l’intervista

Massimo Roj, «Tecnologia e colore per ripartire dopo Covid-19»

«Auspico un modello di crescita che non sia città-centrico, ma una multicentralità territoriale a livello regionale. Centri urbani ed edifici dovranno rispondere al cambiamento climatico». Ecco come cambieranno le case, gli uffici, gli ospedali e le città

di Evelina Marchesini

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«Auspico un modello di crescita che non sia città-centrico, ma una multicentralità territoriale a livello regionale. Centri urbani ed edifici dovranno rispondere al cambiamento climatico». Ecco come cambieranno le case, gli uffici, gli ospedali e le città


9' di lettura

Niente sarà più come prima. A cominciare dalle nostre case, i nostri uffici, gli hotel. Più in generale dagli edifici e dalle stesse città, dalle scelte di vita. L’architettura affronterà sfide mai viste prima: ne parliamo con Massimo Roj, fondatore e amministratore delegato di Progetto CMR, società di progettazione integrata fondata nel 1994, che a oggi conta 10 sedi in tutto il mondo (Cina inclusa), 160 tra architetti, ingegneri e designer, 2.800 progetti realizzati per 30 milioni di metri quadrati e 250 milioni di mq di masterplan.

Architetto Roj, come prima riflessione generale, come influisce Covid19 sull’architettura del futuro?
Ci saranno due momenti importanti: il primo, per la ripresa immediata, con la necessaria osservanza di regole per il distanziamento sociale, soprattutto per lo spettacolo e per le manifestazioni pubbliche; il secondo, sul lungo termine. Gli spazi solitamente condivisi dalla collettività, in primis gli spazi pubblici ma anche gli uffici, le strutture sanitarie, gli spazi commerciali e le scuole, dovranno essere ripensati in un'ottica che privilegi l'efficienza e la flessibilità, senza dimenticare la necessità di sanificazione frequente e di mantenimento di distanze adeguate per evitare assembramenti. Anche gli spazi domestici, che in questi giorni stiamo vivendo e riscoprendo sotto una luce nuova, dovranno essere necessariamente ripensati, per potersi adattare a più funzioni che non siano soltanto il mangiare e il dormire.

Crede che in futuro proseguirà il trend di accentramento della vita nelle città e nelle megalopoli?
La crescita continua della popolazione e la ricerca di migliori condizioni di vita e di benessere farà sì che le città continueranno ad essere il punto di approdo di una parte della popolazione, ma personalmente auspico un modello di crescita e sviluppo che non sia solo “città-centrico”, ma che contempli anche la realizzazione di una multicentralità territoriale a livello regionale. Secondo me, è fondamentale promuovere una crescita graduale di piccoli centri urbani autosufficienti, ma ben connessi gli uni agli altri, con limiti territoriali ben precisi e che offrano tutte le funzioni di cui una comunità ha bisogno, riducendo così la necessità di spostamento verso poli più grandi.

Come dovranno essere in futuro le città?
Sarà necessario pensare a città che siano in grado di rispondere in maniera dinamica e proattiva alla più grande sfida della nostra generazione: il cambiamento climatico. Come è possibile farlo? Ad esempio, puntando su edifici intelligenti, che avranno un impatto sempre più limitato sull’ambiente a partire dal processo di costruzione; aree verdi sempre più ampie, per mitigare l’eccessiva cementificazione delle città; modalità di trasporto innovative e veramente alla portata di tutti, in modo da scoraggiare l’utilizzo di macchine private. Inoltre, è indispensabile che le città siano sempre più multifunzionali, con la presenza di tutte le funzioni in modo integrato: residenza, terziario amministrativo, commercio, con attività produttive, agricole, allevamento ecc.
La tecnologia è un altro aspetto fondamentale: sarà indispensabile fare investimenti sull’infrastruttura informatica, per permettere che sempre più funzioni e attività siano accessibili online. Le nostre città saranno città sempre più connesse, più integrate, più aperte al cambiamento, ma senza dimenticare un punto cruciale: le città sono fatte e vissute dalle persone ed è a loro che si deve pensare quando si pianifica un possibile modello futuro di sviluppo urbano. Gli spazi per la socializzazione e per la convivialità non dovranno essere trascurati.

Le smart city si sono dimostrate in grado di far fronte alle emergenze sanitarie?
Sicuramente si, più di città non connesse: la possibilità di attingere a grandi dati e poterli rielaborare rapidamente per rispondere alle esigenze della popolazione si sta rilevando una delle mosse strategiche più valide! Si parla tanto delle app sviluppate in Cina per monitorare in maniera estremamente puntuale gli spostamenti di tutte le persone, per valutare se la singola persona può rappresentare un possibile rischio di contagio ed esaminare con chi questa persona sia venuta a contatto. Un’idea sicuramente avanzata, ma che pone la questione molto delicata del limite del rispetto della privacy. A questo proposito, ci si potrebbe chiedere: fino a che punto siamo disposti a sacrificare la riservatezza dei nostri dati e delle nostre informazioni per la salvaguardia della sicurezza e della salute della collettività? Dall’altro lato, pensando alla situazione contingente, si può anche fare una riflessione su tutti coloro che non sono impegnati in prima fila nell'emergenza sanitaria, ma che sono chiamati a fare la loro parte ad esempio rimanendo a casa e svolgendo le proprie mansioni (per chi può) dalle mura domestiche: senza un'adeguata infrastruttura informatica, un’adeguata connessione internet e adeguati servizi tecnologici, per noi continuare a produrre e lavorare sarebbe stato estremamente complicato, se non impossibile.

