Sale in zucca

Mario Draghi, il «Whatever it takes» come stile politico

L’attuale presidente del Consiglio sembra specializzato in situazioni di crisi. Lo ha dimostrato ai tempi della Bce, lo ha confermato a Palazzo Chigi

di Giancarlo Mazzuca

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2' di lettura

Pochi ci hanno fatto caso, ma esattamente dieci anni fa, il 1° novembre del 2011, Mario Draghi, che gli americani chiamavano «the unitalian» perché sembrava a loro così poco italiano, approdò alla presidenza della Bce, la Banca centrale europea.

Da allora è passata molta acqua sotto i ponti e Supermario, sulle ali di quanto ha fatto a Francoforte, è poi approdato nel 2021 a Palazzo Chigi per cercare di pilotare il Belpaese fuori dalle paludi del Covid. Considerando i risultati ottenuti in questi mesi, a dispetto delle tante mine (dai no vax ai green pass) disseminate lungo il percorso, verrebbe da dire che ci voleva proprio un italiano un po' anomalo per cercare di rimetterci in carreggiata.

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La prossima tappa di «Super Mario»

Molti si stanno chiedendo quale sarà la sua prossima tappa: resterà premier o salirà in gennaio al Quirinale per prendere il posto di Mattarella? Ma al di là delle ipotesi sul futuro draghiano oggi sul tappeto, è interessante soffermarsi sui risultati che ha ottenuto all'Eurotower dove è rimasto fino a due anni fa, il 31 ottobre del 2019.

Certo, gli obiettivi raggiunti alla Bce dall'allievo prediletto di Franco Modigliani sono stati tanti, ma forse il traguardo più eclatante lo tagliò poco dopo essersi insediato all'ultimo piano del grattacielo di Francoforte quando scese in campo in soccorso della Grecia e dell'euro.

Lanciando il suo storico slogan - «Whatever it takes», qualsiasi cosa pur di salvare la moneta comune - Draghi riuscì a raddrizzare una situazione particolarmente difficile evitando che Atene, un vero pianto greco, precipitasse nel baratro rischiando così di trascinare l'Europa intera.

Il Whatever it take come stile politico

La situazione degli «euzones» era talmente critica che i giornali parlarono allora di «Grexit» ritenendo imminente l'uscita ellenica dalla divisa europea ma proprio gli interventi massicci sul mercato obbligazionario (e non solo) messi in atto dalla Bce impedirono una defezione che si sarebbe rivelata una grave sconfitta anche per l'Unione particolarmente provata dalla tempesta sull'Egeo.

Ma, un paio di anni dopo i primi interventi di Francoforte, il Pil greco tornò ad essere positivo, un balzo in avanti considerato quasi un miracolo dagli operatori. A quel punto, la popolarità di Draghi crebbe moltissimo in tutto il Vecchio Continente tanto che diversi addetti ai lavori lo considerano adesso l'europeo più influente dopo l'uscita di scena della cancelliera Angela Merkel.

Verrebbe da dire che l'ex-inquilino dell'Eurotower brilla soprattutto quando la situazione rischia di degenerare: non è un caso che, dopo il «Whatever» europeo, stia ora facendo il bis con l'Italia che sta uscendo dal tunnel del Covid. E se è vero che «non c'è due senza tre», in tanti stanno aspettando la terza «perfomance» di Supermario. Si accettano scommesse.

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