emergenza sanitaria

Mascherine, solo il 4% è a norma per i medici

Nonostante molte aziende si siano riconvertite a produrle, meno del 5% passa i test per diventare dispositivo di protezione. Non sono idonee per i sanitari ma le useranno i cittadini

di Laura Cavestri

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(ANSA)

Nonostante molte aziende si siano riconvertite a produrle, meno del 5% passa i test per diventare dispositivo di protezione. Non sono idonee per i sanitari ma le useranno i cittadini


4' di lettura

Chirurgiche, monouso o lavabili, FFP2, FFP3, dispositivi di protezione personale. In una parola, mascherine. Tutti le cercano. Nessuno ne trova, in quantità adeguata. Ordinate in Cina, confiscate in Repubblica Ceca. Negli ospedali arrivano (quando arrivano) col contagocce. Nelle farmacie, altrettanto, ma spesso a prezzi da mercato nero. Centinaia di aziende e laboratori si sono messi a produrle. Tanta buona volontà, ma alle prove di collaudo non passa più del 5%. Perchè? E del 95% restante che dobbiamo farne?

Da 1,50 a 9 euro: il prezzo di una mascherina a Milano

Un po’ di chiarezza
FFP1, FFP2 e FFP3 sono dispositivi di protezione personali delle vie respiratorie. Sono validati dall’Inail e omologati dalla norma Uni En 149 che ne definisce i requisiti minimi e prevede le tre classi di protezione in base all’efficienza filtrante. Le FFP1 hanno una capacità filtrante di almeno l’80% delle particelle sospese nell’aria ma non sono idonee per la protezione da agenti patogeni che si trasmettono per via aerea. Lo sono, invece, le FFP2, che hanno una capacità filtrante di almeno il 94% e le FFP3 che assicurano almeno il 99 per cento.
Le mascherine FFP2 e FFP3 sono raccomandate per proteggere medici e operatori sanitari esposti da agenti infettivi.
Altra cosa sono le mascherine chirurgiche, validate dall’Istituto Superiore di Sanità e che rispettano la norma Uni En 14683. Non proteggono chi le porta da agenti esterni ma impediscono a chi le indossa di immettere le proprie particelle nell’ambiente. In pratica, non proteggo me, ma proteggo gli altri da me. E se tutti le indossano, la protezione diventa reciproca.

Il quadro italiano
«In Italia – spiega Federico Pecoraro, vicedirettore del dipartimento Laboratori di Prova di Accredia (l’ente italiano che accredita laboratori di prova e taratura e organismi di certificazione) – non abbiamo molte aziende specializzate nella produzione di Dpi, dispositivi di protezione individuale, cioè mascherine che riparano i lavoratori delle aziende dalle polveri, dal particolato, dai solventi chimici. Insomma, che proteggono dagli effetti di lavorazioni industriali. Nè siamo un paese produttore di mascherine chirurgiche, che sono monopolio di alcune aziende soprattutto in Paesi terzi da cui le importiamo».

Quello che è successo, nelle prime settimane di diffusione del virus – nell’impreparazione generale, e nell’assenza di forniture sufficienti e di fornitori Made in Italy – è stato che «la carenza dei prodotti è stata tale da costringere le autorità a interventi sraordinari e tuttavia non ancora sufficienti».
Avendo molti cittadini acquistato le FFP2 e FFP3 disponibili, che servivano ai medici e agli operatori sanitari, le autorità sono arrivate a requisire scorte di magazzino e partite importate. Così ci siamo uniti alla corsa “scomposta” di tutti gli altri Paesi Ue ad acquistare dall’estero. Con il triste esito che aziende cinesi e indiane che non avevano mai richiesto il marchio Ce non potevano venderci i loro prodotti o avrebbero commesso un reato. Mentre la merce conforme ma che per arrivare da noi doveva transitare per più Paesi, di fatto talvolta non è giunta a destinazione.

La buona volontà spesso non passa i test
Nella difficoltà generale, molte aziende e laboratori – con volontà e spirito di intraprendenza – si sono messe a disposizione per produrne. Ma solo il 4% ha superato i test sull’efficienza di filtrazione, respirabilità, pulizia e biocompatibilità. «Anche per questo, come Accredia – ha aggiunto Pecoraro – abbiamo istituito un servizio di informazione per le imprese che vogliono cimentarsi in questo business».

A questo punto, cosa fare di tante mascherine non omologate?
«Tutte queste mascherine – ha spiegato Lorenzo Petrilli, vicedirettore del Dipartimento Certificazione e Ispezione di Accredia –non potranno essere catalogate nè come dispositivi di protezione individuale nè come dispositivi medici. Non potranno, quindi, essere indossate da personale medico e operatori sanitari (e questo sarebbe opportuno che fosse chiaramente riportato sulla confezione di vendita). Ma ricadranno sotto la categoria di mascherine “filtranti” che, nella fase 2 di questa emergenza, con l’obbligo esteso a tutta Italia di indossarle, serviranno a tutti i cittadini comuni, che non hanno specifiche esigenze professionali, per limitare la diffusione delle particelle nell’aria . Per queste mascherine, peraltro, l’articolo 16 del decreto “Cura Italia”, autorizza l’utilizzo per tutti i cittadini senza l’obbligo della marcatura Ce», quindi in deroga alla certificazione 14683.

Un test ad hoc (che non c’è) e il modello francese
Una deroga contestata proprio da alcuni produttori. Tanto che l’amministratore delegato di Klopman (azienda di Frosinone che produce tessuti tecnici per abbigliamento da lavoro), Alfonso Marra, ha scritto una lettera alle autorità sottolineando che «le mascherine di tessuto ortogonale non potevano certo superare test e parametri tarati su quelle chirurgiche fatte di “tessuto non tessuto” monouso. Mentre l’Istituto Superiore di Sanità francese ha istituito una nuova certificazione per le mascherine di uso non ospedaliero, divisa in due categorie: una per chi svolge lavori a contatto con il pubblico e l’altra per l’uso quotidiano di tutti i comuni cittadini, con parametri di test (flusso d’aria e capacità di filtrazione) che si basano sulle performance del tessuto ortogonale». Secondo Marra, adottando il sistema francese, si eviterebbe anche in Italia «l’utilizzo di prodotti senza alcuna verifica dei parametri di protezione».

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