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Mario Cucinella: l'architettura sostenibile, circolarità di risorse e conoscenze

Per l'architetto, «ogni edificio è un fatto pubblico». Per questo è fondamentale che le nuove costruzioni siano a impatto zero. In attesa di Design with Nature, l’allestimento per il prossimo Salone del Mobile.

di Alexis Paparo

Una vista interna del nido d'infanzia La Balena a Guastalla, in provincia di Reggio Emilia, realizzato da MC A utilizzando materiali naturali e riciclati a basso impatto ambientale su una struttura di telai in legno. Foto Moreno Maggi.

6' di lettura

La prima cosa che colpisce è il senso dello spazio: 800 metri quadri su tre livelli, che si colgono nella loro interezza al primo sguardo. Poi arriva la luce, intensa, che dal grande lucernario centrale irradia gli interni di questo ex opificio anni Trenta, casa milanese di Mario Cucinella Architects e di SOS - School of Sustainability, il corso di formazione postlauream fondato dall'architetto. Si percepisce una simbiosi operosa fra uomini – sono una quarantina i collaboratori della sede – e piante, circa 50. Il piccolo orto sulla terrazza adesso offre rabarbari, porri, prezzemolo, salvia, rosmarino. A breve anche pomodori, melanzane, peperoni. A guardia di tutto il glicine del 1930 che, come la facciata dello stabile, è stato preservato nella riconversione dell'edificio. Fra le scrivanie di bambù, le Gople di Artemide, con la loro illuminazione amica delle piante, la giungla di ficus, kentie, sterlizie, banani e dracene, spiccano i modellini dei progetti: la Torre Unipol, il polo chirurgico e delle urgenze del San Raffaele, il Nuovo Palazzo Senza Tempo di Peccioli e Design with Nature, l'allestimento per il prossimo Salone del Mobile. Poi schizzi, disegni esecutivi, librerie colme di volumi e i Building Objects, gli oggetti nati dalle architetture di Mario Cucinella. Come il servizio di piatti in porcellana decorato con le sagome animali dei vasi etruschi, ispirato al progetto del Museo Etrusco di Milano, di prossima inaugurazione. O il vaso Guastalla, in argilla nera stampato in 3D, che reinterpreta in scala i volumi del nido d'infanzia La Balena a Guastalla, in provincia di Reggio Emilia.

Mario Cucinella accanto al modellino della torre UnipolSai, headquarter milanese del gruppo. Foto Elena Rosignoli.

Oggi Mario Cucinella è riconosciuto come uno dei migliori interpreti di un'architettura che dialoga con l'ambiente, rispettosa dei bisogni dell'uomo e della natura, curiosa: anche di riscoprire, nel passato, i semi dell'innovazione. Nessun discorso trasmette spigolosità, sempre si cerca di trovare un punto dove architettura, edilizia, regolamenti, esigenze delle persone possano convergere, perché «ogni edificio è sempre un fatto pubblico». C'è comprensione per la difficoltà di adattamento a un nuovo corso e la fiducia che questo possa avvenire entro le prossime due generazioni, se si insiste con convinzione adesso. Anche la voce è rotonda; l'immagine del cerchio torna spesso mentre l'architetto parla, anche tracciato con il dito in aria o sul tavolo, simbolo di un'empatia con il Pianeta che i suoi edifici mirano a recuperare. «Non ho nessun primato, e neanche lo voglio», esordisce. «Basta studiare un po' la storia dell'architettura per vedere che c'è sempre stata una complicità di culture, territorio, clima. Poi la globalizzazione ha appiattito questa complessità e anche la progettazione si è banalizzata». Cucinella, invece, si è tenuto stretto la sua diversità fin da studente. «Negli ultimi 20 anni del millennio c'è stata una grande spinta economica, si faceva tutto. Ecco, io quel “fare tutto” l'ho sempre guardato con estraneità. Studiando mi ero molto appassionato all'architettura vernacolare, perché raccontava una storia di relazione, e non riuscivo ad amare il modernismo, a parte alcune eccezioni: non trovavo una connessione fra ciò che vedevo e quello che si costruiva in quello stesso luogo e momento. Quando, viaggiando, mi capita d'incontrare “mostri” mi viene sempre da chiedermi: “Forse qualcuno non ha capito, non ha letto, non ha visto le relazioni in atto qui?”».

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La sede di Arpae a Ferrara, progettata da MC A: un unico piano sul cui tetto si alternano pannelli solari e 112 camini in legno che permettono di riscaldare e raffrescare naturalmente gli spazi. Foto Moreno Maggi.

