teatro

Marisa Berenson in quel di Weimar

di Antonio Audino


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3' di lettura

E' proprio lei, l'algida signora del Barry Lyndon di Kubrik, la sensibile moglie del professor von Aschenbach in Morte a Venezia di Visconti, la fotomodella di tante copertine ormai storiche di Vogue. Marisa Berenson, per la quale davvero si potrebbe usare il termine di “icona” visto che il suo volto è fissato nella nostra memoria come quello di una creatura quasi divina, lontana, muta, impenetrabile. Eccola qui invece, in carne ed ossa davanti ai nostri occhi, in frac o in guepière, in vestaglia o in abito da sera, i capelli biondi ondulati, come proprietaria di un cabaret berlinese negli anni della repubblica di Weimar e dell'ascesa del nazismo, insieme a una vivace orchestrina di musicisti ebrei, con un figlio gay che si esibisce en travesti e uno scrittore comunista suo ex amante a interpretare le scenette e le canzoni legate indissolubilmente ad uno dei momenti più luminosi della storia dello spettacolo, nonché a uno dei più oscuri della nostra civiltà. E' un repertorio ricchissimo quello proposto, mentre noi, seduti ai tavolini, sorseggiamo un calice di vino. Ariette e sketch oggi dimenticati con passaggi d'obbligo ai pezzi più noti di Kurt Weill o a Marlene Dietrich, facendoci entrare così nell'atmosfera di quei club nei quali aveva preso forma una ineguagliabile libertà espressiva, dove si ragionava in maniera ironica e spregiudicata di libertà sessuale, fustigando a colpi di satira Adolf Hitler.

Lo spettacolo, scritto da Stephan Druet, rende conto, però, anche di quanto fossero cospicui i brividi di paura che correvano in quel clima apparentemente gioioso libero e vitale. E proprio quelle divertenti ballate e quei quadretti esilaranti puntavano l'indice, ad esempio, sulle spaventose differenze economiche e sociali, sulle enormi ricchezze concentrate in poche mani e sulla profonda e diffusa povertà della popolazione tedesca dell'epoca, il tutto regolato da quel capitalismo spietato, responsabile dell'ascesa della dittatura, il cui credo, ci ricordano con Bertold Brecht, era “prima i soldi e poi la morale”. E certo neppure a quei musicisti e a quegli attori era sufficiente l'ironia per comprendere come un potere cinico e violento iniziasse a poter contare su un vasto consenso della gente comune. Tema che certo non appartiene soltanto a quel passato.
Con qualche sgranatura drammaturgica, lo spettacolo (che è stato in scena dal 29 giugno al 13 luglio) arriva a narrare l'invasione e la chiusura del club da parte delle SS, con i musicisti costretti a sostituire il loro abbigliamento colorato e ambiguo con i pigiami sbiaditi del lager (dove per altro la storia ci insegna che molti di quegli artisti saranno costretti ad esibirsi davanti ai gerarchi). Ma lo spettacolo acquista la sua forza grazie alla presenza degli interpreti, un giovane biondo ed ambiguo, Gaston Re, i tre brillanti musicisti, il lunare pianista Simon Legendre, il trombettista in calze a rete Guillaume Rouillard e l'energico percussionista Hugo Chassaniol, mentre davvero formidabili appaiono il figlio Viktor di Sebastian Galeota e lo scrittore di Olivier Breitman, irresistibili quando vestiti da bambine canticchiamo l'arietta dei tre piccoli porcellin riadattata però sulle sfortunate vicende di altrettanti ebrei. E lei, la divina Marisa, (nel cast, per altro, del celebre film di Bob Fosse Cabaret, che per primo aveva rispolverato la memoria di quella stagione creativa) si concede completamente a quel gioco, ironica, sensuale o cinica, sgranando i suoi occhioni seducenti, senza mai rubare la scena a nessuno, anzi, accompagnando le varie sequenze con attenzione e discrezione, ma sempre perfettamente in linea col disegno generale. Forse perchè in quelle vicende di pregiudizio e di persecuzione razziale l'attrice riscopre qualche memoria familiare, giacchè il padre era un ebreo di origine lituana così come ebreo era il suo bisnonno, il celebre storico dell'arte Bernard Berenson, e anche nel sangue (blu) della madre, figlia della stilista Elsa Schiaparelli si mescolavano discendenze miste, italiane e francesi, svizzere ed egiziane. Un gran successo in cartellone a Parigi per mesi al Thèatre de Poche e a Spoleto una calorosissima accoglienza che ci fa sperare in qualche ulteriore passaggio nelle sale italiane.

“Berlin Kabarett” di Stephan Druet, con Marisa Berenson. Festival dei due Mondi, Spoleto, San Nicolò.

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