couture a parigi /3

Margiela indaga le illusioni del tempo, Valentino la sensualità dell’inconscio

I giorni dell’alta moda per la primavera-estate 2020 si chiudono con l’esuberante addio di Jean Paul Gaultier

di Angelo Flaccavento

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Valentino Haute Couture PE 2020

I giorni dell’alta moda per la primavera-estate 2020 si chiudono con l’esuberante addio di Jean Paul Gaultier


3' di lettura

Ribellione non è esattamente un termine, men che mai una idea, che si associa alla couture in modo automatico. Non sono mancati i couturier ribelli, gli agitatori sovversivi, ma l’orizzonte dell’azione, per forza di cose, è sempre riservato alle classi alte - i borghesi, un tempo; i ricchi e basta, oggi. Nello sconvolgimento attuale della scala sociale, a seguito del culto della celebrità che ne ha riscritto i valori, fa specie, però, sentir parlare di borghesia preindustriale - l’epitome stessa di gusto, pomposità e privilegio.

È John Galliano a farlo da Maison Margiela, con il piglio affabulante, la maestria tecnica e, sì, la verve ribelle che lo contraddistinguono. Le silhouette grandiose e i gesti di un lontano e splendente passato - Belle Epoque e dintorni - sono visti attraverso la lente deformante di un pauperismo che tutto sbreccia e poi filtrate dal prisma psichedelico della cultura digitale che tutto satura.

Maison Margiela, il pauperismo incontra il digitale

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Il risultato è un glamour garrulo e sgarrupato, nel quale i gesti e le forme del passato ancestrale della couture - le cappe, i fiocchi, gli abiti sinuosi, i copricapo misteriosi - sono torturati, crivellati, imbastiti, non finiti oppure proprio sfiniti, e il tutto è messo addosso, senza differenza alcuna, a uomini e donne, perché le distinzioni di sesso, applicate ai vestiti, non funzionano piú.

Sono sgarrupati, ma tinteggiati di un accecante rosa shocking, pure gli interni dell'hotel particulier nel quale si svolge lo show, per sottolineare l'idea di consunzione, distruzione, tempo che lascia il segno. Il risultato è orgasmico, ma è anche un Galliano da manuale, in qualche modo già visto, che elettrizza ma lascia la voglia d’altro.

Pierpaolo Piccioli, da Valentino, abbandona i territori noti per mettersi a nudo, per rivelate le fonti del proprio gusto e della propria estetica, per evolverla mentre ridisegna la donna. Dichiarando a chiare lettere una salutare quanto necessaria distanza dallo storytelling, Piccioli esplora il tema dell’inconscio, suo personale - ovvero le radici del proprio immaginario - e collettivo degli atelier che realizzano le creazioni, convinto che nell’alta moda il vero valore sia dato da quel che non si vede. Ma non ricama slogan, non coinvolge psicanalisti, non cita artista. Guarda ai couturier che lo hanno formato e lascia che siano i vestiti a parlare, rivelando i bustini, aprendosi in trasparenze, conservando la precarietà erotica di quel che è stato appena finito.

Valentino, indagini sulla sensualità dell’inconscio

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L’erotismo è la chiave: oscuro e psicanalitico, si condensa in silhouette asciutte e carnali, homage alla storia ma presenti. «A me piace l’alta moda dei maestri», dichiara. L’omaggio è sublime, ma è plasmato da nuovi gesti. Piccioli nasconde le tasche, con sapienza, persino sull’abito da gran sera, liberando la donna dal ruolo di statuina, consentendo una nuova disinvoltura, una postura più decisa. Sono questi piccoli aggiustamenti che creano movimenti tettonici su silhouette che invece ricapitolano la storia, da Saint-Laurent a Ungaro passando per Capucci e, naturalmente, Valentino stesso.

Jean Paul Gaultier, il lungo, esuberante  addio di un maestro

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La giornata e la fashion week terminano, in un misto di gioia e malinconia, al Theatre du Chatelet, dove Jean Paul Gaultier, allo scoccare dei cinquant’anni di carriera, dice addio alla moda con una sfilata spettacolo infinita e trascinante che è una ricapitolazione di temi e motivi - dall’androginia compiaciuta alla rilettura dei classici, dai jeans alla sessualità giocosa, dai corsetti alle gabbie - che lui per primo ha portato al centro del discorso, quando farlo era una provocazione autentica.

È una retrospettiva sui generis, lunga duecentocinquanta look, fatta di abiti nuovi che sono upcycling di quelli d’archivio e popolata di personaggi che furono a loro volta provocatori e che al tempo che passa non si arrendono. Gaultier è, e rimarrà, enfant terrible, anche a sessantasette anni. Per questo può andar via con uno sberleffo, convinto a ragione che nella moda tutto cambia.

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