, sottolineando poi: «Verrà privilegiata la realtà aumentata e certe aggiunte che la tecnologia ci può dare, ma la base di un evento fisico ci dovrà essere. Certo, al momento bisogna anche fare i conti con gli investimenti, che inevitabilmente si ridurranno nei prossimi 12 mesi. Lo stiamo verificando con la cerimonia olimpica di Tokyo 2021 che avrà una riduzione di budget».

Uno slittamento, quello delle Olimpiadi, che ha avuto dei contraccolpi non solo economici: «Nel loro sistema raffinatissimo di programmazione, questo rinvio ha creato incertezza. Ma il 23 luglio del 2021 partirà Tokyo 2021 con uno spettacolo che cambierà in parte, tenendo conto di quello che è successo. Sarà anche un punto di ripartenza verso una nuova normalità».

Il futuro degli eventi in Italia

E l’Italia? «Quando i nostri figli vedono per la settima volta gli Avengers, non puoi non pensare che sia un peccato che noi non riusciamo a dare la stessa spettacolarità a nostre figure storiche come Leonardo, Masaniello, Canova e Giulio Cesare. Senza banalizzarli, altrimenti avremmo nient’altro che Thor. Quando io ero piccolo, Batman era un ometto in calzamaglia che con il suo amichetto faceva boom, poi la macchina di Hollywood lo ha trasformato in un semidio, un guru» osserva Balich, che prosegue: «L’Italia è talmente piena di storia che basterebbe darle vita perché un sedicenne possa comprenderla e appassionarsi. Il “sedicenne riottoso” per noi è l’obiettivo da conquistare. Se riesci a conquistarlo conquisti tutta la filiera familiare».

Le idee per innovare arrivano da ogni esperienza per Balich, che passa dal kabuki giapponese a un rave party, dai musical di Broadway alle rassegne minori a livello internazionale. La scintilla può nascere ovunque, ma per creare è necessario che la si alimenti. «Ben vengano i finanziamenti alle arti, ma ci vorrebbe un filtro per avere questo privilegio: chi non fa innovazione non ha diritto ai sussidi. Piuttosto che dare i soldi a realtà che non innovano, meglio darli ai giovani che hanno nuove idee e aprono al futuro. È un sistema che va svecchiato».

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