battaglia di verità

Marco Biagi, i conti mai fatti fino in fondo

di Michele Tiraboschi

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Marco Biagi


3' di lettura

«Marco Biagi non pedala più. Onore a Mario Galesi. Onore ai compagni combattenti». Non meritano alcun commento queste deliranti scritte apparse ieri sui muri della facoltà di Economia dove Marco insegnava Diritto del lavoro, a sedici anni esatti dal suo barbaro omicidio, poche ore prima dell’inizio dei numerosi momenti pubblici e privati, a Modena e in altre città, di ricordo e commemorazione.
E però quelle scritte inducono a una riflessione più generale, che va oltre gli orrori e gli abissi di cui è capace il genere umano.

Una riflessione che, come italiani, non abbiamo mai svolto fino in fondo, se non forse all’indomani dell’attentato di via Valdonica a Bologna, quando l’emozione e la desolazione erano ancora vive e facevano emergere, tra i tanti commenti di cronaca e le dichiarazioni di rito, barlumi di verità.

Perché se fanno male quelle scritte, ancor più male ci fanno quei pensieri passati per anni sotto traccia, il più delle volte manifestati a mezza voce ma non di rado anche esplicitati in confronti pubblici e dotte articolesse, che sì, certamente, l’omicidio di Marco Biagi va condannato, e che però la sua grande colpa è quella di avere introdotto in Italia il precariato finendo per spezzare le gambe a una intera generazione di giovani.

Come se, con un editoriale sulle colonne del suo amato Sole 24 Ore o con un articolato e documentato Libro bianco, fosse possibile introdurre per decreto la precarietà, in un mercato del lavoro come il nostro che, ai tempi di Marco Biagi, registrava i peggiori indicatori nel confronto con tutti gli altri Paesi europei per tassi disoccupazione, inattività dei giovani e delle donne, lavoro in nero, abuso delle finte collaborazioni e degli stage.

Abbiamo già svolto in altre sedi il tentativo di documentare la vera natura e le finalità del progetto riformatore di Marco Biagi, il suo impegno onesto e coraggioso per un mercato del lavoro più giusto e inclusivo.

Oggi ci appare invece più utile e anche urgente ricordare, ai tanti che si dicono sorpresi dalle profonde lacerazioni nel tessuto sociale e dal clima di crescente rancore che traspira dalla pancia del Paese, che stiamo semplicemente raccogliendo i frutti avvelenati di una stagione con cui non abbiamo ancora fatto fino in fondo i conti.

Lo dimostra la leggerezza e anche un certo compiacimento intellettuale con cui siamo stati capaci di celebrare il quarantennale della strage di via Fani, dando la parola ai brigatisti e con loro a quei cattivi maestri della lotta armata secondo cui «oramai fare la vittima è un mestiere».

Dopo tanti anni posso testimoniare che Marco Biagi non si sentiva affatto un eroe borghese. Tanto meno ambiva a targhe e medaglie, specie se alla memoria. Era idealista, ma non certo un ingenuo.

Si muoveva lungo l’orizzonte delle riforme possibili. Non cercava l’utopia. E però – come scriveva sul Sole 24 Ore del 28 novembre 2001 – soffriva profondamente come uomo e come padre per quel «clima da corrida» cinicamente alimentato dai tanti che, in mala fede e per puro calcolo politico o intellettuale, contribuivano a distorcere il suo pensiero con il solo obiettivo di «scatenare gli istinti protestatari più irrazionali di fronte al disegno di modernizzare il mercato del lavoro» facendolo passare agli occhi della opinione pubblica per quello che non era.

Come bene ha scritto Andrea Casalegno, sul Sole 24 Ore del 21 marzo 2002, «Marco Biagi è stato individuato dai suoi assassini come un nemico anche perché le sue argomentazioni erano state pubblicamente distorte. Per questo oggi condannare il suo assassinio non basta, se manca il proposito di riconoscere sempre, d’ora in poi, in ogni avversario politico una persona da rispettare: prima di tutto nelle idee».

Questa, credo, è la ragione più profonda del perché continuare a ricordare pubblicamente Marco Biagi anche da parte di chi non ama stare sotto i riflettori. Non uno stanco rituale, ma una battaglia di verità.

Una morte assurda e ingiusta, maturata in un clima di odio e intolleranza che purtroppo non è scomparso e che sta a tutti noi evitare che degeneri fino ad arrivare a un punto di non ritorno.

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