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Materie prime, il coronavirus mette in fuga gli hedge funds

In due settimane liquidate posizioni rialziste per oltre 35 miliardi di dollari. Un’emorragia di queste dimensioni e rapidità non si era verificata nemmeno nel 2008-2009

di Sissi Bellomo

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3' di lettura

Una fuga così precipitosa non si era vista nemmeno ai tempi del crac di Lehman Brothers. Il coronavirus sta facendo scappare a gambe levate gli speculatori dalle materie prime, con vendite concentrate soprattutto su petrolio e metalli – di cui la Cina importa volumi enormi rispetto agli altri Paesi – ma che in realtà non stanno risparmiando quasi nessun prodotto.

Nel giro di due settimane, tra il 21 gennaio e il 4 febbraio, gli hedge funds hanno ridotto l’esposizione rialzista per l’equivalente di 35 ,9 miliardi di dollari calcola Société Générale. E questo solo sui mercati Usa, puntualmente monitorati dalla Commodity Futures Trading Commission (Cftc).

Una ritirata di queste proporzioni nell’arco di appena 15 giorni è senza precedenti, almeno da giugno 2006, quando è iniziata la serie di statistiche della Cftc, osserva la banca francese.

La fuga ha subito un’accelerazione nella settimana 28 gennaio-4 febbraio, quando le posizioni nette lunghe (all’acquisto) sono state tagliate di un terzo, per 20,4 miliardi di dollari. In parte sono state liquidate posizioni rialziste e in parte sono state aggiunte posizioni corte: scommesse che pagano in caso di un ulteriore ribasso dei prezzi.

Nemmeno tra il 2008 e il 2009, quando i mercati andavano a picco anticipando la recessione globale, si era assistito a un simile dietrofront dei fondi di investimento.

L’esplodere dell’epidemia, del resto, è un vero e proprio “cigno nero”: un evento a forte impatto, che fino a poco tempo fa nessuno poteva prevedere. E si è manifestato in un periodo in cui il sentiment nei confronti delle materie prime era favorevole.

Stati Uniti e Cina hanno finalmente raggiunto una tregua commerciale, firmando – solo il 15 gennaio – un accordo che impegna Pechino ad accrescere di 200 miliardi di dollari in due anni le importazioni di prodotti Usa (in gran parte proprio commodities). A sostenere i prezzi del petrolio si era riaffacciato anche il rischio geopolitico, ai massimi a inizio gennaio, quando la crisi tra Usa e Iran si era fatta così incandescente da sfiorare il conflitto diretto.

Nonostante la recente inversione a U degli speculatori, gennaio si è chiuso con investimenti da primato sulle materie prime: tra indici ed Etf ci sono stati flussi positivi netti per 17,8 miliardi di dollari, stima Citigroup, secondo cui è «l’avvio d’anno più forte almeno dal 2010».

Il 17 gennaio la Cina ha lanciato l’allarme coronavirus e da allora la parola d’ordine è diventata”vendere”. In questo breve lasso di tempo le quotazioni del petrolio sono crollate di quasi il 20%, il rame ha perso il 10%. Forti ribassi hanno colpito anche altri metalli (compreso il palladio, che ha interrotto un rally che sembrava senza fine) e molti prodotti agricoli, come la soia e il cotone.

Persino l’oro ha perso slancio, frenato dalla forza del dollaro e dal ritorno di performance da record a Wall Street, ma anche dagli scenari negativi sui consumi cinesi (ebbene sì, la Cina è prima al mondo anche nella domanda di lingotti).

Al Comex gli hedge funds hanno tagliato l’esposizione lunga sull’oro del 18% nella settimana al 4 febbraio, portandola ai minimi da due mesi.

Nello stesso periodo le posizioni rialziste nette sul petrolio Wti sono state ridotte di un quarto, l’equivalente di 56 milioni di barili. Sul rame al Comex l’esposizione corta (ribassista) è più che raddoppiata .

Il crollo della domanda cinese d’altra parte è sempre più evidente e spaventa, soprattutto da quando alcune società hanno cominciato ad appellarsi alla «forza maggiore» pur di respingere forniture: per ora è successo solo con il gas liquefatto e forse anche con qualche carico di concentrati di rame, ma non è escluso che il fenomeno si estenda ad altre materie prime.

Sui mercati dei futures l’ondata di liquidazioni potrebbe proseguire, avverte Citi: i prezzi di molte commodities riflettono «a malapena» i rischi per la domanda, soprattutto se la Cina non riuscirà a rimettersi in moto rapidamente.

Un liquidazioni potrebbero continuare, avverte la stessa Citi , che le liquidazioni potrebbero continuareinvita a mantenersi cauti

Nella settimana al 4 febbraio, l’ultima su cui si dispongono dati, i fondi hanno ridotto l’esposizione netta lunga (all’acquisto) di un terzo, ossia di 20,4 miliardi di $. In parte sono state liquidate posizioni rialziste e in parte sono state aggiunte posizioni corte, in pratica: scommesse che pagano in caso di ulteriore ribasso dei prezzi, un’eventualità che molti analisti giudicano probabile, a meno che la situazione in Cina non si normalizzi al più presto.

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