la ricandidatura del segretario e L’incognita Minniti

Martina pronto alle dimissioni, al via il congresso del Pd

di Emilia Patta


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3' di lettura

Nessun ripensamento sul congresso del Pd, anche se in molti speravano in uno slittamento a causa della situazione economica del Paese dopo la bocciatura della manovra del governo giallo-verde da parte di Bruxelles e il declassamento delle agenzie di rating. Il dado è tratto: il segretario “reggente” Maurizio Martina è pronto a dare le dimissioni - atto formale che avvia la fase congressuale - subito dopo il Forum nazionale di Milano del week end, e l’annuncio dovrebbe essere arrivare proprio nel corso dell’intervento conclusivo.

Martina in campo: più attenzione ai precari, il «Quinto stato»
Un Forum, quello di Milano che chiuderà la fase congressuale, che sarà incentrato tutto sui contenuti programmatici. Con un ripensamento delle politiche dei governi del Pd nel senso di una maggiore attenzione agli esclusi dalla gl0balizzazione (in particolare l’esercito dei precari, che Marina chiama il Quinto stato). E che vedrà tra gli ospiti sul palco leader importanti del socialismo europeo come il premier spagnolo Pedro Sanchez e il vicepresidente della Commissione Ue Frans Timmermans, probabile candidato comune del Pse alla presidenza della Commissione per le elezioni europee del maggio prossimo.

Un appuntamento al quale Martina ha lavorato con determinazione nelle scorse settimane e che fa prefigurare una sua diretta discesa in campo come candidato: «Si sta valutando», dice senza sbilanciarsi. Ma la sua candidatura è data per certa dai suoi collaboratori. Ed è una candidatura che certamente dividerà, anche se non è possibile prevedere in che misura, i campi avversari (ad esempio il presidente del partito Matteo Orfini, renziano, convergerebbe su Martina perché ostile alle politiche migratorie messe in atto da Minniti dal Viminale).

L’incognita Minniti
Resta da vedere che cosa deciderà infine l’ex ministro dell’Interno Marco Minniti, già dato dalla maggioranza renziana uscente del Pd come sicuro candidato contro il governatore del Lazio Nicola Zingaretti, in campo a sua volta da settimane e appoggiato dalla sinistra del partito e da alcuni big della ex maggioranza renziana come Dario Franceschini e (più cautamente) Paolo Gentiloni. La candidatura di Martina certo non fa piacere né a Zingaretti né a Minniti. Ma non sembra che questo influirà troppo sulla decisione dell’ex ministro, ormai fortemente orientato per il sì dopo il suo tour sul territorio: la decisione sarà presa all’inizio della prossima settimana, dopo le dimissioni di Martina e l’avvio formale dell’iter congressuale.

Rischio balcanizzazione?
Con Minniti e Martina i candidati a guidare il Pd post-renziano diventano (per ora) 7: oltre a Zingaretti, si candideranno Matteo Richetti, Cesare Damiano, Francesco Boccia e il giovane outsider Dario Corallo. Ma non tutti correranno alle primarie aperte conclusive del congresso, che dovrebbero tenersi nella prima o nella seconda domenica di febbraio: prima si terranno i congressi nei circoli che serviranno anche come scrematura. Solo i primi tre parteciperanno alle primarie. Ma c’è un rischio, e sarebbe la prima volta nella storia del Pd: se nessuno dei tre candidati raggiunge il 51% dei voti ad eleggere il nuovo segretario sarà l’assemblea nazionale. E in quel caso più che i voti varranno gli accordi politici posto-primarie.

Il congresso e lo spread
Restano i dubbi di molti, renziani e non, sull’opportunità di fare un congresso per forza di cose divisivo mentre il governo giallo-verde è in difficoltà per via della manovra economica e con lo spread a 0ltre 3o0. E con le amministrative e le europee di primavera alle porte. Da qui, anche, l’invito all’unità che verrà dal palco del Forum di Milano dal padre fondatore Walter Veltroni.

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