Crede che ci sarà un nuovo modello di casa ideale? Un ritorno alla centralità della casa di residenza, magari più grande e con spazi esterni?
Penso di si, penso che ci sarà una maggiore attenzione ad alcune funzioni che nei secoli sono scomparse all'aumentare della popolazione e alla riduzione dei metri quadri delle unità abitative. Funzioni che in alcuni casi saranno necessariamente condivisibili, come terrazzi o giardini, ma anche altre funzioni di servizio che possono aumentare l'indipendenza del condominio da attività esterne, tipo lavanderia, palestra, spazi di coworking. Questo è un modello che stiamo applicando nei nostri ultimi progetti di sviluppo residenziale, come ad esempio un nuovo complesso a Treviglio (Bg) dove abbiamo inserito i servizi citati prima in spazi condivisi e disponibili esclusivamente ai condomini.
Pensando agli edifici residenziali, soprattutto quelli con tanti appartamenti, saranno anche da mettere in conto nuovi atteggiamenti gestionali, tra cui la previsione di sistemi di santificazione centralizzati e di controllo accessi con dati biometrici.

Molti hanno “scoperto” lo smart working. Crede che ci sarà in futuro un maggior ricorso a questa modalità di lavoro? E come cambiano gli uffici in conseguenza?
In questi giorni si è creata molta confusione sui termini di origine anglosassone Homeworking e Smartworking. Prima di tutto dobbiamo chiarire bene questa differenza: homeworking, che stiamo praticando in massa oggi, è la possibilità di svolgere attività lavorative dalla propria residenza; lo smartworking si riferisce invece alla possibilità di lavorare in luoghi diversi dagli uffici, grazie a piattaforme evolute che consentono di condividere le informazioni da remoto.
In un prossimo futuro sicuramente sarà aumentata l’opportunità di lavorare da casa, anche in applicazione alla legge del lavoro agile, ma vi sarà sicuramente un incremento dello smartworking, partendo proprio dai forti investimenti in tecnologia attivati dalle aziende in questo periodo. Gli uffici continueranno ad esistere, ma continueranno ad evolversi, accogliendo sempre più spazi per la condivisione di funzioni con modalità differenti e con maggiore attenzione alle distanze e alla sanificazione, magari con l'introduzione di nuove figure professionali come il Responsabile di igiene e sicurezza.

Ospedali e strutture sanitarie sono sotto i riflettori tutti i giorni. Come può l'architettura aiutare queste strutture a essere più efficienti e adatte a emergenze come quella che stiamo vivendo?
Diciamo che la sanità sta cambiando molto rapidamente da alcuni anni anche nel nostro Paese, ma a fronte di questa emergenza i cambiamenti saranno ancora più repentini: si dovranno avere spazi ancora più flessibili e connessi, con logiche di modifica molto rapide, con la possibilità di aggregare altre funzioni che all’occorrenza potranno modificarsi e adattarsi ad eventuali emergenze.
Un altro spunto che l’emergenza di questi giorni ci sta offrendo è quello delle strutture temporanee di supporto agli ospedali, come gli ospedali da campo: anche questi potrebbero essere ripensati in un’ottica di efficienza, versatilità e velocità di realizzazione e messa in operatività, visto che i tempi di riqualificazione degli attuali spazi ospedalieri non saranno di certo brevi...
Altro tema fondamentale su cui riflettere è come impostare al meglio la conversione a luoghi di accoglienza e cura di spazi solitamente destinati ad usi diversi (si veda l’esempio della Fiera di Milano) oppure anche di alcuni edifici limitrofi agli ospedali come studentati o dormitori.

Anche gli stadi sono stati in primo piano nella diffusione iniziale del virus. Quali sono i parametri che devono avere i “nuovi” stadi?
Anche in questo ambito ci saranno sicuramente dei cambiamenti organizzati per fasi. Inizialmente possiamo immaginare che verranno effettuati molti più controlli anche biometrici e che verrà imposto il distanziamento fisico, anche se questo vorrà dire permettere l'’ngresso ad un numero ridotto di spettatori. Molto probabilmente alla fine si tornerà ad usufruire di questi luoghi in maniera più tradizionale, anche se secondo me il tema dell'inasprimento dei controlli all’ingresso resterà attuale, ma a mio avviso le strutture sportive dovranno dotarsi necessariamente di altre attività connesse, come ad esempio commerciali, ricettive, espositive e perché no anche servizi sanitari e diagnostici, che possano permettere agli spettatori di poter diluire i momenti di ingresso e di deflusso dopo l’evento.

