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Materie prime a picco, le scorte si accumulano a livelli record

Dal petrolio ai metalli, compreso persino l’oro. Le quotazioni delle commodity stanno andando a picco, come non accadeva dalla crisi di Lehman Brothers, oltre dieci anni fa

di Sissi Bellomo

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(Reuters)

Dal petrolio ai metalli, compreso persino l’oro. Le quotazioni delle commodity stanno andando a picco, come non accadeva dalla crisi di Lehman Brothers, oltre dieci anni fa


3' di lettura

Petroliere ferme in mare in attesa di trovare un acquirente. Magazzini stipati di metalli che le fabbriche non riescono a utilizzare, carni e altri prodotti agricoli che marciscono nei frigoriferi in attesa che la Cina riprenda a importare. L’epidemia di coronavirus, che si è ormai estesa a 55 Paesi nel mondo, sta creando montagne di scorte: un fenomeno che potrebbe ulteriormente accentuare (e prolungare) le pressioni ribassiste sui mercati delle materie prime, che sono già oggi fortissime.

Le quotazioni del greggio sono crollate per la sesta seduta consecutiva, con perdite superiori al 5% che hanno spinto il Brent per maggio sotto 50 dollari al barile. Il Wti, che ormai vale meno di 45 dollari, ha perso circa il 15% in una settimana. L’ultima volta che c’era stato un ribasso così rapido era nel 2008, in seguito al collasso di Lehman Brothers.

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Persino l’oro ha perso oltre il 3% (a 1.590 dollari l’oncia), un tracollo che si verifica molto raramente: solo nei momenti peggiori per i mercati, quando pesanti margin call spingono a vendere qualunque asset, anche i beni rifugio. Tra i metalli industriali intanto il rame, l’alluminio e lo zinco sono scesi ai minimi da tre anni, mandati a picco da un’ondata di vendite che ha travolto l’intero listino del London Metal Exchange.

È fuga dal rischio, senza dubbio. Ma è anche un tema di scorte, che soprattutto in Cina si stanno accumulando a livelli inverosimili, tanto che gli industriali del settore dei non ferrosi hanno chiesto aiuto al governo per svuotare i magazzini: potrebbe intervenire lo State Reserve Bureau, l’ente cinese che gestisce le riserve strategiche di materie prime. Anche all’ShFE, la borsa dei futures di Shanghai, ci sono scorte di metalli da primato, ai massimi dal 2017. E traboccano pure i magazzini Lme: le giacenze di nickel in particolare sono addirittura triplicate in tre mesi.

L’accumulo degli stoccaggi ha una forte valenza ribassista. Non solo è il segnale più evidente della crisi dei consumi, ma dal punto di vista dei fornitori di materie prime costituisce anche un’ipoteca sul futuro. Il ribasso dei prezzi potrebbe addirittura accentuarsi se i prodotti verranno svenduti per liberare spazio nei magazzini, oppure se la Cina una volta finita l’emergenza virus rinvierà la ripresa delle importazioni dando priorità allo smaltimento delle scorte.

L’allarme tocca da vicino anche l’Opec Plus, che si riunirà la settimana prossima per decidere come fronteggiare la caduta dei prezzi del petrolio, che sembra ormai irrefrenabile. L’Arabia Saudita, secondo fonti del Financial Times, starebbe ora premendo per un taglio di produzione extra di un milione di barili al giorno, che porterebbe la riduzione totale a 3,1 mbg. Sarebbe l’intervento più drastico dai tempi della recessione globale. E anche la Russia, pure restando cauta, ora sembra incline a intervenire: «Dobbiamo vedere come si sviluppa la situazione del coronavirus – ha detto il ministro Alexandr Novak all’agenzia Interfax – Ma come vedete ci sono già parecchi casi in Europa, dunque le previsioni (sulla domanda petrolifera) andranno riviste».

Al centro dell’attenzione dei produttori di greggio c’è senza dubbio il numero crescente di petroliere ormeggiate in Asia per essere usate come stoccaggi galleggianti: un’opzione non giustificata da interessi speculativi (oggi come oggi si perde del denaro) ma che rappresenta piuttosto una scelta obbligata. Solo nei pressi di Singapore si contano già una quarantina di Vlcc usate come stoccaggi galleggianti. A bordo ci sono almeno 80 milioni di barili: in parte di greggio, ma soprattutto di carburanti per navi e aerei dopo che il coronavirus ha semiparalizzato i trasporti, al punto da mettere in crisi la logistica a livello globale. In Cina in particolare le scorte di carburanti sono prossime a raggiungere 56 milioni di tonnellate, utilizzando l’80-85% di capacità totale dei serbatoi, contro il normale livello di 30-40 milioni in questo periodo dell’anno, afferma la società di consulenza Sci99.

I consumi petroliferi nel Paese asiatico sono diminuiti di un quarto a causa dell’epidemia, stimano gli analisti. E a livello globale ci si aspetta ormai una contrazione della domanda nel secondo trimestre. Non tutti hanno già rivisto le stime per tenere conto della crescente diffusione dell’epidemia nel mondo. Chi l’ha già fatto, come Fge, ora prevede che la domanda petrolifera quest’anno non crescerà affatto. Un’altra cosa che non si ripeteva dalla crisi finanziaria post-Lehman.

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