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Maresco colpisce nel segno con «La mafia non è più quella di una volta», ultimo film italiano in concorso

In lizza per il Leone d’oro il nuovo lungometraggio del regista siciliano, che ha scelto di non venire al Lido. Nella competizione principale è stato presentato anche «Waiting for the Barbarians» di Ciro Guerra

di Andrea Chimento


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2' di lettura

Il concorso veneziano si chiude con l'ultimo film italiano in lizza per il Leone d'oro: dopo «Il Sindaco del Rione Sanità» di Mario Martone e «Martin Eden» di Pietro Marcello, è arrivato il turno de «La mafia non è più quella di una volta» di Franco Maresco.

Il regista siciliano ha scelto di non presentarsi al Lido e la conferenza stampa ufficiale è stata annullata, ma il suo film parla da solo, riproponendo diversi elementi tipici del cinema di questo autore semplicemente unico.

Nel 2017, a 25 anni dalle stragi di Capaci e via D'Amelio, Franco Maresco ha girato questo nuovo progetto, che riflette su come i siciliani di oggi ricordino Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Al centro del suo lavoro ci sono due personaggi: da un lato Letizia Battaglia, fotografa ottantenne che con i suoi scatti ha raccontato le guerre di mafia, dall'altro Ciccio Mira, “mitico” organizzatore di feste di piazza, già protagonista nel 2014 di «Belluscone. Una storia siciliana».

Con finalità antropologiche tipiche del suo modo di raccontare, Maresco disegna una nuova tappa del suo percorso creativo, alternando dramma e commedia, tragedia e comicità.

Dando vita a un documentario impossibile da etichettare, il regista ragiona sulla mafia e l'antimafia, sulla memoria e sullo scorrere del tempo: Ciccio Mira sembra molto diverso dall'uomo che avevamo conosciuto nella pellicola precedente ed è lui a pronunciare la frase che dà il titolo al film.

Divertente e inquietante allo stesso tempo, «La mafia non è più quella di una volta» conferma il brillante talento di Maresco, anche per un montaggio dotato di grande ritmo e per i continui spunti su cui ragionare al termine della visione.

Il risultato è uno dei film italiani più belli e potenti dell'anno.

«Waiting for the Barbarians»

Meno riuscito è «Waiting for the Barbarians» di Ciro Guerra, tratto dall'omonimo romanzo dello scrittore Premio Nobel J.M. Coetzee, che ha firmato anche la sceneggiatura della pellicola.

Protagonista è un magistrato, amministratore di un isolato avamposto di frontiera al confine di un impero senza nome, la cui tranquillità viene interrotta dall'arrivo del colonnello Joll. Incaricato di riferire sulle attività dei barbari e sulla sicurezza al confine, Joll conduce una serie di spietati interrogatori: i suoi brutali modi di fare spingono il magistrato a una crisi di coscienza che lo porterà a compiere un atto di ribellione.

Esordio in lingua inglese per il regista colombiano Ciro Guerra, «Waiting for the Barbarians» è un lungometraggio in cui si ritrova solo in parte lo stile dell'autore di «El abrazo de la serpiente» e «Oro verde – C'era una volta in Colombia».

Altalenante nel ritmo e vittima di troppi passaggi ridondanti, il film appassiona poco e non basta l'interessante soggetto di partenza per poter invertire la tendenza.

Tecnicamente è un lavoro pregevole, ma manca sempre il giusto guizzo per alzarlo sopra il livello della mediocrità.

L'elemento più positivo è la notevole prova di Mark Rylance, mentre Johnny Depp e Robert Pattinson s'impegnano molto meno.

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