il libro dell’ex ministro

Martina: migliorare gli accordi internazionali per la crescita dell’agroalimentare

In “Cibo sovrano. Le guerre alimentari globali al tempo del virus” vengono analizzate le strategie da seguire per trovare un compromesso tra il sovranismo e una visione ipermercatista

di Giorgio dell'Orefice

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In “Cibo sovrano. Le guerre alimentari globali al tempo del virus” vengono analizzate le strategie da seguire per trovare un compromesso tra il sovranismo e una visione ipermercatista


4' di lettura

Tra gastrosovranisti e gastropatriottici meglio i gastronegoziatori. La crisi pandemica sta mettendo in evidenza, anche ai più scettici, i limiti delle due principali visioni che hanno contrassegnato i mercati internazionali negli ultimi anni: la visione ipermercatista e turbocapitalista fondata su mercato senza regole da un lato e, dall'altro, il ripiegamento nazionalista alla ricerca di una autosufficienza alimentare che è più illusoria che altro. E – soprattutto – sta facendo riemergere con forza che l'unica prospettiva reale è quella di mercati aperti ma con regole forti il che prelude un ritorno in grande stile agli accordi sul commercio internazionale.

È quanto sostiene Maurizio Martina, ex ministro delle Politiche agricole (dal 2014 al 2018) nonché segretario del Partito Democratico nel 2018, nel proprio libro “Cibo Sovrano - Le guerre alimentari globali al tempo del virus”, presentato il 13 ottobre, alle ore 17, nella sede della Coldiretti a Palazzo Rospigliosi a Roma con la presenza del segretario generale della Coldiretti Vincenzo Gesmundo, della leader di Fratelli d'Italia Giorgia Meloni, del segretario del Pd Nicola Zingaretti e del presidente della Coldiretti Ettore Prandini.

«La pandemia – afferma Martina – ha fatto riscoprire e messo in evidenza che nessuno è immune da rischi di tenuta sulla propria sovranità alimentare. Basti pensare alle difficoltà emerse nella filiera della carne negli Usa filiera, ma anche in Europa. Episodi che hanno messo in evidenza come nessun paese è immune da rischi sulla sicurezza alimentare, nessuno è al riparo dalla possibilità che saltino gli approvvigionamenti. Condizioni che sono maturate in un contesto già complesso nel quale Cina e India già mettevano a rischio gli equilibri globali con elevati tassi di crescita delle proprie popolazioni».

In questo quadro innanzitutto l'Europa è chiamata a un cambio di passo. «L’Europa – aggiunge Martina – deve decidere che impronta dare al cambiamento della politica agricola Ue. La nuova Pac deve andare di pari passo con la capacità di essere mercato unico, diventando sempre più una piattaforma produttiva unica e coordinata. Serve una politica che accompagni il cambiamento dei modelli agricoli e agroalimentari e che questi diventino più coordinati tra loro senza rinunciare a distintività ne chiudere alla collaborazione».

Un sentiero apparentemente molto stretto. «Dobbiamo unire le tre A di Agricoltura Alimentare e Ambiente – aggiunge il parlamentare Pd –. E serve un meccanismo virtuoso che consenta a i produttori di allearsi con i consumatori. Non è possibile una svolta ambientale senza un protagonismo del settore agroalimentare. È questo un aspetto chiave se si vogliono evitare dinamiche conflittuali come la rivolta dei gilet gialli in Francia. Quella è stata la dimostrazione che quando la svolta ambientale non è accompagnata da analoghe decisioni sul piano economico sociale si rischiano conflitti. Occorre invece accompagnare la svolta green con meccanismi che premino ad esempio chi produce il cambiamento verso la sostenibilità».

Questa strategia riguarda la riformulazione dei compiti dell’anello più strettamente produttivo ma deve poi essere accompagnata a una svolta anche a valle sul fronte del mercato. «Dobbiamo rilanciare – dice ancora Martina – l'idea dei mercati aperti con regole forti. Abbiamo pagato un prezzo pesante alle recenti guerre commerciali e dei dazi e non possiamo permetterci che dopo la pandemia ci siano nuovi conflitti commerciali. Siamo un paese trasformatore ed esportatore e dobbiamo poter portare le nostre qualità in giro per il mondo. In quest’ottica va ripensato anche il Wto che così come è ha dimostrato di essere inadeguato, va riformato».

L'Italia quindi ha bisogno di una nuova stagione di accordi commerciali che le consentano di portare nel mondo la propria distintività e la qualità dei propri prodotti in un confronto aperto con le altre distintività. «E su questo bisogna chiarire un aspetto – dice ancora l'ex ministro -: quando gli agricoltori chiedono l’indicazione obbligatoria dell’origine in etichetta non vogliono conflitti con i produttori di altri paesi, ma vogliono solo che sia valorizzato il proprio lavoro all’interno della filiera. Uno sforzo che spesso è stato recepito. Basti pensare ad esempio all'industria pastaia italiana che ha sposato l’idea del grano 100% italiano».

E in un'ottica di confronto internazionale virtuoso dove si colloca il contrasto all'agropirateria con molte delle eccellenze made in Italy che sui mercati subiscono la concorrenza di prodotti che si richiamano all'Italia senza avere alcun legame con il nostro paese? «Molta di questa partita si gioca sul divieto di evocazione – conclude Martina –. Bisogna vietare di evocare simbologie e nomi dei prodotti. Li c'è da fare un lavoro vero di confronto che è sempre figlio di intese. Bisogna praticare la fatica di confrontarsi e mettere a fuoco i confini di ciascuno. Abbiamo diversi casi che quello che per noi è scontato per altri non lo è. Per questo bisogna avere un atteggiamento aperto anche sul giudicare gli accordi commerciali passati. L’idea di fondo è che bisogna cercare l’intesa ma avere anche l’onestà intellettuale di denunciare che qualsiasi accordo non è un buon accordo. Riguardo all’Italia ad esempio quello col Mercosur non è stato un buon accordo ma un’intesa sbilanciata tra il dare e l'avere. Discorso diverso con il Ceta, l'intesa Ue-Canada, che ha di certo consentito un avanzamento. Il punto da non perdere di vista è che noi riusciamo a portare il nostro valore aggiunto nei mercati solo se riusciamo a fare accordi. Non è possibile cavarsela da soli».

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