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Marlene Dumas incanta con il suo “finale aperto” a Palazzo Grassi

Aperta fino all’8 gennaio 2023, “open-end” presenta oltre 100 opere nella prima personale italiana dell’artista

di Francesca Vertucci

2' di lettura

Palazzo Grassi presenta la grande mostra personale di Marlene Dumas (Cape Town, 1953), aperta fino all’8 gennaio 2023, tingendo Venezia di meraviglia. Considerata una delle artiste più influenti del panorama contemporaneo emergente, Dumas incanta i corridoi di Palazzo Grassi con più di cento opere provenienti dalla Collezione Pinault che raccontano d’amore e morte, di sesso e dipendenze, di apartheid e razzismo, colpendo il visitatore nel pathos più profondo.

Non è un caso, dunque, che il titolo dell’esposizione sia “open-end” - in italiano “finale aperto” - perché la sensazione che si ha percorrendo le sale veneziane è di iter con la vita, un monito su come l’esistenza sia indissolubilmente legata alla caducità dell’essere umano, un dualismo tra fine e inizio spesso combacianti nelle tele dell'artista.

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Una parata di occhi, mani, corpi, lingue, sessi e labbra

Una parata di occhi, mani, corpi, lingue, sessi e labbra che narrano tutta la gamma di passioni, emozioni e dolori “umani, troppo umani” nietzschiani. Per Marlene Dumas dipingere è un atto molto fisico, un gesto che racconta delle storie pregne di liquidità nella texture: “La pittura è la traccia del tocco umano, è la pelle di una superficie. Un dipinto non è una cartolina.” E’ una pittura imperfetta, la sua, ma proprio per questo reale e intensa. Una pittura che non necessita di edulcolorare il mondo, tanto da risultare a tratti persino orrorifica, ma lo accetta nelle sue brutture e lacune.

Marlene Dumas incanta Palazzo Grassi

Marlene Dumas incanta Palazzo Grassi

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Una Marilyn umana al di là del mito

In cima alla scalinata dell’esposizione, la prima opera che si nota è “Kissed”, che mostra un ingenuo primo bacio al confine tra cielo e terra. Perché Dumas contiene in sé sacro e profano: in “Dead Marilyn” si osserva una visione assolutamente distorta del tipico sogno americano di Marilyn Monroe, iconica femme fatale. L’artista la dipinge invece appena deceduta, struccata e in decomposizione, ben lontana dagli sfavillanti ritratti di Andy Warhol. Una Marilyn umana al di là del mito.

Interessanti anche le riflessioni sul tempo come in “The Old Woman’s Despair”, con dipinta una donna affranta per l’avvento della vecchiaia - una sorta di autoritratto canzonatorio di Dumas e delle sue paure inconsce - in “Time and Chimera”, dove la Morte viene contrapposta alla Bellezza o in “The Martyr”, in cui la figura di un defunto trasmette tutta la rabbia e l’angoscia presente in Dumas dopo la morte del padre: “Ho sempre avuto l’impressione che nella morte il viso si tramuti in maschera.

Svariati i rimandi allo spleen di Baudelaire e alla pasoliniana memoria, mentre l’opera New Moon risulta decisamente rassomigliante a una versione moderna dell’Ofelia di Millais.

Marlene Dumas, “open-end”, Venezia, Palazzo Grassi, fino all’8 gennaio 2023


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