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Marta Herling: contro i populismi di destra e sinistra la lezione di Croce è ancora un antidoto

Nipote di don Benedetto, figlia di Gustaw, è segretaria generale dell’Istituto di studi storici a Napoli. Tra il cielo e il caffè rivede i nodi del Novecento e della sua famiglia

di Paolo Bricco

6' di lettura

«Il razionalismo liberale e l’antitotalitarismo sono antidoti contro i populismi che vengono espressi in forme politiche diverse sia dalla destra che dalla sinistra. E possono risultare riferimenti validi anche per contrastare le dittature etiche delle minoranze, che in tutto il mondo stanno assumendo le sembianze culturali più ambigue e nocive. Il razionalismo liberale e l’antitotalitarismo appartengono all’esperienza e alla testimonianza storica, ma oggi costituiscono, in una fase di squilibri profondi se di non di generali impazzimenti, due ancore a cui tutti noi possiamo aggrapparci».
Marta Herling è una signora gentile. L'aria di mezzogiorno di Napoli è fresca. Il primo odore dei limoni si sente salire dagli orti sotto casa sua. Ha smesso di piovere da poco. Marta ha una storia personale particolare. Questa casa, nel quartiere di Chiaia, è la casa di un amore. Anzi, di tanti amori. La sua storia è una storia di minoranze non elitarie, ma con una vocazione democratica naturale, profondità e coraggio, ironia e desiderio di vivere senza sopraffazioni né subìte né esercitate.

Croce e Herling, nomi fondamentali del Novecento

«Ho apparecchiato qui sul terrazzo. Spero che a lei vada bene», dice. E come non potrebbe andarmi bene. La tovaglia è bianca. I fiori iniziano a sbocciare. Da questo punto del quartiere di Chiaia si vede tutto il Golfo. Il profilo del cielo e del mare è così abbacinante che l’unico rischio è assorbire nello sguardo un eccesso di bellezza. Al terrazzo si giunge da una sala soppalcata piena di librerie e di libri. Il soffitto della abitazione è altissimo.Marta è stata generata da una famiglia che è l’incrocio di due nomi fondamentali del Novecento europeo: i Croce e gli Herling. La sua famiglia l’ha cresciuta e l’ha allevata nella Napoli insieme borghese e popolare, disincantata e non cinica, di vasto respiro europeo e a suo agio con i grandi scenari culturali e interiori ma anche consapevole con Tolstoj che, per misurarti con l'universale, puoi benissimo parlare del tuo villaggio.

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Inoltre, Marta ha introdotto in Italia e in Europa occidentale, quando esisteva ancora la cortina di ferro, la scuola storiografica polacca, imperniata su Witold Kula e Bronislaw Geremek: un laboratorio culturale che ha conservato un grande valore sia per la qualità dei saggi prodotti fin dagli anni Sessanta sulla cultura materiale e sugli innesti metodologici fra storia sociale, storia economica e storia politica, sia per l’esempio concreto di studiosi impegnati tutti i giorni – fra mille difficoltà – a misurarsi con l’esercizio della libertà intellettuale, in un regime come quello polacco che conculcava la critica e ostacolava la ricerca: «Ho conosciuto e ho tradotto le opere di intellettuali straordinari. Che ogni giorno, senza retorica, con notevole coraggio e con grande persistenza, si misuravano con il controllo occhiuto di un regime totalitario. Gli anni Settanta e gli anni Ottanta in Polonia sono stati duri e complessi. Ho imparato molto dal loro impegno e dalla loro capacità di conquistarsi, ogni giorno, un pezzo nuovo di libertà».
Marta porta in tavola una parmigiana di melanzane delicatissima. Villa Ruffo è stata acquistata dalla moglie di Benedetto Croce, Adele Rossi («arrivava da Ivrea, era una donna energica e concreta, con un grande fiuto per gli affari e una ottima predisposizione a risolvere efficacemente tutte le questioni pratiche della famiglia») e qui hanno abitato appunto Gustaw Herling, la moglie Lidia Croce e i due figli, Marta e Andrea Benedetto, con Giulio de Caprariis nato dal primo matrimonio di Lidia con lo storico Vittorio de Caprariis.

Gli Herling abitano da sempre qui. I Croce, invece, vivevano in centro, a Palazzo Filomarino, dove oggi hanno sede l’Istituto Italiano per gli Studi Storici, di cui Marta è segretaria generale, e la Fondazione Biblioteca Benedetto Croce: «Mio nonno ha sempre avuto un legame strettissimo con il popolo di Napoli. Io ho sempre vissuto qui a Chiaia. Ma, da adolescente, decisi di non frequentare il liceo classico Umberto, dove i miei compagni sarebbero stati i figli dei borghesi del quartiere. Mi iscrissi al liceo classico Genovesi di Piazza del Gesù, nel centro storico, dove si era diplomato mio nonno e dove le classi erano eterogenee e composite, con un gran numero anche di ragazzi e ragazze che arrivavano dalla provincia di Napoli e comunque senza una univoca definizione di ceto o di classe sociale. Feci bene. Mi divertii molto. E tutti i giorni i miei compagni mi insegnavano a parlare in napoletano».

