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Mario Desiati, la vittoria del favorito

I suoi “Spatriati” (Einaudi) trionfano in modo netto. Tra complessità e microbiografismo il romanzo dello scrittore pugliese è la rivalsa di una generazione in bilico

di Matteo Bianchi

Mario Desiati (Ansa)

3' di lettura

Per Mario Desiati la rappresentazione della complessità non è mai stata un bluff per nutrire una trama convincente, nella quale riconoscersi a pieno, tantomeno una scusa per mimare la propria realtà. E i suoi “Spatriati” (Einaudi) lo hanno dimostrato trionfando in modo netto nella notte dello Strega. Il romanzo dello scrittore pugliese riscatta quel micro biografismo tanto criticato dalle cosiddette penne di statuto - e non di stato - invecchiate come vino al buio, e porta con sé la rivalsa di una generazione in bilico, che non è riuscita a definirsi in nessun ambito.

Con 176 voti si è aggiudicato la 76esima edizione del Premio

Emozionato, eccitato e quasi timoroso di bere direttamente dalla bottiglia della vittoria, con 176 voti si è aggiudicato la 76esima edizione del Premio Strega. Secondo classificato Claudio Piersanti e “Quel maledetto Vronskij” (Rizzoli) con 90 voti. Al terzo posto è arrivata Alessandra Carati con “E poi saremo salvi” (Mondadori, 83 voti); quarta Veronica Raimocon 62 voti e “Niente di vero” (Einaudi), già vincitrice dello Strega Giovani e dello Strega Off. Quinto Marco Amerighi con “Randagi” (Bollati Boringhieri, 61 voti), sesto Fabio Bacà con “Nova” (Adelphi, 51 voti) e ultima Veronica Galletta con “Nina sull’argine” (Minimum Fax, 24 voti).

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Mettersi nei panni altrui, esercitare l'empatia nello sguardo dei lettori è uno dei lasciti di Pier Paolo Pasolini, ma senza rinunciare ai sentimentalismi: Desiati, che per Einaudi aveva già pubblicato “Candore” (2016), con “Spatriati” sostituisce la religione alla passione civile e dà fondo alle sue risorse linguistiche per prendere le difese degli “indefiniti” quasi fossero i nuovi perdenti, o meglio, di chi si è omologato nell'anticonformismo. Il suo stile rende gli spunti autobiografici i margini di uno specchio universale.

I personaggi

I personaggi di Mario Desiati non sono monotoni perché evolvono, quasi procedendo in prospettiva. Secondo la lezione di Longhi, la scrittura è da sempre un equilibrio tra luce e ombra, tra l'immaginazione afona e la sua rivelazione sonora. E in “Spatriati” l'incontro tra Claudia e Francesco si rivela da subito un temporale estivo, fatto di «pioggia e fulmini». I due ragazzi, che attraversano amicizia, complicità e amore, sono spatriati a più livelli: in primis in famiglia, dove regna il quieto vivere e l'attenzione alle apparenze, ma anche rispetto alla loro terra e alle relazioni affettive, a un'idea dell'amore socialmente riconosciuta.

“Amore”

Il romanzo stesso si chiude sulla parola “amore” che in dialetto martinese significa “sapore” di fronte a un frutto appena colto, maturo, come chi si riconosce pronto alla vita e, di conseguenza, pronto alla fine. Il loro legame non necessita di appartenenza fisica né di attestazioni pubbliche e, perciò, entra in contraddizione con un contemporaneo che si è legittimato sulle etichette, sotto cui ha nascosto le proprie fragilità. Persino la sessualità, intesa quale manifestazione istintiva e inconscia dei tratti identitari più profondi, non ha barriere. È vissuta fluidamente.Se grazie a “Il pensiero meridiano” (2005) di Cassano l'autore ha rafforzato un approccio consapevole nei confronti della cultura mediterranea e delle sue origini, a chiasmo entrambi i protagonisti si rivolgono al loro sradicamento con un misto di rabbia e commozione per un'occasione perduta: «Le nostre origini ci rimangono addosso come una voglia gigante sulla pelle, che puoi coprire con tutti i vestiti che vuoi, ma resta sotto e quando ti spogli la vedi».

Polisemie

Innamorato delle polisemie come ogni appassionato di poesia, Desiati sceglie l'aggettivo “spatriato” poiché assume tante sfumature quante sono le varianti locali del dialetto pugliese. In tempi di linguaggio inclusivo e di risanamento dei preconcetti, è il dialetto a portare in grembo lo “schwa” così dibattuto, liberandosi di numero e di genere.

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