Ha parlato di tecnologia: che ruolo avrà nell’architettura del futuro?
L’architettura rimarrà sempre e comunque il segno dell'evoluzione dell’uomo, una delle forme più avanzate d’arte, protagonista e interprete dei cambiamenti e delle mutazioni che viviamo. Sono e sempre più saranno contenitori prima di tutto di persone e poi anche di funzioni diverse, e la tecnologia aiuterà l’integrazione e la loro utilizzazione, rispondendo, grazie alla rapida gestione dei dati alle mutevoli esigenze.
Oggi come oggi, infatti, non si può pensare uno sviluppo futuro dell’architettura e delle città senza pensare ad una parallela evoluzione della tecnologia: sono due elementi che non possono considerarsi scissi l’uno dall’altro, tenendo sempre in mente il comune obiettivo che sia architettura che tecnologia condividono: il benessere delle persone. Abbiamo parlato prima di smart cities: più che smart, le città dovranno essere intelligenti, umane, ossia privilegiare un rapporto paritario tra uomo e tecnologia, dove quest'ultima è a servizio del primo.

Abbiamo visto città ed edifici grigi. Che ruolo può avere il colore nell’architettura e nelle smart city?
Abbiamo già detto che l’architettura è una forma artistica delle più complete e certo il colore non può e non deve mancare! Gli edifici contengono gli uomini e ne danno la vita, gli edifici compongono le città ed esse riempiono il nostro spazio urbano! Pensare città in assenza di colore è come pensare alle stesse senza gli uomini! Il colore è elemento chiave della gradevolezza delle cose e quindi della vita.

Con Covid-19 sembra che il tema dell’ecologia e dell’ecosostenibilità sia passato in secondo piano. Cosa ne pensa?
Le pandemie sono sempre esistite, ma come tutte le cose si sono evolute nel tempo: basti ricordare che la peste nera, anch’essa partita dall’Asia, ci mise circa 50 anni ad arrivare in Europa; l’influenza spagnola impiegò un paio di anni per diffondersi in tutto il mondo; il Covid 19 solo qualche mese. Ma dove si sono maggiormente diffuse queste malattie? Soprattutto in luoghi che non erano salubri! Anche quest’ultima epidemia sembra abbia avuto maggiore aggressività nelle aree maggiormente inquinate. Quindi? Non ci si può assolutamente esimere dal pensare, pianificare, progettare e realizzare in assenza di un rispetto fortissimo dell'elemento naturale che ci circonda e che ci dà la vita!

Lei ha lavorato e ha sedi in Cina e in tutto il mondo. Che impatto ha questa emergenza sanitaria sulla sua attività? E sul business dell’architettura in generale?
Inizialmente quando tutto è partito in Cina, abbiamo iniziato a supportare i nostri colleghi asiatici, lavorando dall’Italia e garantendo ai clienti una piena continuità, anche in periodo festivo, capodanno lunare, e successivamente durante la crisi sanitaria.
Ora le sedi asiatiche hanno ripreso a lavorare, anche se con limitazioni forti, ma per noi nulla è cambiato, almeno da un punto di vista di produttività. Sono oltre 5 anni che abbiamo migrato il nostro server in cloud e che permettiamo ai nostri colleghi di condividere i modelli e i file, ovunque essi si trovino, in altri Paesi o nella propria abitazione. Quindi la chiusura fisica della nuova sede è stato più che altro un dolore emotivo, ma produttivamente non ha cambiato il prodotto finale, anzi si è evidenziata maggiore efficienza, non dovendo perdere tempo in spostamenti per il raggiungimento del luogo di lavoro e soprattutto per la dedizione dei nostri professionisti, veramente attaccati alla “maglia” e alla grande famiglia di Progetto CMR.
Ci sono comunque alcune ripercussioni dovute alla chiusura dei cantieri, che incidono sulle tempistiche dei lavori e sulla consegna dei progetti e che ci hanno fatto “dirottare” temporaneamente alcune figure professionali su altre attività più progettuali. Al momento però nessun progetto attivo è stato bloccato, sebbene il rischio più forte per tutto il settore della progettazione e dei servizi, storicamente caratterizzato da una struttura finanziaria fragile, sembra essere quello di liquidità! Purtroppo la criticità del momento sta comportando un forte ritardo nella riscossione dei pagamenti, anche da parte di realtà importanti, pregiudicando ulteriormente la situazione già complessa per il periodo che stiamo affrontando. Il fattore più duro per tutti noi resta comunque, quello di non poter incontrare fisicamente i colleghi. La tecnologia ci sta supportando e ci sta permettendo di lavorare ovunque, ma noi siamo, come diceva di Aristotele, “animali sociali” e come tali abbiamo un assoluto bisogno di contatto fisico.

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