intervista

Marenzi: «I due scenari della moda italiana: ripresa nel 2021 oppure ondata di acquisizioni»

Il presidente uscente di Confindustria Moda guarda con cauta preoccupazione ai mesi autunnali, fortemente condizionati dalla durata delle crisi economica e sociale legata all’epidemia.

di Giulia Crivelli

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L'evento organizzato da Dolce&Gabbana nel campus dell'Humanitas di Milano lo scorso 13 luglio

Il presidente uscente di Confindustria Moda guarda con cauta preoccupazione ai mesi autunnali, fortemente condizionati dalla durata delle crisi economica e sociale legata all’epidemia.


4' di lettura

Avrebbe dovuto essere un passaggio di consegne morbido, naturale, indolore. Ma di normale a partire da febbraio in Italia e nel mondo c’è stato ben poco. Claudio Marenzi, presidente uscente di Confindustria Moda, ha affidato la guida della federazione che aveva tenuto a battesimo a Cirillo Marcolin – insediatosi il 20 luglio – nel periodo più difficile che la nostra economia e società abbiano vissuto da decenni. Secondo alcuni, addirittura dal dopoguerra. La federazione – che rappresenta un settore moda “allargato” da circa 98 miliardi di fatturato – è in ottime mani, tiene a sottolineare Marenzi, che resta presidente di Pitti Immagine oltre che di Herno, azienda di capispalla di alta gamma fondata dal padre.

Claudio Marenzi

Il bilancio dei suoi anni di presidenza è molto positivo, come lo è, nonostante tutto, la sua visione del futuro. Salvo, naturalmente, nuove ondate di contagi e misure restrittive come è stato il lockdown degli scorsi mesi.

Gli interventi di emergenza decisi da Governo e Parlamento hanno finora scongiurato chiusure e fallimenti, ma il futuro a medio e lungo termine cosa ci riserva?

Tutto dipenderà dalla durata delle crisi economica e sociale legata all’epidemia. Se, come conviene sperare, sulla base dei dati delle scorse settimane, l’emergenza sanitaria sembra molto attenuata la filiera del tessile-moda-abbigliamento confermerà la sua resilienza e potremo tornare a parlare di crescita nel 2021. Ma la Cig finirà, le aziende che l’hanno anticipata hanno già oggi problemi di liquidità e se non si riprende la domanda, interna ed esterna, lo scenario potrebbe essere molto diverso e potremmo assistere a un’ondata di acquisizioni.

All’emergenza sanitaria le aziende hanno risposto con prontezza e generosità, facendo ingenti donazioni e riconvertendo, quasi sempre a titolo oneroso, parte degli stabilimenti alla produzione, ad esempio, di camici e mascherine. Finita la fase acuta, come si convive con il virus?

In questo ci affidiamo tutti, come persone e come aziende, ai protocolli dei comitati scientifici. Molte imprese della filiera hanno avuto fermi di produzione limitati proprio per le misure di sicurezza introdotte e lo stesso vale per chi opera a valle della filiera, che ha riorganizzato il retail, sempre in nome della salute di tutti, lavoratori e clienti. Nelle settimane scorse ho visitato alcune città in Francia e posso dire che mediamente, anche dove non è strettamente obbligatorio, gli italiani spiccavano per l’uso delle mascherine. La pandemia ci ha spaventato, certo. Ma non è solo per paura che abbiamo rispettato le regole imposte prima, durante e dopo il lockdown. Eccezioni a parte, forse un po’ gonfiate dal tam tam mediatico, credo che gli italiani di ogni regione abbiamo scoperto il piacere del rispetto delle regole, nel nome di un senso di responsabilità e di comunità. Una lezione davvero importante nel paese dei campanili e degli individualismi.

Lei è stato il primo presidente di Confindustria Moda, nata nel 2018 come federazione di Smi (Sistema moda Italia), Assopellettieri, Aip (pellicce), Anfao (occhiali), Assocalzaturifici, Federorafi e Unic (concia). Ma non vuole fermarsi qui.

Confindustria Moda rappresenta circa 64.300 imprese del made in Italy, che danno lavoro a poco meno di 600mila persone e generano un fatturato di 97,9 miliardi, con una percentuale di export che, nel 2019, aveva sfiorato il 70%. Insieme all’automotive e a differenza, ad esempio, dell’agroalimentare, siamo l’unica filiera davvero completa, che va dalla lavorazione e a volte produzione delle materie prime alla vendita. Per questo auspico un’ulteriore alleanza con Camera della moda, l’associazione guidata da Carlo Capasa che organizza, tra l’altro, le settimane della moda di Milano, con le associazioni di buyer e showroom e con tutti gli altri stake holder del complesso sistema del tessile-moda-abbigliamento.

A proposito di eventi, settimana prossima Firenze, con la collaborazione di Pitti Immagine, ospiterà le sfilate di alta moda e alta sartoria di Dolce&Gabbana. Seguiranno la fiera del tessile Milano Unica e la fashion week, dal 22 al 28 settembre. Scelte coraggiose, da parte di aziende, associazioni, organizzatori di fiere.

Coraggio è la parola giusta. Domenico Dolce e Stefano Gabbana, che proprio durante l’emergenza sono rientrati in Camera della moda, una scelta che ha un forte valore simbolico, daranno grande visibilità alla creatività italiana e all’artigianalità, coinvolgendo piccoli atelier di Firenze e dintorni. Milano Unica, in programma dal 6 all’8 settembre, è di fatto il primo evento fieristico a lasciare il format virtuale dettato dall’emergenza Covid per tornare a veri e propri stand e incontri tra persone. Una scelta che spicca ancora di più considerando che Première Vision, storico appuntamento di Parigi con l’industria tessile, ha appena fatto retromarcia rispetto a quanto annunciato mesi fa: il prossimo appuntamento, dal 15 al 16 settembre, sarà solo digitale. Lo stesso vale per la fashion week di New York, mentre quella di Milano sarà un mix di sfilate e presentazioni in presenza ed eventi in streaming o che utilizzano strumenti tecnologici.

Sembra di capire che non le piaccia molto il digitale.

Anzi, continuo a pensare che la digitalizzazione sia un campo nel quale la filiera e l’Italia in generale devono recuperare terreno rispetto ad altri Paesi e la pandemia ci ha aiutati a farlo. Credo anche che il telelavoro e la teledidattica nel futuro a breve e medio saranno sempre più integrati nelle nostre abitudini di lavoro e nell’organizzazione dei modelli sociali. Ci sono però alcune cose che si possono fare in modalità virtuale soltanto in casi di emergenza, come la pandemia. Toccare un tessuto, raccontare ai buyer i nuovi modelli, provare dal vivo l’emozione di un evento o di una sfilata sono esperienze insostituibili. Temo, questo sì, che il lockdown abbia effetti negativi sulla nostra capacità di socializzare. Se ci pensiamo, la voglia estrema e le imprudenze legate alla cosiddetta movida mostrano questo: che c’era tanto desiderio, represso, di tornare a interagire, di persona, con altri esseri umani. Il tessile-moda in Italia è un formidabile volano economico e di sviluppo. Ma la moda in sé, prima di tutto, è fatta di emozioni, non di interazioni digitali.

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