Se il primo passo per avviare un percorso di circolarità è chiudere il cerchio attorno all'uso delle risorse, si può agire in tre modi. Il primo è riparare l'ultimo anello della catena, i processi di riciclo e smaltimento: il progetto per Il Salone del Mobile vuole mostrare proprio questo, un modo di costruire dove il riciclo delle materie prime è alla base e la città diventa essa stessa riserva di materiali per il futuro. In parallelo, serve costruire una supply chain alternativa a quella del gas e del petrolio e su tutto, ridurre i consumi, «perché adesso si continua a cercare risorse, per poi sprecarle». Come si realizza tutto questo? Si tratta di creare complicità con gli elementi naturali e le materie prime di un territorio. Come nella sede di Arpae, l'Agenzia Regionale per l'Ambiente e l'Energia di Ferrara (del 2016). Un unico piano sul cui tetto si alternano pannelli solari e 112 camini in legno. Il progetto applica il principio delle torri del vento di Hyderabad, in Pakistan, ben raccontato in Il futuro è un viaggio nel passato. Dieci storie di architettura. Il libro è ispirato dai viaggi dell'architetto in luoghi che mettono in atto soluzioni ambientali antichissime eppure così all'avanguardia e da Le città invisibili di Italo Calvino, «che ha segnato una generazione di progettisti. Racconta di città che non esistono, ma in realtà si legge di uomini, relazioni, connessioni e compromessi per vivere insieme». Cucinella spiega che d'estate la struttura di Arpae si raffresca, facendo fuoriuscire il calore attraverso i camini. D'inverno questi diventano piccole serre, per rimettere in circolo l'aria calda. Così si minimizzano gli impianti, che non è stato possibile eliminare del tutto per un paradosso: «Non si può collaudare un edificio pubblico senza impianti perché vanno garantite per legge prestazioni precise. Oggi siamo capaci di costruire edifici che ne fanno a meno, bisogna però accettare che le condizioni interne non saranno costanti. Per esempio, sulla Torre Unipol, la serra dell'ultimo piano non ha impianti né di condizionamento né di riscaldamento. Il prezzo che si paga è aumentare la forchetta del comfort – magari 19 gradi d'inverno e 26 d'estate – ma ogni grado in più o in meno prodotto artificialmente è un risparmio immenso».

Un dettaglio di Tecla, il modulo abitativo stampato in 3D in terra cruda. Foto Iago Corazza.

Secondo Cucinella un'architettura più sostenibile passa anche dalla modifica di questi regolamenti. «Dobbiamo lavorare su una cultura alternativa dell'uso energetico. Imparando, o reimparando, a leggere i dati climatici di ogni territorio e a saperli trasformare in azioni creative, che è quello che si insegna e si mette alla prova qui». L'esperimento più estremo, in questo senso, è Tecla: una casa di circa 60 metri quadri a emissioni quasi zero, stampata in 3D in 72 ore utilizzando solo terra cruda locale per abbattere anche i consumi indiretti legati ai trasporti di materiale edilizio. Il progetto, sviluppato in collaborazione con Wasp, leader nel settore della stampa 3D e localizzato nel parco dell'azienda, a Massa Lombarda, serviva per dimostrare che questa strada è praticabile. «Adesso stiamo lavorando con un altro partner per sviluppare miscele che, alla componente maggioritaria di terra raccolta in loco, aggiungono una quota di fibre e di additivi naturali che le rendano stabili in ogni condizione climatica e accettabili anche nei regolamenti edilizi come sostitute del cemento».

Cucinella cita tanti esempi di azioni creative fuori dal perimetro stretto dell'architettura: la partnership dello studio con la discarica di Scapigliato, in Toscana, nata negli anni Ottanta, che oggi ha costruito una filiera di recupero e rivendita dei materiali che vale decine di milioni di euro. La comunità di Peccioli, nel pisano, letteralmente rifiorita dai propri rifiuti chiamando i cittadini a diventare azionisti della discarica e del parco fotovoltaico. Il distretto del legno trentino, che rende sinergica tutta la filiera. È il concetto di ecosistema: se si mettono a posto alcuni tasselli, a catena anche altri lo faranno. Cucinella è molto fiducioso nelle nuove generazioni, che «realizzano materiali meravigliosi, integrati in molti nostri progetti». Una divisione dello studio si occupa a tempo pieno di ricerca in questo campo. C'è la leccese Paper Factor, che realizza pannelli a base di una cartapesta 2.0 messa a punto con l'Università del Salento; la torinese Re Mat, che ricicla e rigenera il poliuretano. Poi Mogu, in provincia di Varese, con i suoi pannelli acustici e pavimenti sviluppati a partire dai miceli, la francese Scale, che utilizza le squame di pesce per realizzare un materiale simile alla pietra. È molto interessante anche il capitolo dei materiali “attivi”. Fra gli ultimi che si possono vedere in azione, le lamelle frangisole del polo del San Raffaele: contengono una molecola di titanio che le rende mangia-smog. O la collezione di lampade Flexia, sviluppata da Cucinella in collaborazione con Artemide, con la sua frequenza luminosa brevettata che diventa antibatterica. «Mi sembra che ci sia sempre un germe di salvaguardia nell'umanità, viene fuori lentamente, però riporta l'equilibrio e contrasta i paradossi».

Flexia, design Mario Cucinella per ARTEMIDE, la cui frequenza luminosa sanifica gli ambienti. Foto Federico Villa.

Prima di salutarci, c'è il tempo per un'ultima battuta. Dal punto di vista progettuale, che cosa rimane fuori da questo cerchio di rigenerazione? «Penso sia finito il momento dei grattacieli in vetro trasparente. Oggi, se vuoi fare un edificio di performance, deve essere al 70 per cento opaco. E forse va anche bene così».

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