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Marmo & lardo, geometria di forme eterne

Dalla Lunigiana alle Apuane, sulle tracce di Dante e Michelangelo per riassumere l’arte e per evocare le lotte di un Medioevo che qui ha lasciato monumenti insigni

di Carlo Ossola|

Illustrazione di Federico Tramonte

4' di lettura

Avevamo stabilito un itinerario a mezza costa nel tempo e nello spazio, tra Lunigiana e Apuane, da Fosdinovo a Castelnuovo Magra, poi Ortonovo, Nicola e infine Colonnata: da Dante a Michelangelo per riassumere l’arte, dai guelfi del vescovo di Luni ai nemici Malaspina, per evocare le lotte di un Medioevo che ha lasciato qui monumenti insigni.

Uscendo dal Medioevo, poi, volevamo vedere a Santa Maria Maddalena di Castelnuovo la gremitissima Crocefissione di Pieter Bruegel il Giovane (dove mai si trova un Calvario con quattro croci? Sapevo dei quattro legni di cui è composta la sacra Croce: palma, cedro, cipresso, olivo, secondo i Padri della Chiesa e secondo L’ultima scuola di sottigliezza cristiana, fatta nel Calvario da Giesà nella catedra della Croce, 1651, di Giovanni Gregorio di Gesù Maria, ma non immaginavo che i quattro legni fossero diventati quattro croci); tuttavia – secondo lo stile dei tempi – essa è, restaurata e ben esposta, dal 16 giugno al magnifico Museo Amedeo Lia di La Spezia.

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Puniti nel voler cercare l’arte nel suo luogo (chissà dove finirà la Madonna del Parto di Monterchi?), siamo però stati ricompensati da una magnifica lapide tombale, tolta dal pavimento della chiesa e ricollocata nella parete dell’ingresso con questa iscrizione (che riassumo): «Questo volto, che il calpestio offendeva, intatto alla sua gloria la famiglia pose». Ecco: per secoli il transito terreno come prova, secondo il versetto di Isaia: «Et Dominus voluit conterere eum infirmitate» (LIII, 10: «E Dio volle calpestarlo nella sofferenza»), aveva compimento nel «conterere vultum» inflitto alle lapidi sepolcrali nei pavimenti delle chiese, sì che i religiosi e fedeli passando quotidianamente su quel volto lo spianassero, sino a renderlo irriconoscibile, sino a cancellarne i lineamenti. E qui una famiglia si ribella e rivuole per sé quel volto: avrebbe dovuto passare di qui Max Picard che già nel 1921 aveva scritto quel mirabile saggio che è L’ultimo uomo, la scomparsa della fattezza umana dalla società contemporanea, sostituita da cumuli di pietrame che lo inscatolano e fili elettrici che lo dirigono. Ne usciamo consolati.

Ma cimento ben più arduo ci attende nel cammino tra le cave di marmo statuario verso Colonnata: qui veniva Michelangelo a scegliere i suoi blocchi che fossero senza vena o difetto, a cominciare dal blocco per la Pietà vaticana: «Si è convenuto con mastro Michelangelo statuario fiorentino, che lo dicto maestro debia far una Pietà di marmo a sue spese, ciò è una Vergene Maria vestita, con Christo morto in braccio, grande quanto sia vno homo iusto» (contratto del 27 agosto 1498). Michelangelo si reca a Carrara e prende alloggio presso il “cavatore” «Francesco che fu di Giovannandrea de Pelliccia da Bargana», che lavorava nella cava del Polvaccio (detta poi di Michelangelo). Poi torna nel 1503, per le statue degli apostoli (il San Matteo, ora alla Galleria dell’Accademia) e poi soprattutto per gli immensi blocchi che dovranno servire al monumento funebre di Giulio II Della Rovere. Nel dicembre 1505 Michelangelo scrive: «Sia noto e manifesto a qualunche persona leggierà la presente scritta, com’io Michelagniolo di Lodovico Buonarroti, scultore fiorentino, alluogo e acottimo oggi questo dì dieci di dicembre nel mille cinque cento cinque, a Guido d’Antonio di Biagio e a Matteo di Cucarello da Carrara carrate sessanta di marmi all’uso di Charrara; ciò è dumila cinque cento libre la carrata».

Sono blocchi e dimensioni enormi (800 chili ogni carrata), che testimoniano quanto Michelangelo fosse stretto a quella soda materia sin dall’infanzia, come scrive il Vasari nella Vita del grande fiorentino: «così come anche tirai dal latte della mia balia gli scarpegli e ’l mazzuolo con che io fo le figure».

E mentre i cavatori lavorano, di fronte a quelle pareti verticali davanti al mare, gli sovvennero certo i versi di Dante, dalla Lunigiana forse anch’egli salito al monte Altissimo, domando l’orizzonte in quella terribilità che lo scultore farà propria e che respirava tra il vento e il bianco abbacinante delle Apuane: «muovasi la Capraia e la Gorgona, / e faccian siepe ad Arno in su la foce, / sì ch’elli annieghi in te ogne persona!» (Inferno, XXXIII, 82-84).

Non si va da turisti in quei roccioni, si va per squadrare le passioni, o per scioglierle in più esigenti prove.

Così mi insegna, giunti a Colonnata, mostrando la sua vasca di marmo, Elisa Bigarani; mentre in cucina rosolano, caldi e soffici, gli sgabei, ci spiega come si debbono disporre a strati i pani di adipe, il lardo, in vasche di marmo bianco dette “conche”, alternando ad esse strati di sale, e poi lardo ancora e rosmarino e aglio sbucciato e spezzettato fino al colmo della conca. Poi si copre tutto con una lastra di marmo e si lascia maturare per una stagione (meglio d’inverno: «Il lardo, che si fa nel mese di decembre, è caldo e umido»; Ugo Benzi, Regole della sanità, 1618). Lì fermenta e trasuda, s’impregna e si rassoda e – tolta la lastra – risorge!

Elisa lavora spiegando con giusta pacatezza, e poi arrivano in tavola panieri di sgabei caldi: poste sopra di essi, le candide fette di lardo di Colonnata lentamente s’assottigliano e quiete intridono la crosta dorata. E sono ormai una cosa sola per il palato. E qual vino mai può essere loro accostato che sia schietto, di terra e di luce, e sappia di materia intrisa nella volontà di scioglierla? Forse solo un bicchiere di bianco del Giangaré di Fiumaretta, lì accanto alle memorie di Luni: il tempo si ferma e benedici il lavoro dell’uomo e chi lo onora.

«Marmo e lardo»: antitesi che consuona, che sprigiona tutto ciò che l’uomo ha voluto erigere di sé, ha coltivato per sé: «latte e mazzuolo», pietra e grasso degli Dei; in quella geometria di forme eterne, l’uomo ha fatto della propria fragilità il più bel ricettacolo: mi viene alla mente, mentre scendiamo da Colonnata, il Libro dei medicamenti di Gerardus Falconarius: «poni il lardo sopra il tuo male e ne sarai liberato». Traeva la massima da Galeno, che lo consigliava per sanare le piaghe: il morbo s’allenta con ciò che è morbido…

«Conterere vultum» e «lardum edere»: in pochi lembi di terra, tra il Magra e le Apuane, c’è tutta la storia dei nostri sogni e contrizioni, intinti nella sapienza del gusto: resta solo da camminare ammirando.

Riproduzione riservata ©

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