Festival di Cannes

«Marx può aspettare», il toccante documentario di Marco Bellocchio

Il regista italiano, Palma d'oro d'onore di questa edizione del Festival di Cannes, ha firmato una pellicola di grandissima forza emotiva. In concorso delude Bruno Dumont

di Andrea Chimento

3' di lettura

Mentre il Festival di Cannes si avvia verso la conclusione, tra le visioni più toccanti di questi ultimi giorni c'è stata senza dubbio «Marx può aspettare», nuova pellicola di Marco Bellocchio inserita tra le Proiezioni Speciali della kermesse.

Si tratta di un documentario tra i più emozionanti visti negli ultimi anni, in cui il regista di Bobbio racconta la figura di suo fratello gemello, Camillo, morto suicida a soli ventinove anni.La straordinarietà di questo film è la capacità del regista di riuscire a trasformare una storia tanto intima in una vicenda assolutamente universale, in cui ogni spettatore si trova a empatizzare e vivere un'esperienza come se si parlasse di una persona della propria famiglia.

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Nonostante si tratti di un documentario, in «Marx può aspettare» c'è inoltre tantissimo del cinema di finzione di Bellocchio, con riferimenti che vanno alla figura materna (si ripensi a «I pugni in tasca»), al dolore di una perdita («Bella addormentata»), alla rappresentazione del nucleo famigliare («L'ora di religione» o «Sorelle»).

L'operazione può far venire in mente quella di Alina Marazzi con «Un'ora sola ti vorrei», per ricordare la madre che in vita aveva conosciuto ben poco, ma in forma più corale, come se ci trovassimo di fronte a una confessione collettiva, dal taglio profondamente psicologico.Lo si potrebbe definire un memoriale di famiglia o un film-testamento, ma è soprattutto grande cinema che conferma la bravura di un regista, classe 1939, quest'anno meritatamente omaggiato da Cannes con la Palma d'oro d'onore.

France

Deludente in concorso, invece, «France», il nuovo film di Bruno Dumont.Protagonista è Léa Seydoux nei panni di una giornalista televisiva molto nota, con un’importante carriera alle spalle e una tormentata vita privata. La donna, però, si ritroverà coinvolta in un incidente stradale che sconvolgerà profondamente la sua vita, tanto da provocarle una crisi che potrebbe portarla alla rovina.

Dumont ci ha abituato a film eccentrici e dotati di uno stile personalissimo (da «L'età inquieta» a «Ma Loute», passando per la folle e bellissima miniserie «P'tit Quinquin»), ma in questo caso il suo è un lungometraggio convenzionale, che propone messaggi troppo chiari e didascalici, lontanissimi dal simbolismo tipico del regista francese.

La critica ai media e al giornalismo è fuori tempo massimo, seguendo strade narrative già ampiamente battute in passato da diversi altri autori.Qualche guizzo stilistico qua e là non basta per togliere la sensazione di aver assistito a un lavoro fiacco e troppo prevedibile.

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Gli ultimi film in concorso

Le ultime pellicole presentate in lizza per la Palma d'oro hanno dato esiti piuttosto diversi.Il film marocchino «Haut et fort» di Nabil Ayouch, nonostante l'energia trasmessa dai tanti giovani attori in scena (per la maggior parte non professionisti), è un'opera purtroppo debole e non all'altezza di una competizione tanto importante: protagonista è Anas, ex rapper, che trova un nuovo impiego in un centro culturale dove aiuterà i suoi studenti a liberarsi delle convenzioni sociali tramite il ballo e la cultura hip hop. Potrebbe piacere a Spike Lee, ma è un film che sa di già visto e, paradossalmente, fatica costantemente a trovare il giusto ritmo.

Storia più interessante è quella di «Nitram» di Justin Kurzel, ispirato agli eventi che hanno portato alla strage di Port Arthur del 1996, in Tasmania.La rappresentazione di un ragazzo vittima di una frustrazione sempre più crescente è interessante e incisiva, tanto che il film riesce a inquietare nel modo giusto. Peccato però per qualche eccesso di troppo, che spesso contraddistingue la messinscena di Kurzel, e per una parte centrale un po' ripetitiva.

Il titolo più significativo dell'ultima giornata del concorso è stato sicuramente «Les intranquilles» di Joachim Lafosse, storia di una coppia che si ama profondamente. Lui però soffre di bipolarismo e, nonostante questo, cerca di continuare a vivere con lei, consapevole di tutte le difficoltà che questo comporta.Già autore di un grande film sulla coppia come «Dopo l'amore», Lafosse conferma la sua sensibilità narrativa e registica con questo film intenso al punto giusto, ben recitato e dotato di un copione scritto con cura.Qualche momento di calo non lo rende un lungometraggio perfetto, ma resta un prodotto capace di far riflettere e di scuotere lo spettatore, tanto da poter rientrare nel palmarès conclusivo.

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