INTERVISTA

Marino Vago: «La filiera della moda va salvata, servono 2 miliardi per l’emergenza»

Il presidente di Sistema moda Italia illustra il «Percorso per il rilancio della filiera del tessile-abbigliamento» appena presentato al Mise, che prevede altre due fasi di investimenti

di Giulia Crivelli

3' di lettura

«Il primo passo, necessario e doveroso, era la presentazione al ministero dello Sviluppo economico, nelle prossime settimane sarà la volta di Mef, ministero del Lavoro, della Ricerca e della Transizione ecologica: il piano per dare un futuro al tessile-moda è trasversale all’economia del Paese e va visto come un investimento, non come una richiesta di ristori». Marino Vago, presidente di Sistema moda Italia (Smi) , porta su di sé il peso dell’annus horribilis del settore, il secondo per valore manifatturiero in Italia, che ha chiuso il 2020 con perdite medie di oltre il 25% (ma c’è chi è arrivato a -40%). Appare però combattivo, quasi ottimista: a dargli forza nel presentare il piano è un lungo elenco di numeri, statistiche, elaborazioni che fotografano il presente ma soprattutto offrono uno scenario concreto di ripresa per il futuro.

Cosa hanno di diverso il piano e le richieste di Smi rispetto a quelli presentati da altri settori?

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Abbiamo chiamato il documento sottoposto al ministro Giancarlo Giorgetti “Percorso per il rilancio della filiera italiana del tessile-abbigliamento” perché di questo si tratta: non chiediamo, ripeto, ristori, ma di condividere una visione che porta non solo la nostra filiera, ma l’intera economia e società italiana, in un nuovo paradigma, circolare anziché lineare, che si nutre e cresce grazie alla ricerca e sviluppo e alla digitalizzazione e che valorizza la voglia di formazione dei giovani e tutela l’occupazione femminile, una delle fragilità del nostro Paese.

Nell’immediato, cosa chiedete al Mise e al Governo?

La priorità è mettere in sicurezza le Pmi, che nella filiera sono la maggioranza. Parliamo di aziende con fatturati intorno ai 10 milioni che hanno affrontato il lockdown produttivo dello scorso anno e poi il crollo della domanda delle aziende a valle, causate dalle chiusure dei negozi. A soffrire è stata soprattutto l’Europa, che avrà anche la ripresa più lenta. Se queste imprese lasciano a casa le persone, le competenze vanno perse per sempre. Le grandi aziende, oltre ad avere le spalle larghe, non devono essere altrettanto drastiche per sopravvivere, le piccole sì. Abbiamo calcolato che questa fase di emergenza si supera con due miliardi, da destinare al prolungamento per tutto il 2021 della cassa Covid e di scivoli per l’uscita che aiutino la necessaria ristrutturazione.

Come avete calcolato questa e altre cifre?

In questo sta la forza del dossier, come ha riconosciuto il ministro Giorgetti: è frutto di un lavoro congiunto tra Smi e la D ivisione ricerca applicata e advisory della Business school Liucc- Università Cattaneo e di Long Term Partners. In assenza di interventi nei prossimi tre anni i modelli econometrici hanno indicato un calo del fatturato di 9 miliardi, la chiusura di 6.500 imprese e la perdita di 70mila posti di lavoro, rispettivamente, il 15% e il 17,8% del totale. Ma aggiungendo ai due miliardi per l’emergenza altri sei per interventi strategici, il modello macroeconomico Smi-Liucc indica che la tendenza può essere ribaltata. La stima per la fine del 2023 è di generare un fatturato aggiuntivo di 11 miliardi, trainato dall’export, e quasi 70mila occupati in più.

A cosa vanno destinati gli investimenti strategici?

Alla circolarità e alla digitalizzazione, ma anche alla formazione professionale e alla promozione all’estero. Siamo un volano socio-economico, ma anche culturale per l’Italia. Il tessile-abbigliamento è sopravvissuto alla globalizzazione e a tutte le recenti crisi perché sa reinventarsi, è nella sua natura. I negozi e le sfilate sono “solo” la parte visibile della filiera: a dare forma allo stile e alla moda italiana sono filature, tessiture, produttori di materie innovative e aziende di nobilitazione, come tintorie e stamperie, solo per fare due esempi. Lo sanno bene i francesi, che producono in Italia tutte le collezioni di media e alta gamma. La filiera è impegnata nella sostenibilità ambientale e nella ricerca tecnologica da anni, mi arrabbio con chi presenta il tessile come settore maturo. Dal 1° gennaio 2022 sarà obbligatorio lo smaltimento dei rifiuti tessili ed è un processo tutto da organizzare: lo Stato può investire in hub per il riciclo tessile, che avranno bisogno di nuove professionalità e che genereranno fatturato, dimostrando che l’economia circolare conviene a tutti, non solo a chi vuole salvare l’ambiente.

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