Cassazione

Mascherine, per le semplici «copri bocca» non serve il marchio Ce

Esclusa la frode in commercio per il marchio Ce messo senza il via libera dell’Inail: per le cosiddette mascherine di comunità basta che il produttore predisponga la documentazione tecnica

di Patrizia Maciocchi

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2' di lettura

Per la vendita delle cosiddette mascherine di comunità con il marchio Ce, messo senza aver ottenuto il via libera dell’Inail, non scatta il reato di frode in commercio. Per le semplici «copri bocca» basta, infatti, che il produttore predisponga la documentazione tecnica. La Corte di cassazione (sentenza 37191) considera inammissibile il ricorso del Pubblico ministero contro l’ordinanza del Tribunale di Pescara che aveva annullato il sequestro delle mascherine, adottato per il fumus del reato previsto dall’articolo 515 del Codice penale.

La sentenza

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Tre tipi di mascherine

Il Tribunale aveva chiarito che le mascherine protettive possono essere - in linea con la normativa eurounitaria recepita dal legislatore interno - distinte in tre tipi, secondo la loro qualità e funzioni. Ci sono i “dispositivi medici” o “dispositivi di protezione individuale”, i “prodotti generici” e le “mascherine di comunità”. Per i “dispositivi medici”, in base al Dlgs 46/1992, l’immissione in commercio è subordinata al rispetto di caratteristiche che variano secondo la classe di rischio. In caso di classe di rischio 1, è lo stesso fabbricante che deve realizzare un fascicolo tecnico del prodotto in cui attesta la sua conformità ai requisiti richiesti. I “dispositivi di protezione individuale” rientrano invece nel raggio d’azione del Dlgs 17/2019 e anche per questi è prevista l’autocertificazione di conformità se rientrano nella categoria di rischio 1. Per finire ci sono le mascherine di comunità che, in quanto prodotti generici, non sono sottoposte a controlli stringenti sulle modalità di produzione e di vendita, ma rientrano nelle ordinarie regole del Codice del Consumo.

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Autocertificazione per le «copri bocca»

Per queste ultime non è dunque necessario il marchio Ce, basta la documentazione tecnica del produttore. Nel caso esaminato le mascherine erano semplici «copri bocca», non era quindi imposto, a differenza degli altri dispositivi, l’intervento di organismi terzi per verificare le condizioni per il riconoscimento del marchio Ce. L’indagata era in possesso della documentazione tecnica del produttore e l’aveva trasmessa all’Inail per ottenere la validazione dei prodotti, secondo la normativa derogatoria prevista dall’articolo 15 del Dl 18/2020. Su queste basi il Tribunale ha escluso il reato ipotizzato e disposto la restituzione delle mascherine, perché il marchio Ce, era stato apposto, dopo un controllo interno. Una decisione sbagliata ad avviso della pubblica accusa, visto che il “bollino blu” Ce era indicato senza aver ottenuto il via libera dell’Inail, come richiesto dall’articolo 15 del Dl 18/2020. Per la Suprema corte però non ci sono state le violazioni contestate dal Pm, perché le mascherine vendute erano, in base alla relazione tecnica, la sola imposta, rispondenti ai requisiti di legge.

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