l’attacco di gallera

Mascherine coronavirus, Lombardia accusa Protezione civile: «Inutili»

Si cercano aziende per nuove forniture. Quella della Protezione civile è stata ritirata perché non omologata. Da lunedì parte la sperimentazione con il farmaco per l’artrite.

di Sara Monaci

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(Ansa)

Si cercano aziende per nuove forniture. Quella della Protezione civile è stata ritirata perché non omologata. Da lunedì parte la sperimentazione con il farmaco per l’artrite.


2' di lettura

Le mascherine per proteggersi dal coronavirus sono diventate un caso. Non sono solo quelle mancanti a far discutere, e i prezzi saliti di almeno 10 volte, per cui anche la procura ha aperto un'inchiesta. A creare tensioni tra Regione Lombardia e governo sono quelle inviate dalla Protezione civile sul territorio lombardo. L’assessore al Welfare Giulio Gallera le ha giudicate più adatte a spolverare che a proteggere (il riferimento è una nota marca per la pulizia).
Doveva essere una fornitura di 250mila mascherina a settimana, che dalla Protezione civile sono state inviate a Palazzo Lombardia e poi da qui smistate agli ospedali. Ma i medici e gli infermieri si sono rifiutati di indossarle, perché non omologate, non garantite dalla certificazione Fp2 e Fp3.

«Non sono idonee a proteggere il personale sanitario, non buttiamo nulla in Lombardia, ma al massimo servono a qualche volontario che va a fare la spesa per qualche anziano».
In effetti a guardarle è facile capire perché: mancano gli elastici intorno alla bocca, si attaccano alle orecchie non con dei lacci ma grazie a dei fori, si spostano facilmente, devono essere tenute vicino alla bocca.
La Regione giudica il materiale «inimmaginabile». Infatti sono state ritirate.


In Lombardia ci sono 3 aziende che producono mascherine, tutte contattate per capire se possono fornirle ancora. Poche ore fa la ditta Morganti di Lecco ne ha donato 14mila. Inoltre la Regione Lombardia sta cercando di capire se la Germania fornirà i suoi presidi o se la produzione è stata bloccata nel paese d’origine.
Il problema comincia a farsi sentire per tutti. Chiunque vada in farmacia può vedere la scritta «non ci sono mascherine», ma quel che è più grave è che mancano le protezioni anche a chi lavora in ospedale, continuamente esposti al rischio.
«Purtroppo non abbiamo una produzione nazionale di mascherine e dpi perché in passato è stata considerata a basso margine per gli operatori economici e ora ne paghiamo le conseguenza - dice il capo della Protezione civile Angelo Borrelli - È compito del commissario Arcuri razionalizzare le strutture che possono essere riconvertite per la produzione, lo stiamo valutando».

Oltre alle mascherine, in Lombardia si cercano rapidamente anche i respiratori, per poter realizzare tra i 250 e i 500 posti in terapia intensiva. Al momento sono disponibili 1.100 posti, di cui 732 utilizzati per il Covid 19 (altre 149 persone sono uscite dalla terapia).
Visto che non è stato possibile realizzare subito un grande presidio negli ex locali della Fiera di Milano, nel quartiere milanese del Portello, per assenza di letti e strumentazione, i vertici di Palazzo Lombardia stanno cercando di allestire in 5 giorni nuovi posti negli ospedali San Caro, San Matteo, Monza, Policlinico di Milano e Niguarda, per un totale di 90-130 posti.
La corsa contro il tempo riguarda anche il personale, reperito a centinaia tra medici e infermieri in queste ore (le domande di assunzione arrivate tre giorni fa erano in tutto).
650).
Da lunedì inoltre partirà la sperimentazione del farmaco già utilizzato per l’artrite, così come stanno facendo in Cina. È stato già somministrato all’assessore lombardo alle Attività produttive Alessandro Mattinzoli e sta avendo miglioramenti.

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