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Maroni e i due momenti più difficili: la morte di Biagi, gli scandali di Bossi

Toccò a lui, insieme al sottosegretario Maurizio Sacconi, gestire i giorni difficili dopo l’omicidio del giuslavorista e rimettere dentro i binari della dialettica democratica un progetto di legge che vide il via libera di Cisl e Uil

di Lina Palmerini

Morto a 67 anni Roberto Maroni

2' di lettura

Sono stati due i momenti che Roberto Maroni, scomparso il 22 novembre, considerava i più complessi della sua vita politica.

La stagione al Welfare e il ritorno delle Br

Il primo, in ordine di tempo, quando da ministro del Welfare visse la morte del giuslavorista e suo consulente, Marco Biagi, ucciso per mano dei terroristi. Era il 19 marzo del 2002 e il Governo Berlusconi si era insediato da meno di un anno ma aveva messo in agenda una riforma dell'articolo 18 che costò la vita al professore bolognese, autore del Libro Bianco sul lavoro, ammazzato mentre rientrava in casa in bicicletta. Un lutto che si portava ancora dentro. Toccò a lui, insieme al sottosegretario Maurizio Sacconi, gestire quei giorni e rimettere dentro i binari della dialettica democratica un progetto di legge che vide il via libera di Cisl e Uil.

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Flessibilità, “scalone” e bonus Maroni

Una mediazione con i sindacati che archiviò quella riforma ma introdusse le prime innovazioni contrattuali oltre una riforma previdenziale che è rimasta alla memoria come “lo scalone di Maroni”. In pratica un innalzamento dei requisiti pensionistici da 57 a 60 anni, poi rimessa in discussione dal successivo Governo Prodi con un enorme dispendio di risorse (circa 10 miliardi). Ed è un caso che proprio oggi, mentre l'attuale Esecutivo Meloni vara la sua prima legge di bilancio, torna ad essere legge una sua “invenzione”, anche questa ribattezzata con il suo nome: bonus Maroni, in pratica un incentivo per chi, pur avendo i requisiti pensionistici, decida di continuare a lavorare. Nel ministero di Via Veneto passò la sua stagione più intensa, dal punto di vista della produzione di leggi, molto più che al Viminale dove tornò nel 2008 dopo una prima breve esperienza nel 1994..

Leader della Lega per evitarne l'estinzione

E fu proprio da ministro dell'Interno che visse l'altro momento che considerava il più complesso della sua vita politica, la gestione della Lega dopo gli scandali che coinvolsero Bossi, i fedelissimi del cerchio magico e la sua famiglia. Scelse di non tirarsi indietro e prendere la guida di un partito che, dopo le vicende del Senatur era sotto il 4%, e rischiava di sparire. Anche la decisione di candidarsi Governatore della Lombardia rispondeva a quella missione, quella di salvare il Carroccio da una estinzione che sembrava vicina. Vinse quelle elezioni regionali e vinse anche la sfida di far sopravvivere il partito lasciando poi il testimone a Salvini, scelto da lui per la leadership. Con l'attuale vicepremier e segretario i rapporti sono poi stati altalenanti, intermittenti anche per una diversa visione politica di ciò che doveva essere la Lega e del rapporto con il Nord. Un tema che è tutt'ora sul tavolo.


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