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Materia antica e così moderna

di Fulvio Irace


3' di lettura

«Materiale incorruttibile e leggero»: negli anni del miracolo economico, quando anche in Italia il fascino dell’architettura di vetro americana sembrava irresistibile, Gio Ponti scrisse l’elogio di un materiale antichissimo - la ceramica - che a lui però sembrava promettere una nuova visione della modernità. Al punto da non limitarsi ad usarla nei suoi edifici più famosi - come il Pirelli di Milano - ma d’aver voglia di disegnarne in maniera inedita i singoli tasselli come schegge di diamanti di terra smaltata. «Il gioco dell’architettura è di superfici più che di volumi - scriveva - e sta nei riflessi della ceramica, magici e non statici, nel suo apparire e scomparire secondo l’incidenza dei raggi del sole».

Dall’Art Denver Museum in Colorado alla villa diamantina a Caracas sino ai complessi per uffici nel centro di Milano, Ponti riuscì a dimostrare il suo teorema della leggerezza e della vitalità di questo materiale, che da secolare e tradizionale si presentava ora come del tutto innovativo e sorprendente per il gioco dei riflessi che catturavano, anche attraverso la nebbia, i raggi del sole riscattando l’immagine della metropoli oscura e fumigosa.

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Ponti amava la ceramica - la sua carriera era iniziata negli anni 20 come art director della Richard Ginori - perché la riteneva un materiale universale ma anche tipicamente italiano, rinnovato dalle mani dei tanti artisti-artigiani che in tutto il territorio nazionale non avevano mai smesso di praticare la lavorazione della ceramica come arte allo stesso tempo popolare e sperimentale.

Più di mezzo secolo dopo, questa sua visione è stata raccolta dal più internazionale dei nostri architetti, Renzo Piano, che ha ripensato la ceramica come materiale di rivestimento sostenibile e sensibile, a cominciare dalle facciate leggere del New York Times sino al complesso di Saint Giles, dove un gioco di facciate volanti dai colori forti e vibranti porta una ventata di italianità nello storico quartiere di Camden a Londra.

«È un materiale antico, che viene dalla terra e torna alla terra - spiega Piano -. Ma che presenta anche caratteristiche come la resistenza, la durata, le infinite possibilità cromatiche, la capacità di riflettere la luce, rendendola funzionalmente perfetta e straordinaria in diverse situazioni».

Basta sfogliare d’altra parte il catalogo degli ultimi cinque anni del concorso di architettura dell’industria ceramica italiana (2012-2016), recentemente edito da Aldo Colonnetti e Cristina Faedi, per rendersi conto della versatilità di questa industria particolare che mentre ci parla ormai del sofisticato mondo delle lavorazioni speciali (dalle produzioni di ceramica fonoassorbente, alleggerita, isolante, alle tecniche di stampa digitale che hanno allargato a dismisura le possibilità decorative e d’effetto del materiale) non lascia di trasmettere ancora il segno dell’origine di questo materiale, la terra. Sono molti i segnali del ritorno degli architetti all’uso della ceramica (come rivestimento esterno o per pareti e pavimenti all’interno) per migliorare sia l’efficienza energetica che la componente estetica, dai Docks di Marsiglia all’Opera di Firenze, al Museo egizio di Torino , alla chiesa della Misericordia a Terranuova Bracciolini (Arezzo) ecc.

“Belle per sempre” - “Beautiful forever” - è il titolo del libro in cui Katherine Boo racconta la drammatica vita nello slum di Annawadi, a ridosso dell’aereoporto di Mumbai. A spiccare tra le baracche, la pubblicità di una marca di piastrelle italiane, le “Belle per sempre”, appunto, che colpisce la fantasia della protagonista, Zehrunisa. «Era qui - si legge nel libro - che voleva una casa più igienica, per garantire la salute dei suoi figli. Voleva piastrelle di ceramica sul pavimento, come quelle pubblicizzate nei cartelloni delle Belle per sempre, piastrelle che poteva pulire, invece di cemento crepato che si riempiva di sporco in ogni fessura». Le piastrelle dunque come simbolo del “sogno italiano”, di una bellezza cioè alla portata di tutti, che porta dentro di sé l’immagine di un mondo dove sia più facile e piacevole la vita.

Non a caso, la nuova centralità che questo duttile materiale sta assumendo oggi si fonda proprio sull’idea che la “bellezza” non è un dato del caso, ma un progetto consapevole legato alle sue radici. Queste radici sono oggetto di una riscoperta che alimenta, attraverso la conoscenza della storia, l’apertura al futuro e al cambiamento creativo. «Nel presente ci rappresentiamo il passato e il futuro» aveva detto Gio Ponti. E dunque la valorizzazione delle radici si sta traducendo nella ricostruzione orgogliosa del passato da parte delle aziende più avanzate, come Marca Corona e Casalgrande Padana nella campagna reggiana o Ceramica Francesco De Maio alle soglie di Salerno, che nei loro headquarters offrono la visita a due avvincenti musei d’impresa. Parte da qui - dal racconto dei marchi, dei prodotti, dei protagonisti - la riscossa dell’industria ceramica.

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