La temperatura è mite. Il vino rosso resta tappato. Beviamo entrambi acqua minerale. I Croce sono, appunto, i Croce di Don Benedetto Croce. Gli Herling sono gli Herling di Gustaw Herling. Croce è stato uno dei padri della cultura italiana fra Otto e Novecento. Herling, polacco, è stato un intellettuale che – fra una vita di pensiero e di azione, una attitudine contemplativa e una necessità picaresca – si è misurato con il fenomeno del totalitarismo, in particolare di matrice comunista. Figlio della borghesia ebraica ashkenazita, partigiano nella Seconda guerra mondiale nella Polonia smembrata e spartita fra la Germania nazista e l’Unione Sovietica, catturato dalla polizia politica dell’Nkvd a Leopoli in Ucraina nel 1940, sopravvissuto a due anni nell’inferno del gulag nell’estremo nord russo di Arkhangelsk, soldato nella campagna d'Italia degli Alleati nel Secondo corpo polacco sul campo di battaglia di Montecassino, nel 1951 autore a Londra di “A World Apart: a Memoir of the Gulag”, una lama di luce e di verità nel buio del comunismo.

Destini che si intrecciano

Gustaw, che in prime nozze si era sposato con la pittrice Krystina Stojanowska, si innamorò e sposò nel 1955 in seconde nozze appunto Lidia, terza figlia del filosofo e mamma di Marta. Tagliando una fetta abbondante di torta di scarola, Marta ricostruisce tutta la genealogia familiare, descrive l'intrecciarsi dei destini e dei libri (solo in questa casa ce ne sono cinquemila) e manifesta un senso non cupo ma divertito dello stare dentro alle tragedie della storia e alle commedie della vita. E, così, all’improvviso mi sembra di trovarmi in una versione napoletana ed europea del romanzo - torinese ed europeo - “Lessico famigliare” di Natalia Ginzburg: «Mia madre e mio padre si incontrarono quando mio padre andò a Sorrento a conoscere, durante la guerra, Benedetto Croce».
Si legge nel diario di Benedetto Croce, che mi mostra Marta: «È venuto un soldato del reparto polacco, Gustavo Herling-Grudzinski, studioso di filosofia, lettore di miei volumi tradotti in tedesco, appartenente a un gruppo di cultori in Varsavia della mia filosofia; vuole tradurre miei libri in polacco».

Dice Marta: «Mia madre ci rimase male quando lui scelse di sposarsi con il suo primo amore, Krystina. Anni dopo, però, si ritrovarono. E fu subito una unione profonda. Mio padre aveva una vita intellettuale e interiore intensa. Qualche volta separata dalla nostra. Mia madre, che non lo chiamava Gustaw ma Gustavo, diceva sempre: “Gustavo ha il suo mondo ed è giusto che abbia i suoi segreti”. La mia famiglia, per fortuna, non ha vissuto il trauma del déraciné politico e culturale. La tristezza e le violenze che hanno segnato le esistenze di molti esuli ci sono state, per fortuna, risparmiate».

La pasta alla sorrentina, con tanto formaggio fuso, è buonissima. Il lavoro culturale degli allievi dell’istituto di Benedetto Croce e l'attività personale di Herling condotta con i libri e sui giornali (“Tempo Presente” di Nicola Chiaromonte e Ignazio Silone, “Il Mondo” di Mario Pannunzio, “Il Corriere della Sera” nella direzione di Giovanni Spadolini e “Il Giornale Nuovo” di Indro Montanelli e Enzo Bettiza) hanno elaborato, il primo con la razionalità del sistema e la seconda con il talento del frammento, un discorso sulle libertà e sulle persone, sulla filosofia e sul pensiero storico e politico che, ancora oggi, rappresentano un patrimonio insieme solido intellettualmente e delicato umanamente.

Mentre porta in tavola una treccia di mozzarella, Marta arriva sulla terrazza con il diario del padre che, il 28 gennaio 1957, scriveva: «Ho visto (erano le 6 del pomeriggio) lo splendido tramonto sul Golfo: una ragnatela di luci accese sul Vomero e Posillipo, al di sopra una striscia di cielo così limpida da sembrare una scaglia di cristallo, che rendeva i contorni delle colline, delle case e degli alberi, un merletto finemente intarsiato; più in alto una striscia di rosso scuro e infine una lunga nuvola frastagliata. Rosso anche l’orizzonte di Ischia. Capri buia, massiccia – non l'ho mai vista così incastonata nel paesaggio».

Mangiamo una crostata con la crema e le fragole. Marta prepara il caffè. E, con delicato affetto, mi indica su una foto in bianco e nero il vecchio filosofo seduto in poltrona e attorniato dalle figlie Alda, Silvia e Lidia, sorridenti e piene di attenzioni verso il papà, che ha una tazzina in mano.

«In casa nostra la caffettiera era sempre sul fuoco. Era un rito. Chiunque arrivasse, a qualunque ora, veniva accolto da mio nonno così. La religione delle libertà e dell'accoglienza è fatta anche, in fondo, di queste piccole cose», sorride Marta, nipote di Don Benedetto e figlia di Lidia e di Gustavo, mentre si porta la tazzina alle labbra.


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